19 luglio 2026 - 16 A (Mt 13,24-43)
l vangelo ci dice che nel nostro cuore c’è un campo in cui intrecciano le loro radici il grano e la zizzania.
Il vangelo ci dice che nel nostro cuore c’è un campo in cui intrecciano le loro radici il grano e la zizzania. Nella parabola si parla di due modi di vedere questo campo. Il primo è quello dei servi che fissano lo sguardo sulla zizzania tanto da chiedere: «vuoi che la raccogliamo?». Il secondo sguardo è quello del padrone fissato sul buon grano. Che risponde: «No, perché rischiate di strappare via il grano buono». Del resto nessuno è puro grano e nessuno è solo zizzania: l’erba cattiva e infestante è parte integrante di noi. Talvolta pensiamo che il discepolo è chi fa pulizia nel suo campo delle erbacce per ottenere un bel prato inglese. Gesù la pensa diversamente: grano e zizzania devono crescere insieme nello stesso campo che è il nostro cuore e invita alla pazienza, alla fiducia, per sentirci abbracciati e non giudicati.
L’invito è di saper accettare che dentro la nostra storia convivono luci e ombre, bene e male, grano e zizzania e che i confini tra l’uno e l’altra si confondono, sono invisibili. Accade anche che siamo così sicuri del confine tra grano e zizzania, che ci affrettiamo, da bravi moralisti, a voler sradicare quello che ci fa paura: l’ombra, il difetto, la debolezza. Tutto all’insegna di un’impossibile purezza. E Gesù: «lasciate che crescano insieme». Quella parola “insieme” ci disturba, ci spiazza, perché vorremmo vedere solo il grano e non la zizzania. Dover convivere con la zizzania disturba non solo il nostro sguardo, ma anche l’immagine che abbiamo di noi stessi e quella con cui ci presentiamo agli altri. In realtà non siamo al mondo per essere perfetti e senza spine, ma per portare a frutto la buona semente che è in noi. Una spiga di grano buono conta più di tutta la zizzania del nostro campo!
12 luglio 2026 - 15 A (Mt 13,1-23)
«Il seminatore uscì a seminare». Non è un seminatore qualunque, ma “il ” seminatore per eccellenza.
«Il seminatore uscì a seminare». Non è un seminatore qualunque, ma “il ” seminatore per eccellenza. Da dove uscì? Dalla casa del Padre. Come uscì? Rivestendo la nostra carne. Perché uscì? Per distruggere la terra dominano strada battuta, spine, sassi e rovi? No. Egli viene a coltivare la terra della nostra umanità. Èil seminatore instancabile: semina sulla strada battuta sapendo in partenza che non spunterà nulla, semina tra i sassi che non lasciano germogliare nulla, semina tra le spine pur sapendo che soffocano il seme, semina dove sa già che il raccolto non verrà. Un contadino vero avrebbe risparmiato quel seme, Lui invece lo butta sui diversi terreni, senza fari calcoli del raccolto. È un’immagine spiazzante, che tuttavia ci dice la forza del seme della parola anche nei giorni sbagliati.
Il seme da solo non basta: serve il terreno. Qui il vangelo parla di noi. La strada battuta sono i giorni percossi dalla fretta, dall’urgenza. Il terreno di sassi è il nostro cuore superficiale, arido, non profondo. Le spine sono l’ansia del benessere esagerato, la spina di conciliare lavoro e famiglia, la spina dello sconforto, della solitudine, dell’insicurezza del domani, è la spina che soffoca la fiducia di non farcela a germogliare nulla di buono. Come un buon genitore Gesù non risparmia la semina abbondante anche sul terreno di quei figli che non promettono nessun raccolto. Il centro della parabola, tuttavia, non è negli errori dell’essere umano, ma in questo Dio che in noi ha seminato così tanto per raccogliere così poco.
5 luglio 2026 - 14 A (Mt 11,25-30)
Per Gesù è un periodo di insuccessi: è contestato dai capi religiosi, rifiutato dalla città vicino al lago, respinto da gente che chiama “bambini”.
Per Gesù è un periodo di insuccessi: è contestato dai capi religiosi, rifiutato dalla città vicino al lago, respinto da gente che chiama “bambini”. Si erano allontanati i grandi i sapienti, i sacerdoti e il loro posto era stato rimpito dai piccoli. Con stupore dice Gesù: “Ti ringrazio Padre perché hai parlato a loro e ti hanno capito”. C’è una sapienza nascosta che nn nasce da studi e o da lauree, da dottorati o da poteri esibiti, ma dalla consapevolezza della propria fragilità. E Gesù aggiunge: «Prendete il mio giogo sopra di voi». Il giogo era uno strumento di legno che univa due animali per il lavoro di aratura. Gesù parla di un altro giogo che permette un grande raccolto: è il suo amore. Con la sua croce si è unito a noi e insieme possiamo arare il terreno quotidiano e far cadere quel seme che porta frutto.
