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Domenica 23 novembre 2025 - 34 C (Lc 21,35-43)

Gesù è crocifisso, sta morendo e tutti lo deridono, lo deridono: «guardatelo il re!» Il popolo, i capi religiosi, i soldati, tutti scandalizzati e d’accordo nel prendono in giro dicendo: «Salva te stesso!».

Gesù è crocifisso, sta morendo e tutti lo deridono, lo deridono: «guardatelo il re!» Il popolo, i capi religiosi, i soldati, tutti scandalizzati e d’accordo nel prendono in giro dicendo: «Salva te stesso!». Gesù appare un re giustiziato, non vittorioso. È inchiodato su un trono di sangue, in testa ha una corona di spine, ma dov’è il suo regno? Di solito il re ha il potere di dare la morte agli altri per avere in cambio la vita, di mettere in croce gli altri per evitare di essere messo in croce. Essere re è il sogno segreto di tutti: essere sopra gli altri, nutrirsi di potere, di avere e di successo. In realtà Gesù è un re diverso. Uno dei due ladri prova a difendere Gesù dicendo: «Lui non ha fatto nulla di male». È come dire: il mondo è di chi lo rende migliore. Non vedi che patisce con noi? Non ti accorgi che cammina nel nostro stesso fiume di lacrime?

Gesù è re estremamente vicino nella passione di ogni creatura umana. Il suo regno non avanza con la guerra, ma con il carro armato dell’amore, procede per abbracci e non per vendette. Il sogno di Gesù è far camminare chi è bloccato e non cammina, chi ha sete e non ha acqua, chi è incatenato e manca di libertà, Egli ci insegna che il primo dovere di chi ama è quello di essere con l’amato, anche sulla croce. A differenza di tutti i re della terra che ingrassano chi è già sazio, togliendo il boccone a chi ha fame, sfama lo stomaco vuoto. Non tiene nessuno in mano, ma si mette delle mani degli uomini, dà il pane invece di prenderlo, dà la vita invece di toglierla. Non si fa lavare i piedi, ma li lava a chi li ha sporchi, non regala il grembiule per servire, ma lo indossa per farsi servo. È un re che, per farsi conoscere, sa di avere bisogno dell’altro!

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Domenica 16 novembre 2025 - 33 C (Lc 21,5-19)

Nei cinquant’anni dopo gli eventi pasquali sono successi fatti tremendi. Si registrano guerre, rivoluzioni politiche, catastrofi, il tempio di Gerusalemme è distrutto, i cristiani sono perseguitati.

Nei cinquant’anni dopo gli eventi pasquali sono successi fatti tremendi. Si registrano guerre, rivoluzioni politiche, catastrofi, il tempio di Gerusalemme è distrutto, i cristiani sono perseguitati. Come spiegare questi fatti così drammatici? Si chiedevano: è la fine del mondo? Al tempo di Gesù si pensava che il mondo era così corrotto da attendere un nuovo mondo grazie all’intervento di Dio. In realtà Gesù non dice “quando” verrà il Regno di Dio, ma “come” attenderlo. Il segno che questo regno nuovo sta nascendo sono le persecuzioni. È vero che non mancheranno sollevazioni di popoli contro popoli, carestie, pestilenze, guerre, tradimenti, arroganze… ma – dice Gesù – «non preparare la vostra difesa». In altre parole non ricorrete ai metodi di chi vi perseguita attraverso la falsità, la corruzione e la violenza. Restate come pecore in mezzo ai lupi, senza travestirvi da lupi.

L’invito è alla perseveranza, che vuol dire: non mi arrendo. Nel mondo sembrano vincere i più violenti, i più crudeli, i più ricchi, ma la violenza ha i giorni contati perché si distruggerà da sola. Fidatevi che nessun frammento di amore andrà perduto, nessuna generosa fatica verrà dimenticata, nessuna dolorosa pazienza smetterà di portare frutto. Perderete i beni, il lavoro, la reputazione e forse anche la vita a causa del Vangelo, ma «Nemmeno un capello del vostro capo perirà». Occorre reagire con la logica del contadino che alla grandine risponde piantando nuovi vigneti, all’aridità del terreno seminando e vegliando sulla vita che nasce. La cosa peggiore che ci potrà capitare non è la morte fisica, ma il non essere capaci di amare. Niente è il morire, ma spaventoso è il non vivere, cioè il non amare.

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Domenica 9 novembre 2025 - Dedicazione Basilica Lateranense (Gv 2,13-22)

«È questo il disegno di amore di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla dii quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno». Quanto vale per noi un essere umano?

Nel giorno in cui la chiesa ricorda la Dedicazione della Basilica del Laterano ci chiediamo: Qual è la vera casa di Dio? Una casa di pietre? Una cattedrale? Una basilica? Gesù entra nel tempio non come un semplice turista e neppure come un devoto sbadato, ma come il Figlio irritato, sconcertato nel vedere la casa del Padre trasformata in un mercato. Per correggere l’idea di Dio libera lo spazio del tempio dalle logica mercantile: rovescia i tavoli, getta le monete per terra, mentre le colombe volano via. Dicendo: «Distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere», parlava del tempio del suo corpo, dopo la crocifissione e morte. Il tempio di Dio è la carne dell’uomo: tutto il resto fatto di pietre è decorativo. Gesù si mostra nella sua umanità e si fa presente nell’umanità di ogni persona che si lascia amare e che ama.

