18 gennaio 2026 - 2 A (Gv 1, 20-34)
Giovanni il Battista aveva parlato di Gesù il giorno prima. Il vangelo di oggi inizia dicendo «il giorno dopo». Che cosa era successo il giorno prima?
Giovanni il Battista aveva parlato di Gesù il giorno prima. Il vangelo di oggi inizia dicendo «il giorno dopo». Che cosa era successo il giorno prima? La gente accorreva da Giovanni nel deserto a farsi battezzare e questo insospettiva le autorità religiose. Lo interrogarono: “Tu chi sei? Come ti permetti di battezzare al Giordano e non in un luogo sacro?” Forse si è messo in mente di essere il Messia? E lui rispondeva: “Viene uno che era prima di me, sta in mezzo a voi e non lo conoscete. È l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”. Inn tutte le fedei le divinità pretendono offerte nel Vangelo Gesà porta in offerta la propria vita. È un Dio agnello. Non un leone ruggente, ma il piccolo del gregge. Non l’agnello da sacrificare alla divinità, ma l’agnello che sacrifica se stesso.
Per bocca del profeta Isaia aveva detto: “sono stanco dei tuoi sacrifici senza numero, delle tue candele accese, delle tue offerte per calmare la coscienza”. Il Signore non chiede più sacrifici all’uomo, ma dà se stesso, non pretende la tua vita, ma offre la sua, non spezza nessuno, ma spezza se stesso. il volto di Dio che ci portiamo dentro è come uno specchio: se ci sbagliamo su Dio, poi, ci sbagliamo sulla vita, sugli altri e su noi stessi. Quante bugie stiamo ascoltando da leoni che si presentano come agnelli, da dittatori che parlano di pace, da aquile che governano con i toni della chioccia… Questo Dio agnello viene negli uccisi come agnelli, nei fratelli sacrificati all’idolo dell’interesse economico, nelle sorelle che dimostrano nelle piazze per un briciolo di libertà. Che lo Spirito dell’Agnello trovi in noi il suo nido.
11 gennaio 2026 - Battesimo del Signore – A (Mt 3,13-17)
Il tempo di Natale termina con la memoria del battesimo di Gesù. Ci è stato detto da chi è nato, quando è nato, dove è nato e come è nato. Ma questo Bambino per che cosa è nato?
Il tempo di Natale termina con la memoria del battesimo di Gesù. Ci è stato detto da chi è nato, quando è nato, dove è nato e come è nato. Ma questo Bambino per che cosa è nato? Il Battista l’aveva evocato come battezzatore ed egli viene a farsi battezzare; l’aveva evocato come uno che fa piazza pulita e brucia ed egli viene come uno che annulla le distanze e si immarge con tutti. Allo sconcerto del Battista risponde: sono venuto a fare questa giustizia. Non è venuto a gridare o ad alzare il tono, non è venuto a tenere la distanza dalla gente che fatica, non è venuto a spezzare chi è già debole. Gesù ha una missione da compiere a favore di altri. Purtroppo chi è scelto non sempre si mette in fila con gli altri e può interpretare la sua elezione, anche di Papa, secondo criteri umani, accampando diritti a onori e privilegi. Immergendosi nell’acqua il cielo si apre dicendo «È mio figlio, ascoltatelo!».
L’acqua del Giordano, come quella del nostro battesimo, non è limpida, ma conosce la storia degli uomini, i residui degli acquedotti. Quest’acqua raccoglie lacrime, polvere, sudore, sangue: tutte le scorie del vivere. Gesù non riane sulla riva a guardare con aria di sufficienza l’intorbidirsi dell’acqua, ma scende là dove sembra esserci solo polvere e fango. Quando il cielo si apre il confine tra cielo e terra, tra divino e umano, tra ciò che pensavamo sacro e ciò che consideravamo profano è cancellato. Tutti noi abbiamo il potere triste di chiudere i cieli sulle persone e sulla terra quando non ci mettiamo in fila con gli altri, ma li giudichiamo dall’alto della nostra presunzione. Con il battesimo Dio mi tende la mano, mi abbraccia, mi mostra il buono che c’è in me. Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito, sento dirmi: “tu mi piaci!”.
6 gennaio 2026 - Epifania – A (Mt 2,1-12)
Il termine Epifania significa manifestazione. Il Bambino Gesù si rivela a tutto il mondo. a differenza dei sacerdoti e degli esperti della Legge che rimasero immobili, i Magi si missero in cammino con una direzione: «Betlemmte di Giuda».
Il termine Epifania significa manifestazione. Il Bambino Gesù si rivela a tutto il mondo. a differenza dei sacerdoti e degli esperti della Legge che rimasero immobili, i Magi si missero in cammino con una direzione: «Betlemmte di Giuda». La loro guida era una stella a cielo aperto. Vedendo il Bambino con sua Madre si prostrarono e lo adorarono. Il loro viaggio non fu una passeggiata tranquilla, ma una ricerca piena di sbagli. Perdono la stella; trovano la grande città anziché un villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e trovano una povera casa. Eppure hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma nonè cade, ma arrenderci nelle cadute. Al bambino non portano una collanina o un braccialetto d’oro, ma il dono più prezioso di questi cercatori pagani è il loro stesso viaggio, tribolato e costantemente ripreso.
Essi alzano gli occhi per cercare uno che respira, un Bambino vivo. Non sarà che, proprio nella stagione delle immagini, noi per disavventura stiamo perdendo la passione di guardare la vita, le persone, le stelle autentiche che ci guidano? Guardare non è lo scorrere ossessivo di immagini, tipico del guardare una cosa e via l’altra. Il rischio è di attraversare una città d’arte attenti più a cosa sorre sul telefonino o sulo smartphone che a alle persone che cercano un saluto, uno sguardo, una gentilezza. Il tempo corre, la vita sfugge fra le mani, ma può sfuggire come sabbia o come semente da spargere. I Magi per una’altra strada torneranno a casa e così speriamo di tornare alla nostra con un altro modo di vivere, finalmente capaci di inchinarci dinanzi alla vita fragile e indifesa.