Gesù non contesta il sapere o chi studia, ma quelli che stancano le persone caricandole di regole, di dottrine e di imposizioni, che non ce la fanno poi ad osservare e che creano sensi di colpa. Dio non ama i perfetti, ma ai suoi occhi hanno valore quelli che cadono, che sono confusi, distrutti dall’incertezza del domani. E dice loro: “Venite sporchi, sudati, abbattuti, disorientati, schiacciati, respinti, spezzati, così come siete”, tutti voi stanchi abbastanza da lasciavi amare. Gesù contesta chi parla con superbia, come un grande maestro che sa tutto, che distribuisce soluzioni e consigli che servono solo ad aumentare la sua visibilità. Gesù sembra dire: cari amici, pur con i vostri limiti, se trovate qualcuno che ha capito tutto, a nome mio salutatelo e cambiate strada. Cambiate strada!
28 giugno 2026 - 13 A (Mt 10,37-42)
«Chi ama padre o madre, figlio o figlia più di me, non è degno di me».
«Chi ama padre o madre, figlio o figlia più di me, non è degno di me». Queste parole di Gesù sembrano stabilire una graduatoria degli affetti, come se Egli volesse occupare il primo posto nel cuore umano, lasciando gli altri amori a un livello inferiore. In realtà Gesù non è mai entrato in competizione con l’amore umano, non ha chiesto di essere amato contro o al posto di qualcuno. Ma chiede di amare come Lui prendendo la croce. Un’espressione che è stata interpreta come rassegnazione, accettazione passiva del dolore. Gesù non è stato crocifisso perché amava il dolore, ma perché amava troppo gli ultimi, gli stranieri, i peccatori, i poveri. Prendere la croce vuol dire accettare il prezzo della compassione, rendersi vulnerabili, a cominciare dal compiere i piccoli gesti che restituiscono vita.
Basta dare un “bicchiere di acqua fresca” per rimettere in piedi una vita. Noi siamo convinti che vivere è accummulare, possedere, trattenere. Ci sentiamo al sicuro solo se riusciamo a tenere in pugno tutto quello che abbiamo guadagnato, come il potere, il denaro, l’amore, il tempo, le sicurezze. Tutto questo lo teniamo stretto fra le mani per paura di perderlo. Si tratta di accorgerci della sete di chi ci sta accanto, perché in essa c’è la tenerezza di Dio. È la sete di una carezza, di uno sguardo, di un ascolto, di un perdono, di una parola gentile, di una porta lasciata aperta. Egli ci chiede la fedeltà alle piccole cose, perché portare la croce significa pagare fino all’ultimo il prezzo che l’amore comporta.
21 giugno 2026 - 12 A (Mt 10,26-33)
«Voi valete più di molti passeri!». Ecco la tenerezza di un Dio che si prende cura dei passeri e delle mie cose più fragili.
«Voi valete più di molti passeri!». Ecco la tenerezza di un Dio che si prende cura dei passeri e delle mie cose più fragili. Siamo come passeri, nelle mani di Dio. Eppure abbiamo paura, perché i passeri non smettono di cadere a terra, i bambini continuano a morire, le persone sono vendute per pochi soldi. Ma allora è Dio che spezza le ali, che fa cadere? No. Lui lo sa e per tre volte ripete: «Non temete, non abbiate paura, non abbiate timore». Nel vangelo si legge: «neppure un passero cadrà a terra senza il volere di Dio». Ma è Dio che spezza il volo? È Lui che vuole la morte? No. Non traduce il proverbio: “Non cade foglia che Dio non voglia”, ma “senza Dio, lontano da Dio, senza che Lui sia coinvolto”.
Troppo spesso è stato dipinto e predicato un Dio tremendo, giudice severo che castiga. In realtà Egli è un Dio presente in ogni nostro volo, in ogni nostra croce, in ogni nostra caduta e se cadiamo non finiremo nel nulla, ma dentro il suo abbraccio. L’alito divino intreccia il suo respiro con il nostro e quando un uomo non può respirare perché un altro gli preme il ginocchio sul collo, è lo Spirito, il respiro di Dio, che non può respirare. Nessuno è crocifisso senza che non sia anche lui crocifisso e colpito. Noi valiamo più di molti passeri e siamo importanti per Lui non perché produciamo, ma perché esistiamo. Oggi per molte persone essere cristiani o non esserlo non fa molta differenza. Eppure Dio non smette di dare a tutti l’energia per remare dentro qualsisi tempesta.
