19 aprile 2026 - 3 di Pasqua A (Lc 24,13-35)
La strada dei due discepoli da Gerusaleme al villaggio di Emmaus è il percorso della nostra vita. Racconta la delusione di chi ha investito molte speranze in quel Nazareno e ora deve registrare una grande delusione.
La strada dei due discepoli da Gerusaleme al villaggio di Emmaus è il percorso della nostra vita. Racconta la delusione di chi ha investito molte speranze in quel Nazareno e ora deve registrare una grande delusione. Si attendevano un Re vincitore e si sono trovati davanti uno sconfitto morto in croce. I discepoli sono tristi, hanno lasciato la comunità, erano certi di non essersi sbagliati che Gesù fosse il Messia potente. Mentre amereggiati camminano discutendo, il Risorto si affianca, adatta il suo passo al loro, ascolta, lascia che sfoghino il malessere che hanno dentro. Non rimprovera, non corregge, ma ascolta in modo discreto. Rilegge i fatti secondo le Scritture e lo riconoscono dal piàù semplice e normale dei gestidello spezzare il pane, tanto da sentirsi dire: «Resta con noi». sono le stese parole che il bambino dice alla mamma prima di speganre la luce e addormetarsi: «Non andar via, resta ancora perché con te non ho più paura».
Il Crocifisso-Risorto ci insegna che si entra nella vita umana, non nonostante ciò che può succedere, ma attraverso ciò che accade, compresa la sofferenza, il dolore, il male. Gesù non si è scelto in quale vita vivere, ma l’ha vissuta così com’è, sapendo che l’ombra è solo l’altra faccia delal luce. È il racconto della Parola di Dio che ci aiuta a fare pace con i fatti della vita, altrimenti rimane una pura cronaca. Lui toglie il velo su di sé per poi sparire, eppure è presente. Se qualcuno riconosce la tristezza sul tuo viso non ti toglie il velo della malinconia? Se prima di parlare ti chiede che cosa hai nel cuore non ti regala fiducia? Se mentre saluti ti domanda “come stai?” non ti riscalda il cuore? Quante presenze che dormono al cimitero e incontrate nella vita sono diventate invisibili, eppure le sentiamo presenti, nutrono i nostri giorni, sono vive!
12 aprile 2026 - 2 di Pasqua A (Gv 20,19-31)
Otto giorni dopo la Pasqua i discepoli si trovano chiusi in casa per paura di fare la stessa fine del maestro. È la paura dei soldati romani, della folla, del loro senso di colpa per averlo rinnegato.
Otto giorni dopo la Pasqua i discepoli si trovano chiusi in casa per paura di fare la stessa fine del maestro. È la paura dei soldati romani, della folla, del loro senso di colpa per averlo rinnegato. Iin quella stanza dove manca l’aria e si respira dolore, Gesù viene a porte chiuse e sta in mezzo a loro. Non a distanza, non sopra, ma «in mezzo a loro», in mezzo alla loro paura. Li aveva inviati per le strade e se li trova tutti chiusi e paurosi in una stanza. Venendo disse: «Pace a voi». Tommaso, il coraggioso con i piedi per terra dice: «Se non vedo e non tocco non crederò». Vuole delle garanzie. I due si cercano. Tommaso non aveva bisogno di un racconto, ma di un incontro con il suo Signore. E il Risorto rispettando la fatica e non volendo umiliarlo mostra le mani e il fianco dicendo: “tocca, metti qua il tuo dito”. E Tommaso: sei proprio tu, «mio Signore e mio Dio».
La pace del Risorto non è un augurio o una promessa, ma l’affermazione che la pace è già qui: sulle nostre paure, sui nostri sensi di colpa, sui nostri sbagli, sulle insoddisfazioni di ogni giorno. Lui non si ferma davanti alla nostra paura, i nostri dubbi non lo fermano, le porte chiuse non sono per Lui un ostacolo. Soprattutto non ha difficoltà a venire tra queste persone che Lui aveva scelto, delle quali una lo ha tradito, l’altra lo ha rinnegato e le altre sono fuggite. Non si vergogna nemmeno di chiamarli fratelli! E anche per noi aggiunge: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno». Sono beati, fortunati quelli che con la loro vita trasformeranno le ferite in feritoie di amore.