4 gennaio 2026 - 2 dopo Natale – A (Gv 1,1-18)
Oggi ci ritorna nel cuore l’annuncio di Natale: «La Parola si è fatta carne». Dopo tante parole pallide, monotone, consumate, dopo tante parole urlante, violente, piene di bugie, ambigue, seducenti che ci raggiungono, tutti sentiamo il bisogno di una parola diversa, cui affidare la vita.
Oggi ci ritorna nel cuore l’annuncio di Natale: «La Parola si è fatta carne». Dopo tante parole pallide, monotone, consumate, dopo tante parole urlante, violente, piene di bugie, ambigue, seducenti che ci raggiungono, tutti sentiamo il bisogno di una parola diversa, cui affidare la vita. Ecco perchè i nostri passi ci portano ancora alla nascita di quel Bambino, perché lontani o vicini frequentatori di chiese o meno, ci rimane dentro la percezione che nel presepe ci sia una Parola nuova che protegge senza sequestrare, che aiuta senza pretendere nulla, che nutre senza chiedere ricompensa. Dicendo che la «Parola si è fatta carne» si sta dicendo che Dio ha scritto la sua presenza nella carne. Ancora incapace di parlare, questa carne umana mostra Dio in un modo così discreto e impensabile.
Prendendo carne non si dice semplicemente che perse corpo mortale, che si rivestì di muscoli, ma che divenne uno di noi, che si fece in tutto simile a noi sperientando i sentimenti, le passioni, le emozioni, i condizionamenti culturali, la stanchezza, la fatica, perfino l’ignoranza, le tentazioni, escluso il peccato cioè il vivere contro il Padre. per capire Dio, bisogna partire da questo Bambino di Betlemme e osservare: quello che Lui fa, ciò che Lui dice, come Lui insegna, come si comporta, come ama, chi preferisce, con chi va a cena, da chi va a casa, chi difende. Chi vive in questo modo ha la consapevolezza di essere amato da Dio, trasmette gioia, fa luce, dà sapore al mondo, contribuisce a tener viva la speranza.
1 gennaio 2026 - Maria madre di Dio (Lc 2,16-21)
Oggi, primo giorno dell’anno civile, la liturgia ci invita a celebrare Maria, madre di Dio. Otto giorno dopo Natale, troviamo lo stesso racconto di quella notte.
Oggi, primo giorno dell’anno civile, la liturgia ci invita a celebrare Maria, madre di Dio. Otto giorno dopo Natale, troviamo lo stesso racconto di quella notte. Quella nascita non è facile da capire, ci disorienta, perché incredibile, ai nostri occhi immpossibile. È venuta il Messia e si fa trovare nel giro di poche fasciature, non in morbidi pannolini, ma nella ruvida paglia di una mangiatoia. I pastori dicevano: «Andiamo a vedere». E hanno trovato un bambino nato da poco. La prima visita è dei pstori che odorano di latte e di lana, sempre con le loro pecore, mai al tempio. Chi va a cercarlo nei sacri palazzi non lo trova, chi lo cerca soltanto nei regali, nei botti che regalno rumore, negli auguri che ti lasciano come prima, nei freddi messaggi telefonici, nelle luci che abbagliano gli occhi, rimane deluso… Dio si fa trovare in un bambino, in ciò che è umano, nella fragilità.
Lo troviamo in ciò che è fatto di carne, là dove c’è un cuore che batte, dove ci sono lacrime che scendono, dove ci sono fatti e parole che meditiamo giorno e notte senza capire. Per l’anno che viene non ci porta né salute, né ricchezza, né fortuna, né lunga vita, ma semplicemente la fiducia, per gustare la bellezza degli incontri umani, la sorpresa della riconciliazione, la forza per non avere paura. Viene per farci grazia per i nostri sbagli, per le ferite che abbiamo creato sulla pelle degli altri, per le schiocchezze e le vigliaccherie che ci siamo inventati. Egli rivolge il suo sguardo su di noi quasi a dire: tu mi interessi, mi piaci, ti tengo negli occhi. E se i suoi occhi mi cerheranno, se cadrò e mi farò male, Egli si piegherà ancoa su di me per rialzarmi. Lui, il Bambino, è presente nel tempio dell’umano. Ciò significa che ogni volta che incontriamo persone fragili e deboli lo prendiamo in braccio. Non ci auguriamo che sia nuovo l’anno che inizia, ma che questo anno ci trovi nuovi.
28 dicembre 2025 - Famiglia di Nazareth – A (Mt 2,13-15.19-23)
Il racconto della nascita del Bambino non è descritto in termini sentimentali tra luci e canti, ma è piuttosto una storia di paura, di fatica, di precarietà, insieme a tanto amore.
Il racconto della nascita del Bambino non è descritto in termini sentimentali tra luci e canti, ma è piuttosto una storia di paura, di fatica, di precarietà, insieme a tanto amore. Dopo la nascita di Gesù a Giuseppe viene ordinata la fuga in Egitto, per scappare da un pericolo. In questo modo Giuseppe, Maria e il neonato diventano l’immagine di ogni famiglia che ogni giorno lotta per difendere la vita da ogni minaccia, da ogni rischio sempre alla porta. Quando la notte della vita, la fretta dei giorni, la polvere della strada, crea nei genitori l’ansia di mettere in salvo la vita del figlio, non è facile riconoscere la presenza di un Dio-con-noi, perché sembra essere con altri. Eppure in quel fagottino di vita c’è Dio. Di fronte al pericolo non si tratta di mettere in salvo i cucchiai d’argento, i risparmi, le collane d’oro, ma la vita. Senza capire tutto la famiglia di Nazareth diventa migrante per salvare Dio.
