1 gennaio 2026 - Maria madre di Dio (Lc 2,16-21)
Oggi, primo giorno dell’anno civile, la liturgia ci invita a celebrare Maria, madre di Dio. Otto giorno dopo Natale, troviamo lo stesso racconto di quella notte. Quella nascita non è facile da capire, ci disorienta, perché incredibile, ai nostri occhi immpossibile. È venuta il Messia e si fa trovare nel giro di poche fasciature, non in morbidi pannolini, ma nella ruvida paglia di una mangiatoia. I pastori dicevano: «Andiamo a vedere». E hanno trovato un bambino nato da poco. La prima visita è dei pstori che odorano di latte e di lana, sempre con le loro pecore, mai al tempio. Chi va a cercarlo nei sacri palazzi non lo trova, chi lo cerca soltanto nei regali, nei botti che regalno rumore, negli auguri che ti lasciano come prima, nei freddi messaggi telefonici, nelle luci che abbagliano gli occhi, rimane deluso… Dio si fa trovare in un bambino, in ciò che è umano, nella fragilità.
Lo troviamo in ciò che è fatto di carne, là dove c’è un cuore che batte, dove ci sono lacrime che scendono, dove ci sono fatti e parole che meditiamo giorno e notte senza capire. Per l’anno che viene non ci porta né salute, né ricchezza, né fortuna, né lunga vita, ma semplicemente la fiducia, per gustare la bellezza degli incontri umani, la sorpresa della riconciliazione, la forza per non avere paura. Viene per farci grazia per i nostri sbagli, per le ferite che abbiamo creato sulla pelle degli altri, per le schiocchezze e le vigliaccherie che ci siamo inventati. Egli rivolge il suo sguardo su di noi quasi a dire: tu mi interessi, mi piaci, ti tengo negli occhi. E se i suoi occhi mi cerheranno, se cadrò e mi farò male, Egli si piegherà ancoa su di me per rialzarmi. Lui, il Bambino, è presente nel tempio dell’umano. Ciò significa che ogni volta che incontriamo persone fragili e deboli lo prendiamo in braccio. Non ci auguriamo che sia nuovo l’anno che inizia, ma che questo anno ci trovi nuovi.