5 aprile 2026 - Pasqua A (Mt 20,1-9)
Con la Pasqua siamo al cuore della fede cristiana. La risurrezione del Crocifisso a Pasqua è avvenuta di notte, così come a Natale la nascita del Bambino Gesù. Sembra che le cose straordinarie, i germogli segreti, i miracoli accadano di nascosto.
Con la Pasqua siamo al cuore della fede cristiana. La risurrezione del Crocifisso a Pasqua è avvenuta di notte, così come a Natale la nascita del Bambino Gesù. Sembra che le cose straordinarie, i germogli segreti, i miracoli accadano di nascosto. Maria Maddalena esce di casa quando è ancora notte per andare alla tomba, buio nel cielo e buio nel suo cuore. In mano non porta aromi, ma soltanto il suo amore che si ribella all’assenza di Gesù. Il sepolcro è spalancato, vuoto, manca il corpo e da lì parte la corsa di Maddalena, di Pietro e di Giovanni, per cercare e provare a comprendere. Pietro arriva per primo ma vedendo i teli piegati non capisce, mentre Giovanni il discepolo che Gesù amava intuisce per primo il senso. Chi si lascia amare arriva prima a capire. La vita ha fretta di pietre rotolate via dall’imboccatura del cuore e dalla soglia della coscienza.
La risurrezione del Crocifisso è avvenuta di notte, mentre tutti dormivano o si rigiravano nel proprio letto: nessuno l’ha vista accadere. Tutto è successo nel silenzio e nel buio, quando mancano i ruori, quando le voci sussurrano, quando anche gli animali dormono. Quando si soffre non si riesce a dormire, perché scorrono nella mente le grida, le lacrime i respiri di chi abbiamo amato. Che cosa ne sa la Maddalena di ciò che è succsso quella notte? Eppure non manca la fretta di provare a cancellare l’odore della morte. Gli aromi non bastano, le tombe sfarzose non cambiano le cose, imbalsamare Gesù non serve. Come dire la risurrezione? I vangeli nprendono in prestito i verbi quotidiani dell’“alzarsi” e del “svegliarsi”: si svegliò e si alzò il Signore! Alzarsi per andare verso gli altri e svegliarsi per aprire gli occhi sulle ferite di altri è sperimentare la nostra lenta, discreta e silenziosa risurrezione.
29 marzo 2026 - Palme A (Mt 26,14-27,66)
Il racconto della passione di Gesù mette in luce che situazioni di contraddizione di alcuni che fanno ciò che non vorrebbero fare.
Il racconto della passione di Gesù mette in luce che situazioni di contraddizione di alcuni che fanno ciò che non vorrebbero fare. Pietro non avrebbe mai voluto rinnegare il suo Maestro e poi cade dinanzi a una serva. Giuda tradisce e poi si pente in modo tragico. Lo stesso Pilato non avrebbe mai voluto consegnare il Nazareno nelle mani dei nemici giudei e oi cede per meschini calcoli politici. Sembra che la storia si ripeta puntualmente oggi a tanti livelli. Parlano bene e razzolano male, dicono ciò che si aspettano dagli altri e vivono pieni di contraddizioni, vorrebbero un mondo pulito quando per loro è importante apparire, si proclama la dignità della persona e poi la si calpesta, si vuole apparire discepoli mentre in realtà si vive da nemici del Maestro. Spesso ci comanda la falsità.
Nel vangelo la traccia paradossale in cui emerge la doppiezza dei nostri rapporti umani ce la forniscono Giuda e Pietro con un bacio e un gallo. Due uomini, due fragilità, due tradimenti. Giuda è un discepolo, non un infiltrato. Pietro è l’amico, non un nemico. Giuda tradisce il maestro con un gesto di affetto, Pietro invece prende le distanze: “Non lo conosco”. Due modi di disprezzare un legame: l’uno per calcolo, l’altro per paura. Sono talvolta il nostro specchio. Come Giuda in un bacio puoi sapere tutto ciò che è stato taciuto: talvolta è una carezza ruvida, un ponte insicuro. Come Pietro puoi incrociare lo sguardo dell’altro e piangere tristemente, convinto di non essere più amato come prima. Tutti conosciamo momenti di tradimento, ma mi piace pensare che nella fragilità non viene cancellato un frammento di affetto, di accoglienza di chi dice: a presto!
22 marzo 2026 - 5 quaresima A (Gv 11,1-45)
Anche nella vita degli amici di Gesù, senza bussare alla porta, arriva la morte.