Questo Dio non nasce nei palazzi, non sta fermo nelle chiese o nelle basiliche che gli abbiamo costruito, ma cammina con chi fugge, con chi dorme nelle tende, con chi piange accanto alle macerie della casa o di una vita. Egli parla nel sogno del padre che non dorme pensando ai problemi della famiglia, suggerisce alla madre che si tormenta per non poter entrare nel mondo del figlio. Che cosa è successo alla famiglia di oggi? Assistiamo a un capovolgimento: se prima era la voce dei genitori che dava forma alla vita del neonato, ora sono i gentiori che ruotano attorno al figlio diventato “re”. Prima era il figlio a chiedersi: i miei mi vogliono davvero bene? Ora sono i genitori che domandano al figlio delle certezze e per rendersi amabili sono disposti a tutto, anche ad inseguire i capricci. Non solo, ma i genitori di oggi proteggono i figli da ogni fallimento, coltivano la prestazione, diventano i loro sindacalisti. Così dimenticano che il bambino impara a camminare cadendo!
25 dicembre 2025 - Natale – A (Mt 2,1-14)
Dio nella piccolezza. Ecco il segreto del Natale: troverete un bambino. L’uomo sogna di salire, di comandare, di mettere qualcuno sotto i suoi piedi. Dio desidera scendere, dare, lavare i piedi.
Dio nella piccolezza. Ecco il segreto del Natale: troverete un bambino. L’uomo sogna di salire, di comandare, di mettere qualcuno sotto i suoi piedi. Dio desidera scendere, dare, lavare i piedi. Ogni bambino sogna di essere uomo, ogni uomo di essere re e ogni re di essere “dio”. Solo Dio vuole essere bambino! Che un Dio nasce come uno di noi non è concepibile per nessuna religione: Egli ha il volto di un bambino. Non di una statua, non di un pupazzo. Si è fatto bambino nel senso che appartiene a tutti, nessuno escluso: è venuto per amare, non per castigare. Il vangelo non dice nulla sul colore dei suoi occhi, del suo volto, per lasciare che sia nero per i neri, rosso per gli indiani, giallo per gli asiatici, bianco per i bianchi. Egli è solidale con tutti! Nessuno dica: tu, no, sei sbagliato. Lo dicevano i sacerdoti del tempo ai pastori: voi, no, siete irregolari. E lo hanno ripetuto le autorità ecclesiastiche dopo di Lui: Tu, no!
La gioia di questa nascita è di tutto il popolo. Il Dio cristiano non è cattolico se appartiene a una chiesa, ma lo è se è “di tutti”. Egli ha preso un corpo, perché il suo amore non fosse fantasioso di chi dice: “ti amo, ma non ti tocco”. La vita del Bambino non nasce quando inizia a respirare, ma quando comincia il battito del cuore. Se il cuore la vita vanno d’accordo imparano ad amare. Questo Bambino ci tolga la paura di guardare negli occhi la vita, ci liberi noi schiavi che ci sentiamo liberi. Non sarà nessun “Magnate” a portare la pace, nessun “Zar” a far cessare le armi, nessun “Premier” ad avere pietà della gente, nessun “Sceicco” a usare compassione. La parola sacra “pace” è sulla bocca dei dittatori, nel cantiere dei costruttori di armi, sulla scrivania di tanti erodi che uccidono bambini. La nascita del bambino Gesù è sufficiente per cambiare direzione alla vita, perché l’amore in carne e ossa è entrato nella storia. E ci dice che la vita è troppo corta per pensare solo a noi stessi. Buon Natale!
Domenica 21 dicembre 2025 - 4 Avvento – A (Mt 1,18-24)
Il Natale è alle porte, il Bambino sta per nascere. È l’inizio di un nuovo modo di abitare la vita.
Il Natale è alle porte, il Bambino sta per nascere. È l’inizio di un nuovo modo di abitare la vita. In quel Bambino noi contempliamo il modo in cui Dio entra nella storia: non si impone, ma si espone al nostro mondo, non conquista, ma si consegna alla nostra vicenda umana. Maria si trovò incinta e Giuseppe deve decidere: o tenere per sé la donna amata, oppure obbedire alla Legge di Dio che prevede per l’adultera di essere messa a morte. Di frontre a una scelta lacerante Giuseppe non capisce, va in crisi e la ama lo stesso. Egli prende sonno e sogna. Dio entra nella sua parte più profonda, dove non si fa finta e gli parla. Questo falegname, uomo concreto dai calli nelle mani e dal cuore attento, si sente dire: “Non temere di accogliere ciò che non capisci, di amare ciò che ti spaventa, di entrare nel mistero della vita”. Il suo amore non è un sogno e decide di annullare il matrimonio senza fare chiasso.
Giuseppe ha compreso che quando il Dio con noi parla, la vita ricomincia anche dalle rovine, dalle macerie, dai fallimenti. È l’uomo giusto, nel senso di fedele, perché davanti al mistero della vita, non parla, ma lo custodisce. Tiene con sé Maria e il mistero che l’avvolge. Egli impara a stare con ciò che non capisce e nella vita è il di più che non capiamo! Quasi a dire: non fuggire il mistero della vita, convivi con ciò che non capisci, guardalo negli occhi ogni mattina, cammina con lui nel pomeriggio, addormentanti al suo fianco la notte. Come Giuseppe “non temere”, perché la vita non l’hai decisa tu! Forse la più grande nostra paura è di amare fino in fondo, amare l’altro più di noi stessi. Non chiedere la luce per capire tutti i tuoi passi, ma quella che basta per il primo passo della giornata.