Gesù non accetta che il tempio sia trasformato in un luogo di commercio, dove tutto si risolve in uno scambio: io ti offro la mia preghiera, la mia candela, la mia elemosina e tu in cambio mi assicuri salute, benessere e felicità. Gesù cancella l’immagine del dio commerciante e contesta la fede da bottegai! La fede non consiste in un atto religioso, ma semplicemente umano. Non si tratta di credere “in” dio, ma di credere “come” Dio: di vivere con la stessa fiducia e la stessa capacità di amare. Casa di Dio è la persona umana, la sua carne: rispettata, difesa, onorata. Gesù oggi intende rovesciare i tavoli che ingombrano il nostro cuore, dove spesso tutto si compra e tutto si vende: affetti, amicizie, sentimenti, corpi, onestà, giustizia... Se tu dissacri il tempio della persona stai profanando il vero tabernacolo dove Dio abita.    

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2 novembre 2025 - Commemorazione defunti (Gv 6,37-40)

«È questo il disegno di amore di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla dii quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno». Quanto vale per noi un essere umano?

«È questo il disegno di amore di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla dii quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno». Quanto vale per noi un essere umano? Conta solo quello che produce, importa quanto è efficiente, vale per il denaro che accumula? Noi consideriamo l’uomo partendo dal basso e cioè un animale ragionevole, un gradino al di sopra degli animali, mentre il salmista lo vede come un gradino al di sotto… di Dio. Egli dice dell’uomo: «tu sei prezioso ai miei occhi, hai un valore immenso e io ti amo» (Isaia 43,4). Per Gesù ciò che conta è di andare a Lui, che significa accettare la sua parola e fidarsi della sua promessa di vita. Nessuno di questi sarà respinto!

Nel giorno della commemorazione dei defunti ci viene spontaneo pensare alle persone che mancano, alle sedie vuote attorno alla tavola, contiamo le assenze, si fanno sentire maggiormente le ferite del cuore che mai potranno risanarsi. Alziamo i nostri occhi verso quel cielo che sembra aver ingoiato i nostri cari, quelli che abbiamo amato e che non possiamo dimenticare. La morte non è semplicemente un’assenza, ma è un silenzio che interroga, un dolore che non trova pace, uno strappo che continua a bruciare. Troppo spesso, parlando dei nostri morti, diciamo: “li abbiamo persi”, come se si trattasse di un mazzo di chiavi, di un fazzoletto, di un orecchino. In realtà ciò che si ama non si perde mai. Gesù ci dice che il suo amore non permette che nulla e nessuno vada perso.

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Tutti i santi - 1 novembre 2025 - (Mt 5,1-12)

È la festa di tutti i santi, di tutti coloro che partecipano alla vita stessa di Dio. Chi è il santo? Il dizionario recita: “è colui che si dedica a cosa sacre, che vive secondo la Legge di Dio”.

È la festa di tutti i santi, di tutti coloro che partecipano alla vita stessa di Dio. Chi è il santo? Il dizionario recita: “è colui che si dedica a cosa sacre, che vive secondo la Legge di Dio”. In realtà egli è la persona che vive in sintonia con Dio. Fin dal battesimo, dalla cresima abbiamo stabilito un patto con Dio con il quale ci siamo impegnati a essere potenzialmente “diversi” rispetto al mondo per diventare sale e luce. La santità è un cammino verso il diventare pienamente umani. I santi sono quelli che il Vangelo chiama “beati”: sono i poveri, i tormentati, quelli che piangono. I “beati” sono le persone che si sentono ospiti sotto il cielo, i barboni che ancora dormono nelle stazioni, gli immigrati che vivono in qualche modo, sono i peccatori che Gesù accoglie a braccia aperte. È la festa dei cosiddetti santi anonimi, non proclamati dagli uomini, ma ben conosciuti solo da Dio.

I santi di oggi sono quelli nascosti: senza un nome, senza una data, senza essere acclamati in piazza San Pietro. Il santo non è l’essere umano moralmente integra, ma integrale, perché ha fatto pace con gli angeli e con i demoni, le luci e le ombre che lo abitano. È l’uomo riconciliato, anzitutto con se stesso, e quindi in grado di esserlo con gli altri. Santo è chi ama ogni creatura umana come fratello e sorella, chi tende la mano a chi ha bisogno, chi non è ansioso per il vestito, per il cibo, per la collana da indossare, chi non cede la tentazione di giudicare, chi non pretende nulla da Dio ma accetta tutto come un regalo. È grande la schiera di quelli che escono da famiglie tribolate, perché come agnelli assistono in casa persone disabili o ferite dalla vita… Di tutti questi oggi è la festa!

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Domenica 26 ottobre 2025 - 30 C (Lc 18,9-14)

Il vangelo ci presenta dieci lebbrosi riuniti dalla stessa sofferenza e appoggiati l’uno all’altro. Gesù sentendosi dire «abbi pietà di noi», appena li vede, senza aspettare, li incontra.