Anche nella vita degli amici di Gesù, senza bussare alla porta, arriva la morte. La sorella di Lazzaro rimprovera l’amico: «Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto». Va dritta al cuore di Gesù e lui dritto al cuore dei fatti: «Tuo fratello risorgerà». E Marta: So che un giorno risorgerà, ma quel giorno è così lontano che rimango confusa nel dolore. Due modi di dire: Marta parla al futuro, Gesù al presente: «Io sono la risurrezione e la vita». Lo sono ora. Sono colui che già adesso ti rimette in piedi dalla tue cadute, ti fa rinascere da tutte le tue stanchezze, ti fa rifiorire dopo i tuoi lunghi inverni, ti fa rivivere in seguito alle tue delusioni. Poter vivere è l’effetto di continue risurrezioni: dalla paura, dalla disperazione, dal panico, dall’angoscia, dalle ferite, dalla solitudine.
Quante le lacrime vicino a Lazzaro: è il pianto degli amici, quello delle sorelle Marta e Maria, quello dei Giudei, di Gesù stesso. E chi vede quel maestro piangere con stupore dice: guardate come lo amava! Nelle sue lacrime c’è l’umanità di Dio, l’nterrogativo ultimo della risurrezione di Lazzaro. Gesù ci sta dicendo che piangere significa amare con gli occhi. Togliete la pietra – dice Gesù – le frantumi dietro le quali vi siete seppelliti con le vostre mani, via i sensi di colpa, via la fatica di perdonare se stessi e gli altri, via agli ergastoli interiori… E aggiunge: «Lazzaro, vieni fuori!». Lo dice a me: esci dal tuo piccolo angolo dove ti specchi con te stesso. «Liberatelo», perché qualcuno è più forte della morte. Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. Chi ama continua a vivere!
15 marzo 2026 - 4 quaresima A (Gv 9,1-41)
Nel vangelo il protagonista di oggi è un mendicante cieco, l’emarginato della città, uno che non aveva niente da dare, orami rassegnato al suo destino, che tutti pensavano povero e peccatore.
Nel vangelo il protagonista di oggi è un mendicante cieco, l’emarginato della città, uno che non aveva niente da dare, orami rassegnato al suo destino, che tutti pensavano povero e peccatore. La domanda dei discepoli è forse anche la nostra: «Come mai quest’uomo è nato cieco? Chi ha peccato: lui o i suoi genitori?». E Gesù risponde con chiarezza: «Né il cieco, né i suoi genitori hanno peccato». è una bestemmia parlare di castighi di Dio! Il cieco non chiede nulla e Gesù prende l’iniziativa di guarirlo con il silenzio di una carezza, spalmando con le mani sugli occhi del fango e della saliva. Anche le autorità religiose non mancano di interrogarlo dicendo: «Noi sappiamo che quest’uomo non viene da Dio…». In realtà essi sono ciechi, ma convinti di vederci. E il guarito affidandosi al suo bastone e alla parola del Nazareno risponde: «Prima ero cieco, ora ci vedo».
Chi era cieco compie un cammino di fede: all’inizio Gesù è per lui un semplice uomo, poi diventa un profeta, in seguito un uomo di Dio, alla fine lo chiama Signore. Si guarisce se si riconosce di essere ciechi. I farisei sanno la morale e dimenticano la vita: sono i credenti puri che mai si commuovono. Come credenti e anche come preti si rischia di essere funzionari delle regole e analfabeti del cuore. Si può non avere gli occhiali, avere una grande intelligenza e trovarsi dentro una grande notte. Gesù unisce la vita e la dottrina mettendo al centro l’uomo sofferente. Egli ci sta dicendo che dove c’è qualcuno che è cacciato fuori dal mondo e dalle chiese di quelli che credono di sapere e di vedere, là si rende presente per aprire gli occhi del cuore a chi è cieco e pensa di vederci bene.
8 marzo 2026 - 3 quaresima A (Gv 4,5-42)
Protagonisti del vangelo sono Gesù e una donna di Samaria che si incontrano. Gesù si ferma stanco al pozzo di Sicar e alla Samaritana, come la stese aspettando, chiede da bere.