Domenica 14 dicembre 2025 - 3 Avvento – A (Mt 11,2-11)
Giovanni, il profeta tutto d’un pezzo, manda a dire a Gesù dal carcere: «Sei tu o dobbiamo attenderne un altro?». Sei tu il Messia o ci siamo sbagliati?
Giovanni, il profeta tutto d’un pezzo, manda a dire a Gesù dal carcere: «Sei tu o dobbiamo attenderne un altro?». Sei tu il Messia o ci siamo sbagliati? Non è solo la domanda di Giovani, ma anche la nostra. E Gesù risponde con i fatti: i ciechi, gli zoppi, i lebbrosi, i sordi, i morti, i poveri, recuperano la vita. Dov’è la voce che sentenzia sui peccatori? Dov’è l’accetta tagliente del Battista? Dov’è il fuoco che brucia i corrotti? Gesù risponde: «Beato chi non si scandalizza di me!». Il suo messaggio non è dalla parte della maggioranza, ma cambia il volto di Dio e del potere: mette i pubblici peccatori e prostitute prima dei sacerdoti, fa dei poveri i sovrani del suo regno, entra nelle ferite del mondo e delle persone. Egli fa storia non partendo da una legge, non muovendo da pratiche religiose, ma dall’ascolto del dolore della gente.
Ma che Dio è quello di Gesù? È lo scandalo della misericordia. Perdona l’imperdonabile e ama chi non se lo merita. Non brucia i peccatori, ma siede a tavola con loro. È possibile che questo Dio non distrugga i malvagi, ma li benedica con il sole e la pioggia? Il Battista interpreta la nostra fatica di credere. È la tentazione che sempre ritorna anche oggi nella chiesa, di quei gruppi di credenti che si sentono super-cattolici. Perché questo Messia non separa le mele marce che fanno marcire anche le buone? Il non credente che è in me, disilluso, mi contesta: “hai tanto pregato e la pace non è arrivata”! in realtà il mondo non è inguaribile, ma un ammalato affidato alle nostre cure. La risposta di Gesù è un programma del tutto laico: sei credibile se la tua presenza asciunga qualche lacrima, se restituisci dignità a chi l’ha perduta, se aiuti anche una sola persona a vivere meglio.
Immacolata - A 8 dicembre 2025 - (Lc 1,26-38)
L’espressione Maria immacolata può prestarsi a confusione. Ancora oggi alcuni pensano che evochi la concezione verginale di Gesù, mentre significa che è stata protetta da ogni macchia di peccato.
L’espressione Maria immacolata può prestarsi a confusione. Ancora oggi alcuni pensano che evochi la concezione verginale di Gesù, mentre significa che è stata protetta da ogni macchia di peccato. È la madre che si fa serva fedele, accoglie la Parola e la partorisce. Le madri partoriscono e rinnovano il mondo. Nessuna guerra, incendio o cataclisma le ferma, agiscono per amore alla vita. «Non temere Maria» le dice l’angelo. E quando si sente dire che «Nulla è impossibile a Dio», si dichiara sua serva. La psicanalisi ci dice che siamo condizionati dal passato, mentre Maria è condizionata dal futuro. Pur fidandosi Maria sperimenta momenti di gioia e di dolore: tocca con mano che la vita non è facile. È faticoso restare quando non si può fare nulla, ma lei rimane, portando dentro fatti che non capisce, avvenimenti umanamente senza senso.
Mi piace questa donna! Si accorge se nei momenti più duri manca l’amore, è attenta alle difficoltà come alle nozze di Cana, sotto la croce non scappa. Ogni persona che sta per morire chiama “mamma”. È una donna umile senza diventare servile, è paziente senza diventare ostinata, è gioiosa senza diventare superficiale, è silenziosa senza diventare invadente, è madre senza cercare espedienti della scienza, è luminosa senza abbagliare nessuno, è fedele senza pretendere di essere la prima donna, è paziente senza diventare ansiosa. Lo stile di Maria può risvegliare la nostra umanità oggi così inquieta, così delusa, in cui manca la libertà di lasciarsi turbare, la pazienza di durare, il coraggio di osare la domanda. Eppure anche oggi ci sono gli angeli che vengono a trovarci, vestiti nei modi più diversi, e li riconosciamo solo quando se ne sono andati.
Domenica 7 dicembre 2025 - 2 Avvento A (Mt 3,1-12)
Nel vangelo si alza forte il grido di Giovanni Battista il battezzatore: «Convertiteti, perché il regno dei cieli è vicino». Un racconto ebraico si dice che un discepolo riferì al suo maestro: “È arrivato il Messia” e il maestro rispose: “Come può essere venuto il Messia se niente nel mondo è cambiato?”.
Nel vangelo si alza forte il grido di Giovanni Battista il battezzatore: «Convertiteti, perché il regno dei cieli è vicino». Un racconto ebraico si dice che un discepolo riferì al suo maestro: “È arrivato il Messia” e il maestro rispose: “Come può essere venuto il Messia se niente nel mondo è cambiato?”. È questa lobiezione che talvolta viene posta ai cristiani: come potete credere in un mondo nuovo se tutto è come prima? Chi è forte continua a schiacciare i deboli, la dignità della persona è calpestata, il virus della discordia è ancora vivo, le guerre sembrano nascere come i funghi. In realtà non è Dio in ritardo, ma sono i nostri occhi non ancora pronti a “riconoscerlo”. Egli viene non accanto a noi, ma dentro di noi, nel cuore, nel centro della nostra esistenza. Viene con il soffio della sua Parola che spazza via la pula e lascia sull’aia solo i preziosi chicchi, viene con il silenzio del suo amore che taglia non l’albero della nostra vita, ma le radici del male che non portano frutto.