14 giugno 2026 - 11 A (Mt 9,36-10,8)
«Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione». Egli prova pietà per il dolore del mondo, ma aggiunge: «La messe è abbondante»,
«Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione». Egli prova pietà per il dolore del mondo, ma aggiunge: «La messe è abbondante», non per il numero di persone, ma perché nel mondo vede un grande raccolto non senza stanchezze, spighe gonfie di grano non senza lacrime versate, frutti buoni carichi di sudore. Dall’altro Qualcuno guarda e vede che nel mondo esiste ancora la bontà dell’uomo, non manca il terreno capace di buoni frutti, ci sono sementi piantate tra spine e sassi che producono buoni frutti, ci sono cuori che ancora rimmettono in piedi chi è ferito. Strada facendo, dice Gesù, con semplicità predicate una parola di speranza, prendetevi cura di chi non sta bene, rianimate chi è senza animo, liberate chi è affetto da patologie croniche, scacciate i diavoli a due gambe.
Mentre Gesù dice che il «raccolto è molto», noi ripteiamo “la mietitura è scarsa, le chiese sono semivuote”. Lui, diversamente, vede che la semente è buona, che il grano cresce e matura, che i cuori generosi ancora sono vivi. Gli operai che Gesù cerca non sono certamente i preti (come spesso abbiamo pensato!), ma donne e uomini capaci di compassione, che si pongono a fianco degli offesi della storia. Perché Gesù manda noi come operai della compassione? Perché Egli aiuta la fragilità umana attraverso la nostra fragilità. La sua compassione ci insegna a spezzare lo schema di buoni e cattivi, meritevoli o no. Un tempo si misurava il cristiano dalle sue devozioni personali, oggi Gesù dice a noi che non siamo un popolo perché preghiamo: npn ci dsinguono le mani giunte, ma le mani aperte.
7 giugno 2026 - Corpo e sangue di Cristo A (Gv 6,51-58)
Nella solennità del corpo e sangue di Cristo Gesù ripete: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno».
Nella solennità del corpo e sangue di Cristo Gesù ripete: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno». Non è venuto nel mondo per inventare dei riti, ma per farci vivere la grande liturgia dell’esistenza. Offre un pezzo di pane, che è cibo quotidiano: non un lusso, ma una necessità. Non si nasconde la sua potenza in maestose rappresentazioni, ma si offre in un pezzo di pane che non si nega a nessuno. È troppo lungo per il noi il cammino per fare a meno di unn cibo che nutra davvero, troppo faticoso e stancante il sentiero della vita per pensare di farcela da soli. Gesù ci offre se stesso per poter vivere una vita senza fine. La vita eterna è già iniziata: è una vita diversa, retta, piena di cose che meritano di non morire. È una vita che impara dall’umanità doi Gesù perché diventi lievio della nostra.
Che cosa ricordiamo oggi con questa festa? I tabernacoli chiusi, i calici dorati, gli ostensori preziosi? No. A che serve un Pane, un Dio chiuso nel tabernacolo, da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso? Dicendo «Prendete il mio pane…» ci invita a prendere la sua umanità, a prendere i suoi occhi per vedere i bisogni degli altri, a prendere le sue mani per rialzare e accarezzare. Il cristianesimo è la religione del corpo a corpo con Dio, cioè corpo a corpo con chi piange, corpo a corpo con chi è escluso, corpo a corpo con chi è disperato. Egli non si accontenta di parlarci, di darci delle leggi, delle dottrine, ma ha bisogno di entrare nel nostro corpo: è venuto per restarci vicino, dentro, carne della nostra carne.
31 maggio 2026 - Trinità A (Gv 3,16-18)
La Trinità: un dogma di vede che può apparire lontano e non toccare la vita. al contrario è il segreto del vivere.
La Trinità: un dogma di vede che può apparire lontano e non toccare la vita. al contrario è il segreto del vivere. Un solo Dio in tre persone, ci dice che non è in se stesso solitudine, ma armonia, scambio, incontro, famiglia. Gesù per dirci chi è Dio usa nomi di famiglia: Padre, Figlio e Spirito buono. Tre persone unita a un legame d’amore. Il dialogo tra Gesù e Nicodemo avviene di notte, con parole dette sottovoce, come quando si ama. Lui è un Dio innamorato che non sta lì a condannare, a pesare gli errori e le colpe, ma a sostenere, a rialzare, come farebbero una mamma e un papà con un figlio scapestrato e irresponsabile. Il Figlio Gesù ci insegna ciò che siamo: figli come Lui chiamati ad amare e vivere da figli e non da “padreterni”.
Siamo figli amati dal Padre. Se uno non si sente amato, non può amarsi e non può amare altri. Amare non è un fatto sentimentale, non vuol dire emozionarsi, ma tendere la mano. Se uno non crede alla forza dell’amore non può vivere, si giudica da se stesso, si esclude dalla sua vita e da quella di figlio e fratello. Di conseguene il giudizio non lo fa Dio, ma la persona stessa. Noi non siamo credenti perché amiamo Dio, ma perché crediamo che Dio ci ama! Se chiudi la giornata senza mai aver pensato a Dio, mai pronunciato con rispetto il suo nome, ma ti rendi conto che non hai giudicato dall’alto, ti sei speso per fare pace, ti sei prestato ad aiutare in modo disinteressato chi era in difficolta, anche senza saperlo hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.