La parabola del vangelo è raccontata «per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». In primo piano non c’è la preghiera, ma il modo di vedere Dio, l’altro, la vita. Un fariseo e un pubblicano «salirono al tempio a pregare». Il fariseo «stando in piedi» non celebra Dio, ma se stesso. non c’è che dire: proprio una brava persona, una di quelle che segue le regole religiose, a cui nulla sfugge, nemmeno gli sbagli degli altri, che gli servono per la sua presunta perfezione. Prega «rivolto a sé», cioè si pregava addosso. A lui si contrappone un pubblicano il quale «fermatosi a distanza non osava alzare gli occhi al cielo e si batte il petto dicendo: o Dio abbi pietà verso di me peccatore». Due modi non solo di pregare,  ma di vivere. Il primo con arroganza fa mostra di sé, il secondo esitando fa mostra della misericordia di Dio.

Il fariseo interpreta la religione, il tentativo di legarsi a Dio attraverso un equipaggiamento religioso fatto di pratiche, di preghiere, di obbedienza ai precetti. In questo modo trasforma il rapporto con Dio in un commercio: io ti do e tu mi ricompensi perché lo merito. Non parla a Dio, ma a se stesso: sa distinguere il bene dal male e il male sono gli altri! Il peccatore pubblico, invece, passa come inosservato, perché consapevole della propria debolezza e fragilità. Il rischio c’è anche oggi che il momento comunitario di preghiera diventi una sfilata di moda, un’occasione per giudicare gli altri, uno sguardo di sufficienza che osserva l’altro dall’alto in basso, quasi fossimo noi i padroni e i giudici. Gesù concludendo con le parole: «Chi si umilia sarà esaltato», non invita a svalutarsi, ma ad abbandonarsi con fiducia al un Padre che di misericordia se ne intende.

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Domenica 19 ottobre 2025 - 29 C (Lc 18,1-8)

Il vangelo ci presenta dieci lebbrosi riuniti dalla stessa sofferenza e appoggiati l’uno all’altro. Gesù sentendosi dire «abbi pietà di noi», appena li vede, senza aspettare, li incontra.

Quando preghiamo a volte abbiamo l’impressione di parlare a vuoto, le nostre parole sembra non trovare aperto l’orecchio di Dio. Chiediamo e non arriva nessuna risposta, solo un silenzio ostinato, un muro sembra separarci dall’Altro. Eppure la piccola vedova, di cui racconta Gesù nella parabola, questa donna insistente che non si arrende all’indifferenza del giudice, nella vita ci insegna a non abbandonare la lotta, a resistere anche quando gli ostacoli sembrano impossibili, a non smettere di abbassare la bocca alla fontana. La sua fragilità non le permette di arrendersi, ma di continuare a bussare. Dio non ascolta la nostra richiesta, ma esaudisce le sue promesse, come un genitore risponde con ciò che può far bene alla nostra vita, anche se immediatamente si capisce. La preghiera è espressione di riconoscimento e di fiducia per chi sa di essere in debito.

Gesù parla della «necessità di pregare sempre, senza stancarci». Pregare non vuol dire semplicemente dire le preghiere, ma esprimere il nostro grazie a Colui che ci ospita in questa vita: è come voler bene. Se ami davvero qualcuno, se sei suo amico sempre gli vuoi bene! Non si tratta di sentirci soddisfatti per i numero di preghiere che abbiamo detto, perché conta di più una sola parola pronunciata nell’intimità con Dio, che mille stando da Lui lontano. Il vangelo conclude poi con una domanda: «il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Non chiede se troverà risultati, ma fiducia. Egli ama l’intensità della relazione con Lui più che la quantità. Pregare significa sentire dentro durante la giornata la presenza di Dio, come la donna incinta che ama sempre il suo bimbo che vive in lei anche se non ci pensa.

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Domenica 12 ottobre 2025 - 28 C (Lc 17,11-19)

Il vangelo ci presenta dieci lebbrosi riuniti dalla stessa sofferenza e appoggiati l’uno all’altro. Gesù sentendosi dire «abbi pietà di noi», appena li vede, senza aspettare, li incontra.

Il vangelo ci presenta dieci lebbrosi riuniti dalla stessa sofferenza e appoggiati l’uno all’altro. Gesù sentendosi dire «abbi pietà di noi», appena li vede, senza aspettare, li incontra. Non li guarisce, ma dice «andate a presentarvi ai sacerdoti». Secondo la Legge antica i lebbrosi ì, perché impuri, non possono andare da loro. Eppure vanno sulla sua Parola e mentre camminano sono purificati. Hanno bisogno, si fidano di Lui, tutti guariscono e solo lo straniero torna a ringraziarlo: da semplice guarito si avverte salvato, da essere umano che respira sente di vivere. Si china ai piedi di Gesù perché percepisce che tutta la sua vita, non solo la sua pelle, è stata trasformata. L’amore di Dio è un continuo corteggiamento, non scavalca la nostra ombra, ma l’attraversa tutta.