«Convertitevi» non significa fare un gesto generoso, ma cambiare lo sguardo, la mentalità, il cuore. Non una verniciata morale, ma uno spostamento di direzione. Nessuna appartenenza alla religione garantisce, nessun battesimo da solo ti salva, nessuna parentela di persone devote assicura, nessuna candela o incenso proteggono... Solo un cuore nuovo rende vere le persone. Quando il profeta dice che il lupo dimorerà con l’agnello, il leone con il bue, il bambino con il serpente, è proprio un sogno? Le contraddizioni non mancano, tuttavia, esistono anche gli abracci tra nemici, il saluto tra parenti feriti, la stretta di mano tra l’arabo e l’ebreo, l’intesa tra il russo e l’ucraino, l’armonia tra il bianco e il nero, la riconciliazione tra sposi separati, il perdono tra ladri e rapinati, il “com-patimento”tra l’infedele e il tradito… Tutti questi sono germogli di persone che stanno diventando un popolo.
Domenica 30 novembre 2025 - 1 Avvento A (Mt 24, 37-44)
Questa domenica di Avvento è la prima di un nuovo anno liturgico. La venuta del Signore è derscritta come quella del ladro, non perché viene a rubare, ma perché viene nell’ora che non immaginiamo.
Questa domenica di Avvento è la prima di un nuovo anno liturgico. La venuta del Signore è derscritta come quella del ladro, non perché viene a rubare, ma perché viene nell’ora che non immaginiamo. L’invito è di vegliare, di rimanere svegli, di non prendere sonno. Nel vangelo si dice che nei giorni di Noè la gente mangiava e beveva, si sposava e metteva al mondo figli. Ma che facevano di male? Niente, ma vivevano superficialmente, non si accorsero di nulla, finchè non venne il diluvio che li travolse. Si tratta di alzare lo sguardo senza accontentarci di essere sazi, senza cercare la proprietà che ci manca… Due uomini saranno nel campo, dice Gesù, ma solo uno verrà preso e l’altro lasciato, due donne macineranno, ma una verrà portata via e l’altra lasciata. Non si parla dell’angelo della morte, ma di due modi diversi di abitare la vita: uno adulto e l’altro infantile.
Tenetevi pronti, ripete Gesù, perché è possibile vivere distratti: senza accorgersi neppure di chi ti sfiora nella tua casa, di chi ti rivolge la parola, di chi ti cerca con occhi di lacrime asciutte. Il rischio è di vivere senza capire che nessun genitore mette i figli su una barca, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra. Il pericolo è di vivere addormentati senza riconoscere i germogli che in silenzio non smettono di sbocciare. Il diluvio è sempre in agguato per tutti: basta un dispiacere, un insuccesso, una malattia, un incidente, una delusione del cuore… Sono almeno due i modi di vivere, dice Gesù: uno è di chi è chinato sul suo piatto e l’altro che spezza il pane e l’amore con altri. Tra questi due uno non si accorge di nulla, l’altro è pronto all’incontro con il Signore che nasce. Avvento non è attendere il Bambino che nasce, lui è già nato, ma aspettare che nasca in me.
Domenica 26 novembre 2023 - Cristo re A (Mt 25, 31-46)
«Ciò che avete fatto ai miei fratelli, è a me che l’avete fatto». Gesù ci sta dicendo che il povero è il cielo di Dio. Nel suo cielo noi entreremo solo se saremo entrati nella vita del povero.
«Ciò che avete fatto ai miei fratelli, è a me che l’avete fatto». Gesù ci sta dicendo che il povero è il cielo di Dio. Nel suo cielo noi entreremo solo se saremo entrati nella vita del povero. Un detto ebraico dice: se un uomo chiede il tuo aiuto, non dirgli devotamente “rivolgiti a Dio, abbi fiducia, poni in Lui la tua sofferenza”, ma agisci come se Dio non ci fosse, come se in quel momento al mondo ci fossi solo tu per aiutarlo. Non si tratta di compiere opere di misericordia e di giustizia sociale per guadagnarci la salvezza, il paradiso, ma le opere che compiamo a favore di chi è in difficoltà dimostrano che siamo già stati salvati. La nostra mano tesa non è la causa della salvezza, ma la prova che Dio ci ha salvati e ci ha resi capaci di aiutare altri a stare meglio. Alla fine questo Re non chiederà se abbiamo fatto qualcosa per Lui, ma per chi ha bisogno.
Da piccoli siamo stati educati con domande e risposte del catechismo. Una domanda chiedeva: “Per quale fine Dio ci ha creati?” E la riposta da imparare a memoria era: “Per conoscere, amare e servire Dio in questa vita e goderlo per tutta l’eternità”. Nella risposta mancava una parte essenziale: come servire Dio, se non in chi ha fame, in chi ha sete, in chi era straniero, nudo, malato, in carcere? Il giudizio finale non sarà sugli atti di culto, sul numero delle preghiere o sulle cose che ci hanno fatto arrabbiare nella vita, ma sulla qualità delle relazioni che abbiamo costruito con gli altri. Avremo sorprese che non immaginiamo: non credenti e senza dio che passeranno avanti a coloro che magari si sono illusi di una religiosità formale e di convenienza. Il rischio dei paraticanti è di accontentarsi di fare “gargarismi” domenicali con il nome di Dio e usarlo come bastone per schiacciare gli altri, non facendosi trovare agli appuntamenti con chi è nel bisogno. La separazione finale non sarà secondo l’etnia, ma morale: tra giusti e ingiusti, tra quando siamo stati pecore e quando capre.