Protagonisti del vangelo sono Gesù e una donna di Samaria che si incontrano. Gesù si ferma stanco al pozzo di Sicar e alla Samaritana, come la stese aspettando, chiede da bere. Lo sfondo è costituito dal pozzo di Giacobbe, simbolo dell’acqua antica, della Legge e per la fede ebraica a quel pozzo c’è una sorgente con acqua per dissetarsi. Gesù parla per primo «Dammi da bere». Una richiesta piena di umanità e paradosso del suo farsi carne. Ed eccola novità: lei attende il Messia e lui si presenta: «Sono io che parlo con te». L’acqua del pozzo è un’acqua stagnante, lui è l’acqua viva, che non può tenere per se stessa, ma che va racconta a tutti. A Gesù non gli mportano i suoi errori, ma quanta sete di senso, quanto desiderio di vita porta dentro.
La donna, senza nome e dalla vita fragile assomiglia a tutti noi. Se n’è andata dietro tanti amori senza trovare il vero amore. L’incontro con Gesù e la sua parola le permette di capire che non calmerà la sete bevendo a sazietà, ma dissetando la sete di altri. Gesù non giudica la donna per i suoi cinque mariti, non la condanna, non la umilia, ma la fa ri-sorgere. Lascia la brocca come fosse un vestito vecchio, una vecchia storia, una vecchia vita lasciata sull’orlo del pozzo e corre per dire a tutti che c’è un’altra acqua interiore custodita nel pozzo del cuore. Gesù le ha ricordato la sua vita, la sua sete profonda, tanto che le ferite di ieri sono diventate feritoie e lei stessa è il tempio dove vive Dio.
1 marzo 2026 - 2 quaresima A (Mt 17,1-9)
In questa domenica si parla di Gesù che sale su un alto monte. Un’immagine per dirci che la vità è un salire e un scendere verso più luce, che le fatiche e i successi si tengono per mano, si accompagnano, si bilanciano..
In questa domenica si parla di Gesù che sale su un alto monte. Un’immagine per dirci che la vità è un salire e un scendere verso più luce, che le fatiche e i successi si tengono per mano, si accompagnano, si bilanciano. Egli prende con se tre amici fragili, impulsivi, veri. E Gesù cambia figura davanti a loro: il suo volto brilla come il sole, come la luce. I tre discepoli sono meravigliati, vorrebbero terminare sul monte il loro cammino, prolungare quella bellezza del vivere, ma una nuvola comprendoli fa ascoltare una voce del Padre che prende la parola: «Ascoltate Lui!». Quasi a dire: la vostra fede non sia quella del vedere, ma dell’ascoltare. Non si tratta di far funzionare l’orecchio per udire, ma di mettere in movimento il cuore per ascoltare, cioè obbedire.
Gesù prende consè quei tre amici non perché siano i migliori, i più bravi, ma forse solo perché erano a lui più cari. La luce non è un premio riservato a quelli che non sbagliano mai, ma èer tutti, per chi sa restando nelle sue giornate di ombra le attraversa cercando la luce. Dio non si incontra solo nella luce, ma anche nell’ombra, nella nebbia che offusca gli occhi, nella confusione del non capire, nell’incertezza che va a braccetto con noi in tanti momenti. Ciascuno ha dentro una risorsa di luce, un sole che può essere velato e che fa dire all’altro: sto bene con te perché fai uscire dalla mia ombra la mia parte più bella. Il volto è la scrittura del cuore. Spesso custodiamo la nostra luce in un guscio umano di fragilità in cui si alternano buio e sole, ma il vangelo ci dice che la luce si mostra dove c’è l’ombra.
15 febbraio 2026 - 6 A (Mt 5,17-37)
Il vangelo dice ciò che già siamo veramente: «siete sale e luce». Non dice: “sforzatevi di diventare sale e luce della terra”, ma che già lo siamo oggi. .
Gesù invita a vivere una vita giusta che vada oltre quella degli scribi e dei farisei, ossia puramente religiosa, fondata sull’obbedienza della Legge. La persona giusta non è quella che semplicemente osserva la Legge, ma quella che diventa più umana. Gesù non demolisce la Legge, ma richiamando alcune situazioni invita a tornare al cuore per guarirlo. Per Gesù il comandamento “non uccidere” non è più sufficiente”, perché a suo avviso l’omicidio parte sempre dal cuore. Inoltre, non c’è bisogno di giurare, basta dire la verità. Per poter pregare disarma il tuo cuore e fa pace con il tuo fratello. Infine, desiderare una persona non è sbagliato, purchè non sia un desiderio per possederla come oggetto. Secondo Gesù il peccato non è tanto contro la morale, ma contro la persona, contro la sua dignità divina.