Il samaritano ci dà lezione di gratitudine: passa dal dono al donatore e fa del suo ringraziamento l’espressione della sua fede nel Maestro giudeo. Gesù ci sta dicendo: non avere paura, non credere di essere così impuro da non poterti avvicinare a Dio. Riprendi il cammino, perché la guarigione avviene durante il lento procedere della tua storia personale. Non ti è chiesto prima di diventare migliore, ma di camminare nella vita anche con ciò che non ti piace, anche con chi preferisci stare alla larga, come i lebbrosi. Cammina così come sei, con la tua storia, la tua fragilità, con le tue zone d’ombra che ti porti dentro, con i tuoi ripetuti sbagli. Non è la Legge che salva, ma la fiducia in Gesù Cristo e torna ogni giorno a ringraziarlo.

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Domenica 5 ottobre 2025 - 27 C (Lc 17,5-10)

Gesù dopo aver espresso la sua proposta di perdonare senza misura, i discepoli chiedono: accresci in noi la fede zoppicante. Quasi a dire: da soli non ce la facciamo!

Gesù dopo aver espresso la sua proposta di perdonare senza misura, i discepoli chiedono: accresci in noi la fede zoppicante. Quasi a dire: da soli non ce la facciamo! E Gesù: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa». Mi chiedo: “Come posso sapere se ho fede?”. Gesù risponde: la misura della fede è essere servo. «Quando avete fatto tutto dite: siamo servi inutili», cioè senza pretese, senza ricompensa. Si tratta di un servizio che non ha bisogno di appalusi, di consenso, di gratificazioni. È il servizio che è vero, non la ricompensa. La fede non è un pacco che arriva con Amazon! Con un granello di fede possiamo dire al gelso: sràdicati e vai a piantarti nel mare! Fede vera non è piantare alberi nel mare, ma è nel miracolo di  poter dire: sono servitore delle vite che mi sono affidate: di mia moglie, di mio marito, dei miei figli, dell’anziano con poca salute e che non avanza nemmeno la pretesa di guarire.

La sensazione più tremenda nella vita è quella di sentirsi inutili tipica di chi si chiede: “A che chi e a che cosa servo ancora?”. Ma Gesù ribalda questa lettura dicendo che non è inutile il servizio, ma il servitore. Inutile significa non determinante, non decisivo, indica che la forza che fa crescere non appartiene al seminatore, che l’energia che fa cambiare la vita non sta nel predicatore, ma nella Parola. Noi siamo come flauti, ma il soffio è del Signore. Ho visto gente coltivare la terra completamente arida, genitori restare in piedi dopo la morte di un figlio, persone portare con dignità problemi senza soluzioni, mura alte di odio sgretolarsi. I veri nemici non sono i cattivi, ma i rasseganti.Si può essere immersi in pratiche religiose e non avere fede.Forse tra le nostre virtù, manca la fede nell’umanità.

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Domenica 28 settembre 2025 - 26 C (Lc 16,19-31)

INel vangelo il padrone loda chi l’ha derubato: è un peccatore che fa lezione ai discepoli. Si tratta di una parabola che ha sempre suscitato un certo imbarazzo perché Gesù mette in cattedra un amministratore disonesto e non può raccomandare ai cristiani di imitarlo.

Nella parabola del Vangelo due sono i protagonisti che muoiono, si incrociano, ma non si parlano: uno sulla terra veste come un miliardario in una casa lussuosa, l’altro è vestito di piaghe e abita la strada. Dio non è mai nominato, eppure è presente dove ci sono le piaghe del povero. Il ricco è un tale che non ha un nome, a differenza del povero che è qualcuno e si chiama Lazzaro. Il ricco è solo come un cane, mentre accanto a Lazzaro ci sono dei cani che gli fanno compagnia. Dopo la morte Lazzaro è portato in alto davanti ad Abramo, mentre il ricco è sepolto in basso fra i tormenti. Il ricco chiede ad Abramo: “manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito per bagnarmi la lingua, perché soffro in questa fiamma. […] Mandalo ad avvisare i miei cinque fratelli, perché non facciano la mia stessa fine….”. E Abramo: “hanno la parola dei profeti, la Parola di Dio hanno il grido dei poveri e nessun altro miracolo può convertirli!”

Nel nostro mondo chi ha un nome? Chi è sulle prime pagine dei giornali? Sono i ricchi, chi ha successo. Spesso chi è ricco è come cieco, non vede chi è alla sua porta. Ha occhi solo per difendere con i denti la sua “roba” e minaccia chi la tocca. Il suo peccato non è il vivere nel piacere, nell’amore per il lusso, nell’eccesso della gola, ma nel non saper svestirsi dell’indifferenza, nel non vedere chi ha bisogno. Per il ricco è come se Lazzaro non esistesse: non gli fa del male, ma non fa nulla per lui. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza, mentre il primo miracolo è accorgersi che l’altro esiste. «Chi non ama, infatti, è omicida» (1Gv 3,15). Non ha senso onorare Dio in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori si trascura chi soffre di freddo. Il corpo di Cristo sull’altare non ha bisogno di mantelli, mentre chi è fuori sulla strada ha bisogno della coperta.

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Domenica 21 settembre 2025 - 25 C (Lc 16,1-13)

INel vangelo il padrone loda chi l’ha derubato: è un peccatore che fa lezione ai discepoli. Si tratta di una parabola che ha sempre suscitato un certo imbarazzo perché Gesù mette in cattedra un amministratore disonesto e non può raccomandare ai cristiani di imitarlo.