17 maggio 2026 - Ascensione A (Mt 28,16-20)
Gli undici discepoli, tornati in Galilea sul monte, «quando lo videro si prostrarono. Essi però dubitarono».
Gli undici discepoli, tornati in Galilea sul monte, «quando lo videro si prostrarono. Essi però dubitarono». Essi sono la nostra fotografia di chi si inginocchia e dubita. A questi undici Gesù dice «Andate», affida il compito di raccontare il suo stile di vita al mondo. È un mandato non logico consegnare il suo messaggio a gente che dubita ancora. Del resto i dubbi sono come i poveri, li avremo sempre con noi. Ma se li interroghi questi dubbi da apparenti nemici diventerenno difensori della fede, la proteggeranno dall’assalto delle risposte superficiali e delle frasi fatte. Per quale motivo ingaggia dei dei dubitanti? Per aumentare il numero dei devoti, per rinforzare le fila dei cristiani? No, ma per contagiare con il vissuto, lo stile di vita, la qualità delle relazioni.
Questi discepoli che credono e dubitano siamo noi che parliamo benissimo la grammatica dell’amore e raccontiamo con la vita in modo sgrammaticato l’amore. Con un’immagine mitologica si dice che Gesù sale al cielo, con una promessa: «Sono con voi tutti i giorni». Anche i giorni stanchi, quelli confusi, quelli che non hanno sapore. Non sarà sopra di noi, non distante per osservarci giudicarci, ma dentro la nostra vita. Non è più un Dio da cercare, ma da riconoscere nelle pieghe della vita, da identificare nelle parole di ogni giorno anche in quelle distratte e povere. Egli ci invita a prendere sul serio ogni gesto che compiamo, il modo con cui prepariamo il cibo, la maniera con cui cominciamo la giornata, il pensiero con il quale apriamo i nostri occhi il mattino, la mano con cui teniamo aperta la porta di casa. Basta poco per sentirci anche noi sul monte – come diceva l’avvocato cristiano Minucio Felice nel 200 d. C. rispondendo ai pagani: «siamo incantati da ciò che c’è di più grande in noi, che è la vita!».
10 maggio 2026 - 6 di Pasqua A (Gv 14,15-21)
Dire che il comando di Gesù è l’amore, non è esatto. Sono in molti ad amare sotto il cielo di tutti i tempi.
Dire che il comando di Gesù è l’amore, non è esatto. Sono in molti ad amare sotto il cielo di tutti i tempi. Non è nemmeno corretto dire di amare il prossimo, perché è già nella legge di Mosè e neppure dire di amare “il prossimo come te stesso”, quasi fossimo noi la misura dell’amore. Per la prima volta Gesù chiede di essere amato: «Se amate me». Dio non è un’idea, è una persona, è relazione con Gesù. «Se mi amate osserverete i comandamenti». Se Lo ami ci saranno delle conseguenze. Amando diventi un osservante dei comandamenti. È vero che le mani rivelano il cuore, ma è il cuore che muove le mani. Anche nelle stagioni più difficili Egli non ci lascerà orfani. Non promette una vita senza fatica, che uttto andrà bene, ma lo Spirito della sua presenza che ci rimette sempre in piedi.
Non è detto che chi osserva la Legge, ami. Osservare il precetto della domenica non vuol dire far contento Dio. Non si tratta di osservare i dieci comandamenti, ma di osservare la sua vita. Quasi a dire: se mi ami non puoi ferire, non puoi tradire, non puoi derubare, non puoi deridere. Se mi ami ti trovi chiamato a tendere la mano, ad accogliere, a godere di unos(S)piritodi fiducia. Questa è l’esperienza dei discepoli dopo la risurrezione: non il ritorno di un cadavere, ma la scoperta che l’Amore non si lascia rinchiudere dalla morte. La persona cara che accompagnamo al cimitero continua misteriosamente a vivere nei gesti, nelle parole, nello sguardo di chi rimane. La loro voce diventa coscienza, la loro voglia di vivere diventa forza, il loro amore diventa presenza invisibile. Spesso accade di fare un’autentica esperienza di una persona nella sua assenza.
3 maggio 2026 - 5 di Pasqua A (Gv 14,1-12)
Gesù apre il discorso dicendo: «Nella casa del Padre ci sono molte dimore». Non un tempio, ma una casa.
Gesù apre il discorso dicendo: «Nella casa del Padre ci sono molte dimore». Non un tempio, ma una casa. E aggiunge: «Non sia turbato il vostro cuore». In questa casa c’è qualcuno che vuole stare con noi. Gesù di se stesso dice tre parole: «Sono la strada» che ti porta al cuore degli altri; «Sono la verità», non un libro, ma un modo di vivere; «Sono la vita», perché ti regalo il respiro. Gesù vede bene il nostro turbamento, la nostra inquietudine, la nostra paura, a causa delle atrocità commesse, degli interventi militari contro stati sovrani, delle violazioni del diritto internazionale, dell’offesa alla dignità e all’onore della persona. Oggi alcuni potenti si stanno pensando “via”, “verità” e “vita”, quando in realtà non sono che vicoli ciechi, verità mascherate, vite prostituite al dio denaro.