Domenica 19 novembre - 33 A (Mt 25,14-30)
La parabola del vangelo ci porta a verificare la nostra idea di Dio. Sono ancora molti i cristiani che pensano Dio come un ragioniere spietato che fa pivere dal cielo, quasi magicamente, favori e preferenze, in base ai meriti.
La parabola del vangelo ci porta a verificare la nostra idea di Dio. Sono ancora molti i cristiani che pensano Dio come un ragioniere spietato che fa pivere dal cielo, quasi magicamente, favori e preferenze, in base ai meriti. O qualcuno lo pensa come un vigile urbano che che si diverte a multare ogni nostra infrazione. Nella parabola emergono due visioni opposte della vita: l’esistenza come un’opportunità da vivere con serenità, oppure come un tribunale che fa paura. Si parla un ricco signore che alla sua partenza consegna a tre dipendenti i suoi talenti, secondo le capacità di ciascuno. Al suo ritorno i primi due li riconsegnano trafficati in modo diverso, il terzo restotuisce quello che ha sotterrato. I primi due si sentono dire: «sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto». Il terzo nel giustificarsi dicendo «so che sei un uomo duro», si sente chiamare «servo inutile». La paura del padrone paralizza, blocca, imprigiona.
Il talento è la nostra vita. Chi la vive seduto in panchina per paura di rischiare la difende, la protegge e quindi la impoverisce. La paura della vita paralizza. Chi non si sposa per la paura che il matrimonio fallisca, chi non mette al mondo figli per paura crescano male, chi non attraversa mai la strada per paura di un incidente, chi non semina mai perché il brutto tempo può compromettere il raccolto, vive paralizzato. Il problema non è passare la vita a invidiarci l’un l’altro, a giudicare se una persona ha o meno i “numeri”, ma si tratta di far fruttare ciò che ciascuno ha ricevuto. Dio non vuole indietro i suoi talenti, ma vuol vederli fruttificati secondo le diverse capacità. Tutti siamo suoi figli, ma non figli uguali. Egli non mi chiederà perché non sono stato come Mosè, come un profeta, come un santo, ma soltanto perché non sono stato me stesso. Ogni persona è un talento per gli altri, ma se non viene valorizzata, Dio la chiama «inutile». La paura di incontrare gli altri blocca la crescita!
Domenica 12 novembre 2023 - 32 A (Mt 25,1-13)
Nel vangelo si racconta una strana festa di matrimonio. Non sembra esserci la sposa. Lo sposo arriva a mezzanotte e porta con sé cinque ragazze sagge e rovina la festa alle altre cinque, sbattendo loro la porta in faccia.
Nel vangelo si racconta una strana festa di matrimonio. Non sembra esserci la sposa. Lo sposo arriva a mezzanotte e porta con sé cinque ragazze sagge e rovina la festa alle altre cinque, sbattendo loro la porta in faccia. E che cosa dire di tutte queste dieci ragazze che si addormentano? Matteo richiama la comunità alla vigilanza, che sentendo il peso tempo e l’affanno dell’attesa si addormenta, incrocia le braccia. Questa comunità non è fatta di perfetti, di eroi, di modelli a imitare. Siamo noi, vigilanti e dormienti, che sentiamo il peso della notte, come delle sentinelle che perdono la pazienza perché non vedono mai arrivare l’alba. Le dieci ragazze, quelle con l’olio nelle lampade e quelle senza, entrano nel sonno: fanno un pisolino. Tuttavia nel pieno della notte, quando ormai si pensava che la festa fosse compromessa, un grido rompe il silenzio: «Ecco lo sposo!». Le cinque ragazze con le lampade accese gli vanno incontro, mentre quelle senza olio ne chiedono, ma l’olio non si può scambiare. E a chi chiede di entrare alla festa senza luce lo sposo risponde duramente: «non vi conosco».
L’alternativa che il vangelo richiama è in fondo tra il vivere accesi o il vivere spenti. Anche noi attraversiamo lunghe notti di buio, continuiamo a sperare e non vediamo segni di cambiamento: rischiamo di stancarci, di rassegnarci. Cominciamo a spegnerci proprio come la luce della lampada che senza olio diventa sempre più debole. La notte avanza e Dio sembra non tenderci la mano. Ci addormentiamo come le dieci ragazze della parabola, perché il sonno ci vince, o forse perché non vogliamo vedere in faccia la cruda realtà. Il vangelo tuttavia ci rassicura. La notte finisce e proprio nel momento più buio, a mezzanotte, chi attende è svegliato da un grido: lo sposo è arrivato, la festa della vita continua. L’unico olio che lo sposo conosce è quello dell’amore, che nessuno può dare all’altro. Senza l’olio delle altre persone, infatti, la mia lampada si sarebbe spenta mille volte. Nessuno di noi può tener accesa la lampada della vita senza l’olio degli altri! Ecco la buona notizia di oggi: anche nel cuore delle notti più buie la forza dell’amore ci fa luce per continuare a camminare.
Domenica 5 novembre 2023 - 31 A (Mt 23,1-12)
Nel vangelo Gesù accusa duramente le autorità religiose del giudaismo nelle persone di scribi e farisei. Tre sono gli errori che denuncia e che svuotano la vita.
Nel vangelo Gesù accusa duramente le autorità religiose del giudaismo nelle persone di scribi e farisei. Tre sono gli errori che denuncia e che svuotano la vita. Innanzitutto contesta l’ipocrisia: dicono e non fanno. È la falsità delle figure religiose che si mostrano devote e perché potenti pretendono le persone al loro servizio. Inoltre Gesù denuncia la vanità di chi si sente religioso e fa di tutto per essere apprezzato, applaudito e ammirato nelle piazze. Infine denuncia il gusto del potere: essi impongono regole pesanti da portare, rischiano di spacciare come “volontà di Dio” precetti che sono loro invenzione. Gesù, per rendere autentica la vita, capovolge questi comportamenti e parla di un agire nascosto invece dell’apparire, della semplicità invece della doppiezza, del servizio invece del potere. Questa è la strada contromano di Gesù: Dio non tiene il mondo ai suoi piedi, ma si mette ai piedi di tutti per lavarli, guarirli, servirli.