Nel vangelo il padrone loda chi l’ha derubato: è un peccatore che fa lezione ai discepoli. Si tratta di una parabola che ha sempre suscitato un certo imbarazzo perché Gesù mette in cattedra un amministratore disonesto e non può raccomandare ai cristiani di imitarlo. Il dirigente sa fare solo il supervisore, non è n grado di adattarsi a zappare e neppure ad abbassarsi a chiedere l’elemosina. Con i debitori reagisce con scaltrezza e non come uno strozzino. Rinuncia ai beni per conquistare gli amici che in futuro non si dimenticheranno di lui. il padrone pur elogiando la scaltrezza dell’amministratore per due volte definisce “disonesta” la ricchezza, mentre noi siamo sempre stati convinti che esistesse una ricchezza onesta, guadagnata col sudore della propria fronte. Per Gesù la ricchezza cresce con mai insanguinate sulla schiena dei poveri.

La ricchezza normalmente chiude le case, costruisce muri, installa allarmi, soffoca le amicizie, mentre il dono le apre, perché gli altri ci accoglieranno in casa loro. Gesù dice una parola bellissima: «Fatevi amici con la ricchezza». Chi vince davvero nel gioco della vita? Chi ha più amici, non chi ha più soldi. Perché lo sguardo di Dio non cerca in me il male che ho commesso, ma il bene che ho seminato nei solchi delle mie giornate. Non guarderà a me, ma vicino a me: accanto ai miei poveri, ai miei debitori, ai miei amici. Hai provocato lacrime? Hai rubato? Ora comincia a dare. L’amministratore trasforma i beni materiali in strumento di amicizia, regala pane, olio, vita ai debitori. Gesù non ci dice di buttare la ricchezza, ma di usarla in modo scaltro, giocandola in modo fraterno, perché nelle braccia di chi hai aiutato ci sono le braccia di Dio.

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Domenica 14 settembre 2025 -Esaltazione della Croce (Gv 3,13-17)

Il brano del vangelo è scomodo, a tratti duro, fuori tempo, tutt’altro che parole che suggeriscono il riposo. Gesù dicendo «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra», non contraddice se stesso quando da Risorto disse: «Pace a voi?».

In questa domenica la liturgia si tinge di rosso e celebra la festa dell’esaltazione della Croce. Gli Orientali celebrano la Croce con una solennità paragonabile alla Pasqua. È la festa che tiene insieme le due facce dell’unico evento pasquale: la croce del Risorto con tutte le sue piaghe e la risurrezione del Crocifisso con tutta la sua luce. Parafrasando Kant possiamo dire che “la croce senza la risurrezione è cieca e la risurrezione senza la croce è vuota”. Se il popolo nel deserto guariva dal morso dei serpenti velenosi guardando il serpente di bronzo innalzato da Mosè, così il cristiano può guarire guardando al Figlio innalzato sulla croce. In questo modo la croce di Gesù diventa segno di vita. Gesù afferma: “Dio ha tanto amato”. Noi siamo gente amata da Dio, non siamo cristiani perché amiamo Dio, ma perché crediamo che Dio ci ama.

Il vangelo, esaltando la croce, sembra capovolgere la logica del mondo.Per salire occorre scendere, per trovare la vita bisogna perderla.Per troppo tempo, forse, abbiamo frainteso la Croce come il gusto sadico di amare il dolore, quasi fosse un modo per comprarsi il Paradiso. In realtà si accetta di soffrire solo per amore di qualcuno. Se talvolta sentiamo le nostre croci pesanti, significa che non amiamo qualcuno che valga tutta quella fatica. La Croce non ci deve creare sensi di colpa, ma ricordarci quanto valiamo davanti al Signore. “Tu, ci dice il Crocifisso, vali tutto, anche la mia stessa vita”. Per questo una persona è disposta a soffrire per chi ama. Ecco il paradosso cristiano: la Croce, il più terribile fra i supplizi è per il cristiano l’albero della vita. Se “Dio ha tanto amato” ogni volta che una creatura ama tanto, in quel momento sta facendo una cosa divina.

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Domenica 7 settembre 2025 -23 C (Lc 14,25-33)

Il brano del vangelo è scomodo, a tratti duro, fuori tempo, tutt’altro che parole che suggeriscono il riposo. Gesù dicendo «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra», non contraddice se stesso quando da Risorto disse: «Pace a voi?».

Le parole: “se uno non mi ama più della propria vita…” sembrano le parole di una persona esaltata. In realtà chi ama sa bene che la persona amata vale molto più della propria vita. Vedendo la folla che lo segue Gesù chiarisce bene che cosa significa andare dietro a lui. Non illude nessuno, non strumentalizza l’entusiasmo, non sfrutta le debolezze. Non chiede di sacrificare gli affetti di ogni giorno per amare prima di tutto e di più Dio, non domanda di camminare in discesa e prevede di non amare le cose, ma le persone. La richiesta di amare Dio non è primariamente affettiva, ma domanda fedeltà, correttezza e lealtà nei rapporti con gli affetti di ogni giorno. Egli chiede di amare la madre, il padre, il figlio, la moglie, il marito, l’amico con tutto il cuore, perché amandoli senza misura adoperiamo la misura di Dio con noi.