Per Gesù non c’è un sentiero da percorrere, ma una persona da pedinare, per imparare come Lui a comportarsi con chi ha sbagliato, con le donne, con i poveri cristi, con i Pilato di turno, con l’ultima pecora. Il rischio che abbiamo corso è di aver ridotto il cristianesimo a un libro, a una dottrina, a regole, a principi, quando in realtà è essenzialmente un modo di vivere, uno stile che si fa carne con quella ferita, che si disarma contro l’arroganza, che risponde con tenerezza alla suuperbia. Il cristiano che sa di cristianesimo, ma non lo vive è malato, chi si lamenta per i piedi sporchi dell’altro e non li lava è un bigotto, chi grida la verità del vangelo spreca il suo fiato. Chi preferisce le persone che Lui preferiva sta camminando sulla strada giusta, sta disarmando le mani dalle sue pietre, sta respirando aria sana.
26 aprile 2026 - 4 di Pasqua A (Gv 10,1-10)
La parabola del pastore è descritta su uno sfondo molto familiare alla vita palestinese. La sera i pastori conducono il gregge in un recinto comune per la notte che serve generalmente a diversi greggi.
La parabola del pastore è descritta su uno sfondo molto familiare alla vita palestinese. La sera i pastori conducono il gregge in un recinto comune per la notte che serve generalmente a diversi greggi. Il mattino ogni pastore fa sentire il suo richiamo e le sue pecore che conoscono la sua voce lo seguono. Gesù è il pastore che chiama le pecore una per una, le conduce fuori dal recinto, cammina davanti a loro. Non è il pastore dei raduni oceanici dove ciascuno si perde in una massa indistinta di volti, ma di chi chiama nome per nome. Non porta le pecore da un recinto all’altro, ma le conduce fuori, le libera all’aria aperta, spalanca un supplemento di vita e soprattutto cammina davanti a loro. Non trascina, non spinge, non umilia, ma rispetta il passo e la stanchezza di ciascuna.
Egli è un pastore apripista, che non si pone alle spalle per richiamare e controllare con il bastone. Non è un “cane da pastore” che tiene in riga le pecore. Esse camminano ordinate perché seguono uno di cui hanno fiducia, sanno che la strada è sicura. Questo pastore ci chiama per nome e non ci confonde con nessun’altro. Non ci chiama secondo i titoli, i ruoli, le funzioni sociali, la laurea ottenuta, ma per quello che siamo. Gesù ci sta dicendo che la fede, prima ancora che un insieme di riti, di regole da seguire, consiste nella capacità di distinguere la sua voce amica da tutte le altre voci di ladri, di briganti e di lupi, che vengono per strappare, per ferire, per ingannarci. Se la sua voce a volte è un morso alla nostra coscienza è solo perché vuole che la nostra coscienza sia tranquilla.
19 aprile 2026 - 3 di Pasqua A (Lc 24,13-35)
La strada dei due discepoli da Gerusaleme al villaggio di Emmaus è il percorso della nostra vita. Racconta la delusione di chi ha investito molte speranze in quel Nazareno e ora deve registrare una grande delusione.
La strada dei due discepoli da Gerusaleme al villaggio di Emmaus è il percorso della nostra vita. Racconta la delusione di chi ha investito molte speranze in quel Nazareno e ora deve registrare una grande delusione. Si attendevano un Re vincitore e si sono trovati davanti uno sconfitto morto in croce. I discepoli sono tristi, hanno lasciato la comunità, erano certi di non essersi sbagliati che Gesù fosse il Messia potente. Mentre amereggiati camminano discutendo, il Risorto si affianca, adatta il suo passo al loro, ascolta, lascia che sfoghino il malessere che hanno dentro. Non rimprovera, non corregge, ma ascolta in modo discreto. Rilegge i fatti secondo le Scritture e lo riconoscono dal piàù semplice e normale dei gestidello spezzare il pane, tanto da sentirsi dire: «Resta con noi». sono le stese parole che il bambino dice alla mamma prima di speganre la luce e addormetarsi: «Non andar via, resta ancora perché con te non ho più paura».
Il Crocifisso-Risorto ci insegna che si entra nella vita umana, non nonostante ciò che può succedere, ma attraverso ciò che accade, compresa la sofferenza, il dolore, il male. Gesù non si è scelto in quale vita vivere, ma l’ha vissuta così com’è, sapendo che l’ombra è solo l’altra faccia delal luce. È il racconto della Parola di Dio che ci aiuta a fare pace con i fatti della vita, altrimenti rimane una pura cronaca. Lui toglie il velo su di sé per poi sparire, eppure è presente. Se qualcuno riconosce la tristezza sul tuo viso non ti toglie il velo della malinconia? Se prima di parlare ti chiede che cosa hai nel cuore non ti regala fiducia? Se mentre saluti ti domanda “come stai?” non ti riscalda il cuore? Quante presenze che dormono al cimitero e incontrate nella vita sono diventate invisibili, eppure le sentiamo presenti, nutrono i nostri giorni, sono vive!