Il ritratto offerto da Gesù nel confronto delle autorità religiose è davvero pesante. Egli fotografa con durezza l’“ipocrita”, cioè l’attore di teatro, il moralista che invoca leggi sempre più dure…, ma per gli altri. La tentazione dei farisei è la nostra, quando ci accontentiamo di dire con le parole, quando siamo severi e duri con gli altri per mostrarci più vicini a Dio. Gesù denuncia l’ipocrisia, il formalismo, l’esibizionismo, l’incoerenza, l’arroganza, la ricerca degli ossequi, il carrierismo delle persone religiose… Come gli scribi e farisei sono malati di vanità e fanno della religione il loro palcoscenico, così ogni occasione è buona anche per noi di esibire la nostra presunta religiosità. I più a rischio di falsità siamo noi persone religiose che vogliamo apparire buoni. Il rischio è di servire gli ultimi e sedere a tavola con i primi! Gesù denuncia chi insegna bene e razzola male, smaschera il piccolo fariseo che c’è in noi e mostra che la grandezza si misura dal grembiule che si indossa.
1 novembre 2023 - A (Mt 5,1-12a)
“Festa di tutti i santi”. È facile pensare a figure umane straordinarie, festa di alcuni privilegiati, di pochi che hanno compiuto miracoli, di quelli quelli le cui reliquie sono sugli altari. In realtà, solo Dio è santo e i battezzati partecipano di questa bontà.
“Festa di tutti i santi”. È facile pensare a figure umane straordinarie, festa di alcuni privilegiati, di pochi che hanno compiuto miracoli, di quelli quelli le cui reliquie sono sugli altari. In realtà, solo Dio è santo e i battezzati partecipano di questa bontà. Forse dimentichiamo che l’unico canonizzato da Gesù, senza se e senza ma, fu un ladrone al suo fianco sulla croce, quando gli disse: «Oggi sarai con me in paradiso». Lo stesso Gesù oggi ci dice che la santità non è nei miracoli, perché proclama beati donne e uomini comuni. E non per chissà quali gesti, ma semplicemente perché piccoli e non arroganti, amanti della giustizia e non menefreghisti, perché pazienti e non violenti, comprensivi e non superbi, tutti di un pezzo e non ricattabili, pacificatori che non soffiano sul fuoco, disposti a pagare di persona piuttosto che cercare tornaconti. La santità ci porta così alle nostre case, alle nostre parentele, ai nostri vicini di casa… In questo modo la reliquia della nostra bontà la teniamo sull’altare del nostro cuore.
Dicendo «beati i poveri» Gesù capovolge la mentalità odierna che ripete:è felice chi è ricco, chi è vincente, chi la fa franca, chi si appoggia ai potenti, chi fa bella figura, chi gira le spalle agli altri, chi pensa solo al proprio granaio…Le parole di Gesù «beati i poveri» non vanno lette in modo consolatorio, pio o devoto, ma è un invito alla lotta, a uscire dalle mille fabbriche di felicità del fare soldi, fare carriera, fare sesso, fare immagine… senza limiti. I mercati di oggi ci invitano a prendere questo “treno del benessere” pensando solo a noi stessi. I santi li conosciamo anche noi e non sono dei fantasmi! Non conosci anche tu «poveri in spirito?», quando dici: “quello è un uomo buono, quella una donna buona”. Uomini e donne che hanno nel cuore la giustizia, negli occhi la misericordia, nel volto la passione della riconciliazione, nella bocca il gusto della pace, nelle mani la difesa della dignità umana, nella pelle la delicatezza per chi è ferito… Anche tu sei chiamato “beato” quando canti in questo coro.
1 novembre 2023 - al Cimitero
La morte è un’esperienza quotidiana che sperimentiamo negli altri attraverso la malattia, la sofferenza, i lutti.
«Gesù [nel Getzemani] si mise in ginocchio e pregò così: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà". Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Allora dal cielo venne unangelo a Gesù per confortarlo; Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra» (Lc 22,41-44).
La morte è un’esperienza quotidiana che sperimentiamo negli altri attraverso la malattia, la sofferenza, i lutti. La morte nella forma umana della vita porta sempre con sé un’ingiustizia atroce. Arriva sempre prematuramente, anche per un grande anziano, perché la vita vorrebbe che ce ne fosse ancora. La morte arriva con violenza e non c’è mai naturalezza nella morte. Una pianta, un’ape, un cane, muoiono naturalmente dopo aver esaurito il loro ciclo vitale. Essi periscono, ma non muoiono. Periscono nel senso che obbediscono alla legge che regola il ritmo della natura. Diversamente la morte dell’uomo è sempre innaturale, capita troppo presto. Il libro biblico del Qohelet, ma anche nei bar si dice: “tutti abbiamo i giorni contati”. Li ha contati la pianta, l’ape, il cane, li ha contati la vita umana. Qual è la differenza? È che noi li contiamo: non li conta la pianta, l’ape e il cane. L’uomo comincia a morire quando inizia a nascere: Secondo Freud, padre della psicanalisi, l’uomo religioso spaventato dalla morte si rifiuta dietro lo scudo del padre, che prende il nome di Dio. Abbiamo i giorni contati e la religione sarebbe una fuga dalla realtà troppo dura. Meglio quindi rifugiarsi come un bambino sotto le coperte religiose.