Gesù dicendo “se uno non mi ama di più”, non significa togliere amore agli affetti più cari, ma imparare da Lui per rendere più vivi e più luminosi i nostri amori e i nostri legami. Chiedendo di portare la croce non ci domanda di amare il dolore, ma di amare in modo disarmato, che non si arrende e non tradisce. Inoltre, come atto di libertà, esige di rinunciare agli averi quasi a dire: esci dall’ansia del possedere, dall’illusione che ti fa dire: “io ho, accumulo e quindi sono e valgo”. Diversamente per Gesù un essere umano vale quanto vale il suo cuore e non quanto il suo conto in banca. In questa logica ciascuno possiede solo ciò che ha donato, quello che nessuno mai gli porterà via, perché tutto ciò che avrà trattenuto finirà per possederlo.

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Domenica 24 agosto 2025 -21 C (Lc 13,22-30)

Il brano del vangelo è scomodo, a tratti duro, fuori tempo, tutt’altro che parole che suggeriscono il riposo. Gesù dicendo «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra», non contraddice se stesso quando da Risorto disse: «Pace a voi?».

Gesù era in cammino verso la croce, la porta stretta che umanamente apre al fallimento. Un tale gli chiese: «Signore sono pochi quelli che si salvano?». Gesù non risponde, perché la domanda non ha senso o è posta male. Si discute degli altri, non di se stessi dicendo: “io mi salvo o non mi salvo?”. La prima condizione posta dal Maestro è: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta». Non dice: “sforzatevi di essere buoni, di non fare peccati”, ma è un invito a “lottare”. Egli si riferisce al fariseo, al praticante DOC, di origine controllata, che conduce una vita esemplare, digiuna più del previsto, non è ladro né adultero, eppure non entra nella festa. Il suo errore è la presunzione, la fiducia di essere tra i migliori, l’orgoglio delle proprie opere buone. Perciò gli è chiesto di farsi piccolo, di rinunciare a essere grande e farsi servo di tutti.

Questo fariseo oggi potremmo essere anche noi che diciamo: ti abbiamo ascoltato, abbiamo mangiato il pane con te, il nostro nome è scritto nei registri dei Battesimi, pensiamo di avere le carte in regola per entrare nella festa e tu ci rispondi: “non vi conosco, non sono di che parrocchia siete!”. La condanna è rivolta alle maschere religiose, alla presunzione di chi è gonfio dei propri meriti, ai cristiani tiepidi che si vantano di un’appartenenza esteriore: celebrano liturgie vuote, riti esteriori e non “lottano” per cambiare la liturgia della vita. Tutti a malincuore abbiamo sentito l’accusa: “vanno in chiesa e fuori sono peggio degli altri…”. Può succedere se facciamo azioni per Dio, ma nessuna per i fratelli, per i familiari, per i parenti, per i vicini, per i colleghi... Non basta ascoltare mangiare il pane che è Gesù, occorre farsi pane spezzato per la fame di altri.

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Domenica 17 agosto 2025 -20 C (Lc 12,49-53)

Il brano del vangelo è scomodo, a tratti duro, fuori tempo, tutt’altro che parole che suggeriscono il riposo. Gesù dicendo «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra», non contraddice se stesso quando da Risorto disse: «Pace a voi?».

Il brano del vangelo è scomodo, a tratti duro, fuori tempo, tutt’altro che parole che suggeriscono il riposo. Gesù dicendo «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra», non contraddice se stesso quando da Risorto disse: «Pace a voi?». Le sue parole bruciano, il suo modo di parlare è incendiario, sembrano i toni di un piromane. In realtà il fuoco di cui parla e che è venuto a portare non è distruggente ma costruttivo. Non è il fuoco attorno al camino, ma quello che brucia nel cuore dei profeti, quello che incendia la coscienza malata. Quello del vangelo è un fuoco che manda in frantumi un vecchio equilibrio che si trascina nella casa, nella comunità, nella società. Egli non è venuto a bruciare la pace vera, ma la le situazioni sbagliate fondate su egoismi, silenzi e indifferenze.

Siamo discepoli di un Maestro che ha parole che bruciano dentro, contro una fede che rischiamo di pensare come un tranquillante, un sonnifero, un calmante. La parola del Nazareno non mette in pace la coscienza, ma la risveglia dalla falsa pace. Egli ci invita a prendere le distanze da tutti quelli che intendono appiccare il fuoco della durezza, del giudizio, della spietatezza. Ci parla di un fuoco che rompe la pace apparente per fare posto al fuoco interiore di chi ama, di chi brucia dalla voglia di fare pace. Non è un invito alla neutralità, alla mediocrità o all’indifferenza, ma è accendere un fuoco che consuma le false immagini religiose di una fede ridotta a mercato e di una pratica che tranquillizza la coscienza. La pace di Gesù non si addomestica, pensandola come una campana di vetro sotto la quale vivere tranquilli. Stare vicino a Lui è stare vicino al fuoco, che brucia tutte le falsità, le doppiezze, le “recite” religiose e frequentare i suoi preferiti: i deboli, i feriti dalla vita.