12 aprile 2026 - 2 di Pasqua A (Gv 20,19-31)
Otto giorni dopo la Pasqua i discepoli si trovano chiusi in casa per paura di fare la stessa fine del maestro. È la paura dei soldati romani, della folla, del loro senso di colpa per averlo rinnegato.
Otto giorni dopo la Pasqua i discepoli si trovano chiusi in casa per paura di fare la stessa fine del maestro. È la paura dei soldati romani, della folla, del loro senso di colpa per averlo rinnegato. Iin quella stanza dove manca l’aria e si respira dolore, Gesù viene a porte chiuse e sta in mezzo a loro. Non a distanza, non sopra, ma «in mezzo a loro», in mezzo alla loro paura. Li aveva inviati per le strade e se li trova tutti chiusi e paurosi in una stanza. Venendo disse: «Pace a voi». Tommaso, il coraggioso con i piedi per terra dice: «Se non vedo e non tocco non crederò». Vuole delle garanzie. I due si cercano. Tommaso non aveva bisogno di un racconto, ma di un incontro con il suo Signore. E il Risorto rispettando la fatica e non volendo umiliarlo mostra le mani e il fianco dicendo: “tocca, metti qua il tuo dito”. E Tommaso: sei proprio tu, «mio Signore e mio Dio».
La pace del Risorto non è un augurio o una promessa, ma l’affermazione che la pace è già qui: sulle nostre paure, sui nostri sensi di colpa, sui nostri sbagli, sulle insoddisfazioni di ogni giorno. Lui non si ferma davanti alla nostra paura, i nostri dubbi non lo fermano, le porte chiuse non sono per Lui un ostacolo. Soprattutto non ha difficoltà a venire tra queste persone che Lui aveva scelto, delle quali una lo ha tradito, l’altra lo ha rinnegato e le altre sono fuggite. Non si vergogna nemmeno di chiamarli fratelli! E anche per noi aggiunge: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno». Sono beati, fortunati quelli che con la loro vita trasformeranno le ferite in feritoie di amore.
5 aprile 2026 - Pasqua A (Mt 20,1-9)
Con la Pasqua siamo al cuore della fede cristiana. La risurrezione del Crocifisso a Pasqua è avvenuta di notte, così come a Natale la nascita del Bambino Gesù. Sembra che le cose straordinarie, i germogli segreti, i miracoli accadano di nascosto.
Con la Pasqua siamo al cuore della fede cristiana. La risurrezione del Crocifisso a Pasqua è avvenuta di notte, così come a Natale la nascita del Bambino Gesù. Sembra che le cose straordinarie, i germogli segreti, i miracoli accadano di nascosto. Maria Maddalena esce di casa quando è ancora notte per andare alla tomba, buio nel cielo e buio nel suo cuore. In mano non porta aromi, ma soltanto il suo amore che si ribella all’assenza di Gesù. Il sepolcro è spalancato, vuoto, manca il corpo e da lì parte la corsa di Maddalena, di Pietro e di Giovanni, per cercare e provare a comprendere. Pietro arriva per primo ma vedendo i teli piegati non capisce, mentre Giovanni il discepolo che Gesù amava intuisce per primo il senso. Chi si lascia amare arriva prima a capire. La vita ha fretta di pietre rotolate via dall’imboccatura del cuore e dalla soglia della coscienza.
La risurrezione del Crocifisso è avvenuta di notte, mentre tutti dormivano o si rigiravano nel proprio letto: nessuno l’ha vista accadere. Tutto è successo nel silenzio e nel buio, quando mancano i ruori, quando le voci sussurrano, quando anche gli animali dormono. Quando si soffre non si riesce a dormire, perché scorrono nella mente le grida, le lacrime i respiri di chi abbiamo amato. Che cosa ne sa la Maddalena di ciò che è succsso quella notte? Eppure non manca la fretta di provare a cancellare l’odore della morte. Gli aromi non bastano, le tombe sfarzose non cambiano le cose, imbalsamare Gesù non serve. Come dire la risurrezione? I vangeli nprendono in prestito i verbi quotidiani dell’“alzarsi” e del “svegliarsi”: si svegliò e si alzò il Signore! Alzarsi per andare verso gli altri e svegliarsi per aprire gli occhi sulle ferite di altri è sperimentare la nostra lenta, discreta e silenziosa risurrezione.
29 marzo 2026 - Palme A (Mt 26,14-27,66)
Il racconto della passione di Gesù mette in luce che situazioni di contraddizione di alcuni che fanno ciò che non vorrebbero fare.
