4 gennaio 2026 - 2 dopo Natale – A (Gv 1,1-18)
Oggi ci ritorna nel cuore l’annuncio di Natale: «La Parola si è fatta carne». Dopo tante parole pallide, monotone, consumate, dopo tante parole urlante, violente, piene di bugie, ambigue, seducenti che ci raggiungono, tutti sentiamo il bisogno di una parola diversa, cui affidare la vita. Ecco perchè i nostri passi ci portano ancora alla nascita di quel Bambino, perché lontani o vicini frequentatori di chiese o meno, ci rimane dentro la percezione che nel presepe ci sia una Parola nuova che protegge senza sequestrare, che aiuta senza pretendere nulla, che nutre senza chiedere ricompensa. Dicendo che la «Parola si è fatta carne» si sta dicendo che Dio ha scritto la sua presenza nella carne. Ancora incapace di parlare, questa carne umana mostra Dio in un modo così discreto e impensabile.
Prendendo carne non si dice semplicemente che perse corpo mortale, che si rivestì di muscoli, ma che divenne uno di noi, che si fece in tutto simile a noi sperientando i sentimenti, le passioni, le emozioni, i condizionamenti culturali, la stanchezza, la fatica, perfino l’ignoranza, le tentazioni, escluso il peccato cioè il vivere contro il Padre. per capire Dio, bisogna partire da questo Bambino di Betlemme e osservare: quello che Lui fa, ciò che Lui dice, come Lui insegna, come si comporta, come ama, chi preferisce, con chi va a cena, da chi va a casa, chi difende. Chi vive in questo modo ha la consapevolezza di essere amato da Dio, trasmette gioia, fa luce, dà sapore al mondo, contribuisce a tener viva la speranza.