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Maria assunta - 15 agosto 2025 -19 C (Lc 1,39-56)

Ciascuno di noi è amministratore di un tesoro fragile e prezioso: la nostra vita. La parabola del signore e dei servi è scandita in tre momenti. Tutto inizia con il padrone che se ne va e affida la casa ai suoi servi.

Nella liturgia di oggi Maria assunta in cielo intona un canto di speranza. Quel Dio che ha sentito entrare nella storia, venire come vita nel grembo, intervenire nella normalità dei giorni e non con gesti spettacolari. Protagoniste sono le donne, due madri, cugine, entrambe incinte di vita in modo “impossibile”, che si salutano e ringraziano il Dio della vita. Maria avendo compreso che questo Dio è partigiano a favore dei poveri ripete che Egli Dio innalza, solleva, riempie, abbatte, rovescia, si ricorda e crea una terra nuova per chi a fatica cammina sulla terra. Maria non si inginocchia al trono di un imperatore, ma si arruola riconoscente nell’esercito dei poveri, dei piccoli, dei bisognosi. Ciò che conta non è quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me.

Maria è la donna del viaggio verso gli altri, ha fretta, non sopporta ritardi, perché la gioia la vive condividendola. La sua è una benedizione di speranza su tutto quello che rappresenta il nostro “male di vivere”: è una benedizione sugli anni che passano, sugli abbracci negati, sulle solitudini patite, sui figli che sbagliano, sulla fragilità di questo nostro corpo, sulle domande senza risposta, sulla lotta contro il nostro piccolo o grande drago rosso, che ci insidia ma che non vincerà, perché l’amore è più forte della violenza. Maria si è schierata, ha preso posizione dalla parte dei poveri, degli umiliati, degli offesi e dei vinti. Ha deciso di giocare con la squadra che perde. Ha sperato di poter vincere la tentazione di servire a due padroni, di non andare a braccetto con i primi, di farsi coscienza critica delle strutture di peccato. Ecco la lezione di Maria per la Chiesa di oggi.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 10 agosto 2025 -19 C (Lc 12,32-48)

Ciascuno di noi è amministratore di un tesoro fragile e prezioso: la nostra vita. La parabola del signore e dei servi è scandita in tre momenti. Tutto inizia con il padrone che se ne va e affida la casa ai suoi servi.

Ciascuno di noi è amministratore di un tesoro fragile e prezioso: la nostra vita. La parabola del signore e dei servi è scandita in tre momenti. Tutto inizia con il padrone che se ne va e affida la casa ai suoi servi. La sua assenza ci pesa ma ci lascia liberi di amarlo come figli e non costretti come schiavi. In un secondo momento anche nella notte, quando le ombre dominano, i servi attendono il padrone. In un terzo momento se il padrone tornando troverà i suoi servi ancora svegli, con grande sorpresa li farà mettere a tavola e si metterà a fare il servo. E allora non potranno più chiamare quel Dio padrone, ma servitore: non il Dio capo che ti sta con il fiato sul collo, il comandante al quale mettere le pantofole, ma il Dio che si fa servitore.

Il Dio di Gesù ci affida la casa della vita e ci ricorda che non è nostra: non possiamo farla da padroni, ma ci è solo consegnata. Ci dice: prenditi cura ogni giorno della casa della vita, vigila e lavora per la tua famiglia, sii attento ai volti delle persone accanto. Non prendere paura delle ombre della tua vita, ma rimani sveglio con il poco che hai, come puoi. Vale di più accendere una piccola lampada nella notte che imprecare contro tutto il buio del mondo. Non ti spaventino le notti della storia, l’oscurità delle tue giornate, il buio dei tuoi fallimenti, ma tieni accesa la tua lampada con la luce della Parola, che ti fa conoscere un Dio che passerà a servirti: da servo diventi signore e il Signore Gesù si fa servo della tua vita. Diventi un servo beato se ti scopre intento a far felici altri.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 3 agosto 2025 -18 C (Lc 12,13-21)

I discepoli non chiedono a Gesù: insegnaci delle preghiere, delle formule o dei riti religiosi, ma il cuore della preghiera.

Alla richiesta «Di a mio fratello che divida con me l’eredità», Gesù risponde: «Chi mi ha costituito giudice?». Egli rifiuta decisamente l’idea di fare da arbitro tra due fratelli in contesa. Con la parabola dell’uomo ricco Gesù ricorda di non vivere al mercato delle cose perché la ricchezza promette ciò che non mantiene, non riempie il cuore. A suo avviso esistere non è ancora vivere, perché si può anche morire dentro anche senza smettere di respirare. Gesù non dice che il benessere è un male, ma che non di solo pane vive l’uomo. L’uomo ricco ripete continuamente i “miei” raccolti, i “miei” magazzini, i “miei” beni, la “mia” vita la “mia” anima. Dal suo punto di vista le persone contano meno dei sacchi di grano, perché ha investito sul prodotto sbagliato, sul possedere le cose e non l’incontrare le persone. Per Gesù la felicità, il senso della vita non dipende da ciò che si possiede, da ciò che uno ha, ma ciò che uno dà.