Il racconto della passione di Gesù mette in luce che situazioni di contraddizione di alcuni che fanno ciò che non vorrebbero fare. Pietro non avrebbe mai voluto rinnegare il suo Maestro e poi cade dinanzi a una serva. Giuda tradisce e poi si pente in modo tragico. Lo stesso Pilato non avrebbe mai voluto consegnare il Nazareno nelle mani dei nemici giudei e oi cede per meschini calcoli politici. Sembra che la storia si ripeta puntualmente oggi a tanti livelli. Parlano bene e razzolano male, dicono ciò che si aspettano dagli altri e vivono pieni di contraddizioni, vorrebbero un mondo pulito quando per loro è importante apparire, si proclama la dignità della persona e poi la si calpesta, si vuole apparire discepoli mentre in realtà si vive da nemici del Maestro. Spesso ci comanda la falsità.
Nel vangelo la traccia paradossale in cui emerge la doppiezza dei nostri rapporti umani ce la forniscono Giuda e Pietro con un bacio e un gallo. Due uomini, due fragilità, due tradimenti. Giuda è un discepolo, non un infiltrato. Pietro è l’amico, non un nemico. Giuda tradisce il maestro con un gesto di affetto, Pietro invece prende le distanze: “Non lo conosco”. Due modi di disprezzare un legame: l’uno per calcolo, l’altro per paura. Sono talvolta il nostro specchio. Come Giuda in un bacio puoi sapere tutto ciò che è stato taciuto: talvolta è una carezza ruvida, un ponte insicuro. Come Pietro puoi incrociare lo sguardo dell’altro e piangere tristemente, convinto di non essere più amato come prima. Tutti conosciamo momenti di tradimento, ma mi piace pensare che nella fragilità non viene cancellato un frammento di affetto, di accoglienza di chi dice: a presto!
22 marzo 2026 - 5 quaresima A (Gv 11,1-45)
Anche nella vita degli amici di Gesù, senza bussare alla porta, arriva la morte.
Anche nella vita degli amici di Gesù, senza bussare alla porta, arriva la morte. La sorella di Lazzaro rimprovera l’amico: «Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto». Va dritta al cuore di Gesù e lui dritto al cuore dei fatti: «Tuo fratello risorgerà». E Marta: So che un giorno risorgerà, ma quel giorno è così lontano che rimango confusa nel dolore. Due modi di dire: Marta parla al futuro, Gesù al presente: «Io sono la risurrezione e la vita». Lo sono ora. Sono colui che già adesso ti rimette in piedi dalla tue cadute, ti fa rinascere da tutte le tue stanchezze, ti fa rifiorire dopo i tuoi lunghi inverni, ti fa rivivere in seguito alle tue delusioni. Poter vivere è l’effetto di continue risurrezioni: dalla paura, dalla disperazione, dal panico, dall’angoscia, dalle ferite, dalla solitudine.
Quante le lacrime vicino a Lazzaro: è il pianto degli amici, quello delle sorelle Marta e Maria, quello dei Giudei, di Gesù stesso. E chi vede quel maestro piangere con stupore dice: guardate come lo amava! Nelle sue lacrime c’è l’umanità di Dio, l’nterrogativo ultimo della risurrezione di Lazzaro. Gesù ci sta dicendo che piangere significa amare con gli occhi. Togliete la pietra – dice Gesù – le frantumi dietro le quali vi siete seppelliti con le vostre mani, via i sensi di colpa, via la fatica di perdonare se stessi e gli altri, via agli ergastoli interiori… E aggiunge: «Lazzaro, vieni fuori!». Lo dice a me: esci dal tuo piccolo angolo dove ti specchi con te stesso. «Liberatelo», perché qualcuno è più forte della morte. Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. Chi ama continua a vivere!
15 marzo 2026 - 4 quaresima A (Gv 9,1-41)
Nel vangelo il protagonista di oggi è un mendicante cieco, l’emarginato della città, uno che non aveva niente da dare, orami rassegnato al suo destino, che tutti pensavano povero e peccatore.
Nel vangelo il protagonista di oggi è un mendicante cieco, l’emarginato della città, uno che non aveva niente da dare, orami rassegnato al suo destino, che tutti pensavano povero e peccatore. La domanda dei discepoli è forse anche la nostra: «Come mai quest’uomo è nato cieco? Chi ha peccato: lui o i suoi genitori?». E Gesù risponde con chiarezza: «Né il cieco, né i suoi genitori hanno peccato». è una bestemmia parlare di castighi di Dio! Il cieco non chiede nulla e Gesù prende l’iniziativa di guarirlo con il silenzio di una carezza, spalmando con le mani sugli occhi del fango e della saliva. Anche le autorità religiose non mancano di interrogarlo dicendo: «Noi sappiamo che quest’uomo non viene da Dio…». In realtà essi sono ciechi, ma convinti di vederci. E il guarito affidandosi al suo bastone e alla parola del Nazareno risponde: «Prima ero cieco, ora ci vedo».