Gesù non è immortale come le divinità pagane, non scappa dalla morte ma la incontra ma incontra la morte, fa l’esperienza traumatica che comporta, attraversa quel buio. La morte fa parte della vita. Noi tutti facciamo l’esperienza della morte del padre, della madre, di chi amiamo, del fratello, dell’amico… Nel Getzemani il corpo di Gesù suda sangue, trema, è angosciato e si rivolge a Dio-Padre dicendo: “Lasciami vivere ancora!”. Allontana il calice amaro della morte! È una preghiera umanissima di chi vuole vivere, perché il cuore della sua predicazione è la vita. Egli insegna che ciò che ha valore è la vita quando sa essere viva. Non fa la morale, ma chiede: la tua vita è viva? O vivi solo fisicamente come un morto che cammina? O la tua vita è un’ombra della vita? Per Gesù chi si allontana dalla Legge? Chi non rende la sua vita viva. L’albero della nostra vita si giudica dai frutti. Chi cade nel peccato è colui che si chiude, che non sa amare, che ha paura della vita. La paura della vita e quella della morte sono le stesse. Tutta la predicazione di Gesù è immersa nella vita: mangia con i peccatori, si lascia profumare da una prostituta… Gesù non è immortale: muore sulla croce. Io sono morto, ma vivo per sempre. In quanto morto, vivo per sempre.
Quando facciamo esperienza della perdita di una persona, del lutto, noi tocchiamo un vuoto, una camera vuota, un letto vuoto, un sedia a tavola vuota… Il dolore del vuoto (non posso più vederla, toccarla, sentire la sua voce…) è anche esperienza dell’amore. Il dolore è mescolato all’amore e il pianto è prova dell’amore. Gesù non è più tra i vivi, la persona cara non è più tra i vivi, non si lascia toccare e proprio in questo contatto senza contatto che si struttura la fede. È tra i morti, ma è ancora vivo dentro di me: porto con me una parola che mi fatto crescere, custodisco dentro un suo consiglio che mi ha salvato dal pericolo, conservo uno sguardo che mi ha perdonato, nessuno mi può rubare la sua presenza dentro di me che ancora oggi mi parla e mi tiene in piedi, perché chi ama non muore mai! Questa è la risurrezione.
Il giorno della morte e al morire di ogni giorno
ringraziamo il seno che ci nutrì e le braccia che ci ressero,
chi ci insegnò a camminare, a parlare, a leggere e scrivere
chi costruì il tetto che ci ripara, chi mille volte preparò la tavola
chi ci diede un esempio, chi ci mostrò il cielo
chi ci trasmise coraggio e ci tracciò sentieri
chi ci fece compagnia, chi ci donò il suo bacio e il suo abbraccio
chi ci ascoltò attento e paziente, chi ci sollevò nella caduta
e chi ci sarà vicino nel passo del morire. (Luca Sassetti)
Domenica 29 ottobre 2023 - 30 A (Mt 22,34-40)
«Qual è il più grande e primo comandamento?». È la domanda che un esperto delle Scritture chiede a Gesù. Lo sapevano tutti gli ebrei qual era: amare Dio e il prossimo. La genialità di Gesù, da buon ebreo e in sintonia con la Legge, consiste nel collegare i due comandamenti.
«Qual è il più grande e primo comandamento?». È la domanda che un esperto delle Scritture chiede a Gesù. Lo sapevano tutti gli ebrei qual era: amare Dio e il prossimo. La genialità di Gesù, da buon ebreo e in sintonia con la Legge, consiste nel collegare i due comandamenti. Il primo “amare Dio” non sta in piedi senza il secondo “amare il prossimo” e il secondo, cioè amare il prossimo come se stessi, trova la sua origine nel primo. Gesù sta dicendo: ama il tuo Signore e ama il tuo prossimo, come ami te stesso. Perché se non ami te stesso non sarai capace di amare nessuno. Se non ti vuoi bene, non puoi voler bene ad altri. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. L’odio, infatti, è spesso una variante impazzita dell’amore, mentre l’indifferenza riduce l’altro a un nulla: non si vede, non esiste. La novità del cristianesimo non è l’amore, perché tutti ne parlano, tutti lo raccomandano, a proposito e a sproposito, ma l’amore come quello di Cristo.
Gli esseri umani in generale amano, ma il cristiano ama al modo di Gesù. L’amore non è un gesto di Gesù, ma la sua persona, che ama quando lava i piedi ai discepoli, quando piange per l’amico morto, quando gode per il nardo profumato che Maria cosparge sui suoi piedi e poi li asciuga con i capelli, quando si rivolge al traditore chiamandolo amico, quando prega per chi lo uccide… Amatevi – dice Gesù – come io vi ho amati. Non quanto, ma come. Non conta la quantità, ma lo stile, il cuore. E amare, lo sappiamo è un’azione mai finita. Tutta la Legge è appesa a questi due comandamenti. Come una porta sta sospesa su due cardini, uno più alto e uno più basso, così la porta non gira su un cardine solo. Così la vita gira amando bene io e il prossimo. È davvero strano che nel vangelo una persona religiosa, un esperto della Legge, chieda a Gesù qual è il grande comandamento. Sembra un paradosso: più si è vicini alla religione e più è difficile accogliere Dio. Per esperienza non sappiamo mai se chi dice di amare Dio, lo ami davvero. Ma sappiamo che chi ama l’uomo, lo sappia o no, ama Dio.
«È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». I farisei dicono di voler chiedere un parere a Gesù, ma in realtà è un tranello. Se risponde di “sì” sarà accusato di mettersi contro Dio deludendo le attese dei poveri, se risponde di “no” si metterà contro il potere politico.