Da sempre l’essere fratelli affatica intere famiglie. Sono passati secoli e non siamo per nulla cambiati. Il nostro cuore è rimasto quello di sempre, convinto che per stare bene basta possedere, che per essere felici sono sufficienti i soldi. È la tentazione dell’essere umano di poter comprare tutto, che tutto abbia un prezzo e che avere denaro significa garantirsi una vita tranquilla. Il problema non sono le ricchezze, ma come sono usate. Il problema è la avidità, l’ingordigia, quel desiderio continuo di avere, di possedere, di godere. Pensiamo di comprare quando in realtà sono le cose che ci comprano! L’uomo ricco è solo: nessun nome, nessun volto, nessuno nella casa, nessuno nel cuore. La ricchezza crea un deserto di relazioni, le cose soffocano gli affetti veri. Solitario, il cuore si ammala, isolato, muore. I veri granai sono le case dei poveri, le ferite delle persone.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 27 luglio 2025 -17 C (Lc 11,1-13)

I discepoli non chiedono a Gesù: insegnaci delle preghiere, delle formule o dei riti religiosi, ma il cuore della preghiera.

I discepoli non chiedono a Gesù: insegnaci delle preghiere, delle formule o dei riti religiosi, ma il cuore della preghiera. A differenza degli altri maestri Gesù insegna che la preghiera non nasce da parole, ma da un bisogno di creare un legame: «quando pregate dite Padre». La preghiera è un bussare alla porta nella notte, perché è arrivato un amico e sei rimasto senza pane. Quando un uomo prega non deve collocarsi in qualche luogo elevato, sugli altari, sui palchi, ma in un luogo basso con un atteggiamento curvato nella consapevolezza che Dio non è un nemico da rendersi buono, ma un padre cui rivolgersi con fiducia. La preghiera di richiesta non ha lo scopo di suggerire a Dio le nostre necessità, ma di chiarire a noi stessi il bisogno vero.

Gesù ci insegna a riscattare la preghiera del Padre nostro, spesso recitata come una poesia senza pensarci. Si inizia dicendo: «Sia santificato il tuo nome», cioè fa che la nostra vita renda onore alla tua persona. «Venga il tuo regno», cioè nasca la terra nuova come tu la sogni. «Dacci il nostro pane quotidiano», cioè quello di ogni giorno, non quello dell’accumulo che direbbe la nostra scarsa fiducia in Dio. «E perdona i nostri peccati», cioè togli tutto ciò che invecchia il cuore e lo chiude, perché il perdono ci fa rivivere, ci rialza: non possiamo pretenderlo per noi stessi e negarlo agli altri. E infine: «Non abbandonarci alla tentazione», cioè non vogliamo che ci tolga la prova, ma di non essere lasciati soli a lottare contro il male. Pregare sembra spesso bussare a una porta che non si apre, ma è il gesto del mendicante che sa di sostare nona una porta sconosciuta, ma a quella di un padre.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 13 luglio 2025 -15 C (Lc 10,25-37)

Dal “seguire” Gesù nasce la missione. Lo stare con Lui ha come conseguenza l’ “andare verso gli altri”. Egli invia il discepolo perché si trasformi in apostolo.

Un esperto della Legge pone una domanda a Gesù: che cosa devo fare per ereditare la vita eterna? Alla contro domanda di Gesù: che cosa c’è scritto nella Legge? Il dottore risponde come uno che sa, ma per Gesù non basta sapere. Così inizia il racconto: un uomo scendeva per la strada da Gerusalemme a Gerico e attaccato dai briganti lo percossero, lo derubarono lasciandolo mezzo morto. Si dice che era un uomo, ma non il suo nome. Passano due uomini i chiesa, vengono dal tempio, ma rimangono insensibili, non provano compassione Il primo è un prete che passando oltre manca il suo appuntamento con Dio. Il secondo è un levita, una guardia del tempio, che gli volta la faccia. «Invece un samaritano». Stupendo questo “invece” che ribalta il racconto. I Giudei consideravano bastardi ed eretici i samaritani perché da secoli si era mischiati con altri popoli da non potere essere più considerati stirpe di Abramo, ma per tutti erano nemici.

Ma ecco il paradosso, quel nemico si commuove, di fronte al bisogno non ragione a segue il cuore, dimentica i suoi affari, gli impegni, le norme religiose, la stanchezza e si prende cura del ferito. La novità paradossale che indica Gesù non è quella di prendersi cura del fratello, ma del nemico! Cosa se ne fa Dio di una religione che fornisce alibi per sfuggire alle ferite dell’uomo? Lo scandalo è proprio questo: Gli uomini di Dio, gli officianti, passano oltre, mentre la mano di Dio diventa colui che è considerato nemico. Non si tratta di essere buoni e tanto meno osservanti, ma compassionevoli, permettere che il cuore si muova con le ferite dell’altro. Il prossimo è chi ha avuto compassione di te, chi ti ha teso la mano, chi ti ha alzato, chi ha pagato per te. E allora ama i suoi samaritani e diventa anche tu samaritano. La differenza vera non è tra cristiani e musulmani, ma tra chi si ferma accanto all’uomo bastonato a sangue e chi invece tira dritto.

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