Chi era cieco compie un cammino di fede: all’inizio Gesù è per lui un semplice uomo, poi diventa un profeta, in seguito un uomo di Dio, alla fine lo chiama Signore. Si guarisce se si riconosce di essere ciechi. I farisei sanno la morale e dimenticano la vita: sono i credenti puri che mai si commuovono. Come credenti e anche come preti si rischia di essere funzionari delle regole e analfabeti del cuore. Si può non avere gli occhiali, avere una grande intelligenza e trovarsi dentro una grande notte. Gesù unisce la vita e la dottrina mettendo al centro l’uomo sofferente. Egli ci sta dicendo che dove c’è qualcuno che è cacciato fuori dal mondo e dalle chiese di quelli che credono di sapere e di vedere, là si rende presente per aprire gli occhi del cuore a chi è cieco e pensa di vederci bene.
8 marzo 2026 - 3 quaresima A (Gv 4,5-42)
Protagonisti del vangelo sono Gesù e una donna di Samaria che si incontrano. Gesù si ferma stanco al pozzo di Sicar e alla Samaritana, come la stese aspettando, chiede da bere.
Protagonisti del vangelo sono Gesù e una donna di Samaria che si incontrano. Gesù si ferma stanco al pozzo di Sicar e alla Samaritana, come la stese aspettando, chiede da bere. Lo sfondo è costituito dal pozzo di Giacobbe, simbolo dell’acqua antica, della Legge e per la fede ebraica a quel pozzo c’è una sorgente con acqua per dissetarsi. Gesù parla per primo «Dammi da bere». Una richiesta piena di umanità e paradosso del suo farsi carne. Ed eccola novità: lei attende il Messia e lui si presenta: «Sono io che parlo con te». L’acqua del pozzo è un’acqua stagnante, lui è l’acqua viva, che non può tenere per se stessa, ma che va racconta a tutti. A Gesù non gli mportano i suoi errori, ma quanta sete di senso, quanto desiderio di vita porta dentro.
La donna, senza nome e dalla vita fragile assomiglia a tutti noi. Se n’è andata dietro tanti amori senza trovare il vero amore. L’incontro con Gesù e la sua parola le permette di capire che non calmerà la sete bevendo a sazietà, ma dissetando la sete di altri. Gesù non giudica la donna per i suoi cinque mariti, non la condanna, non la umilia, ma la fa ri-sorgere. Lascia la brocca come fosse un vestito vecchio, una vecchia storia, una vecchia vita lasciata sull’orlo del pozzo e corre per dire a tutti che c’è un’altra acqua interiore custodita nel pozzo del cuore. Gesù le ha ricordato la sua vita, la sua sete profonda, tanto che le ferite di ieri sono diventate feritoie e lei stessa è il tempio dove vive Dio.
1 marzo 2026 - 2 quaresima A (Mt 17,1-9)
In questa domenica si parla di Gesù che sale su un alto monte. Un’immagine per dirci che la vità è un salire e un scendere verso più luce, che le fatiche e i successi si tengono per mano, si accompagnano, si bilanciano..
In questa domenica si parla di Gesù che sale su un alto monte. Un’immagine per dirci che la vità è un salire e un scendere verso più luce, che le fatiche e i successi si tengono per mano, si accompagnano, si bilanciano. Egli prende con se tre amici fragili, impulsivi, veri. E Gesù cambia figura davanti a loro: il suo volto brilla come il sole, come la luce. I tre discepoli sono meravigliati, vorrebbero terminare sul monte il loro cammino, prolungare quella bellezza del vivere, ma una nuvola comprendoli fa ascoltare una voce del Padre che prende la parola: «Ascoltate Lui!». Quasi a dire: la vostra fede non sia quella del vedere, ma dell’ascoltare. Non si tratta di far funzionare l’orecchio per udire, ma di mettere in movimento il cuore per ascoltare, cioè obbedire.
Gesù prende consè quei tre amici non perché siano i migliori, i più bravi, ma forse solo perché erano a lui più cari. La luce non è un premio riservato a quelli che non sbagliano mai, ma èer tutti, per chi sa restando nelle sue giornate di ombra le attraversa cercando la luce. Dio non si incontra solo nella luce, ma anche nell’ombra, nella nebbia che offusca gli occhi, nella confusione del non capire, nell’incertezza che va a braccetto con noi in tanti momenti. Ciascuno ha dentro una risorsa di luce, un sole che può essere velato e che fa dire all’altro: sto bene con te perché fai uscire dalla mia ombra la mia parte più bella. Il volto è la scrittura del cuore. Spesso custodiamo la nostra luce in un guscio umano di fragilità in cui si alternano buio e sole, ma il vangelo ci dice che la luce si mostra dove c’è l’ombra.