12 luglio 2026 - 15 A (Mt 13,1-23)

«Il seminatore uscì a seminare». Non è un seminatore qualunque, ma “il ” seminatore per eccellenza. Da dove uscì? Dalla casa del Padre. Come uscì? Rivestendo la nostra carne. Perché uscì? Per distruggere la terra dominano strada battuta, spine, sassi e rovi? No. Egli viene a coltivare la terra della nostra umanità. Èil seminatore instancabile: semina sulla strada battuta sapendo in partenza che non spunterà nulla, semina tra i sassi che non lasciano germogliare nulla, semina tra le spine pur sapendo che soffocano il seme, semina dove sa già che il raccolto non verrà. Un contadino vero avrebbe risparmiato quel seme, Lui invece lo butta sui diversi terreni, senza fari calcoli del raccolto. È un’immagine spiazzante, che tuttavia ci dice la forza del seme della parola anche nei giorni sbagliati.

Il seme da solo non basta: serve il terreno. Qui il vangelo parla di noi. La strada battuta sono i giorni percossi dalla fretta, dall’urgenza. Il terreno di sassi è il nostro cuore superficiale, arido, non profondo. Le spine sono l’ansia del benessere esagerato, la spina di conciliare lavoro e famiglia, la spina dello sconforto, della solitudine, dell’insicurezza del domani, è la spina che soffoca la fiducia di non farcela a germogliare nulla di buono. Come un buon genitore Gesù non risparmia la semina abbondante anche sul terreno di quei figli che non promettono nessun raccolto. Il centro della parabola, tuttavia, non è negli errori dell’essere umano, ma in questo Dio che in noi ha seminato così tanto per raccogliere così poco.

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5 luglio 2026 - 14 A (Mt 11,25-30)