La semplice obbedienza alla Legge impoverisce e marcisce la vita. Quante falsità dietro molti sorrisi a norma di legge, quante ipocrisie nascoste in volti apparentemente felici, quante finzioni dietro tante eucaristie celebrate! Gesù ci sta dicendo che non amare qualcuno è togliergli la vita, non dire la verità è ricorrere al giuramento, non disarmare il rancore è abitare l’immondizia, non amare con il cuore non è semplice disobbedienza al vincolo matrimoniale religioso, ma tradire se stessi. Lui ci vuole capaci di amare non con diplomazia, ma col cuore. Lui chiede di non ripararci dietro i facili nascondigli del sentirsi a posto, dietro i comodi rifugi dell’aver rispettato tutti e dieci i comandamenti. No! Lui ci vuole sentinelle del nostro cuore, capaci di parole che rimettono in piedi, di occhi che lodano per la bellezza creata, di coraggio per fare pace, di mani che abbracciano i peccatori. Di mani come le sue.
8 febbraio 2026 - 5 A (Mt 5,13-16)
Il vangelo dice ciò che già siamo veramente: «siete sale e luce». Non dice: “sforzatevi di diventare sale e luce della terra”, ma che già lo siamo oggi. .
Il vangelo dice ciò che già siamo veramente: «siete sale e luce». Non dice: “sforzatevi di diventare sale e luce della terra”, ma che già lo siamo oggi. L’acqua del mare non deve sforzarsi di salare, così come la candela non deve sforzarsi, se accesa, di fare luce. Questa è la loro natura e così siamo noi. Siamo quel sale che si scioglie e scompare per dare sapore, siamo quella luce che permette di vedere i volti, le cose, il mondo. Il sale non dà sapore se rimane chiuso nella sua scatola, la luce non illumina se è messa sotto un tavolo. Il vero sale della terra è Gesù Cristo e il discepolo è sale nella misura in cui con la sua vita racconta lo stile del suo maestro. I cristiani non sono sale per dare sapore a se stessi, ma alla vita di altri, non sono luce per mettersi in evidenza, ma per far uscire dal buio i fratelli e le sorelle. Il sale non fa rumore, ma trasforma il gusto dei cibi. La luce non fa violenza, ma mostra la bellezza delle cose.
Quelle di Gesù ci sembrano parole da non credere. Com’è possibile che, nascosto in noi, ci sia qualcosa capace di dar gusto? E qualcosa che impedisca di spegnere la speranza? non sono io troppo piccolo, troppo insipido, troppo spento per dare sapore e fare luce? Caro Gesù, sei proprio sicuro di quella che dici? Non ti stai sbagliando? Egli ci sta dicendo che quando due si vogliono bene danno sapore al mondo, quando si amano diventano luce per molti. Se non ridiamo sapore alla vita dell’altro, perderemo noi il gusto di vivere. Una vita visssuta nel buio dell’egoismo, giocata sotto un secchio, è destinata a spegnersi. Basta una persona saporita perché la vita di altri diventi più gustosa, basta una persona accesa perché i volti di altri diventino riconoscibili. Noi siamo un granello di sale, una piccola luce accesa, perché il gusto possa ritornare e il buio arretrare.
1 febbraio 2026 - 4 A (Mt 5,1-12a)
Gesù, nel vangelo, chiama “beati” chi produce amore. Questa è la bella notizia che ci stupisce, che ci lascia senza parole..
Gesù, nel vangelo, chiama “beati” chi produce amore. Questa è la bella notizia che ci stupisce, che ci lascia senza parole. I “beati” sono proprio loro: gli ultimi, chi si ostina a cercare giustizia, chi paga di persona pur di fare pace, sono gli scartati dalla vita e dalla gente perbene. Chi mai avrebbe pensato di ascoltare parole come queste? Gesù ci sta dicendo che il mondo non può esere e non sarà mai sotto la legge del più ricco e del più forte, ma di chi ogni giorno si sforza di renderlo migliore. Chiamare “beati” i feriti dalla vita non è una presa in giro, ma una parola di coraggio per chi prova a credere che la forza dell’amore è vincente, il potere del voler bene ha l’ultima parola, l’energia per prendersi cura dell’altro guarisce anche noi, la potenza del perdono fa rifiorire il cuore di entrambi.
Ai piedi del monte una voce ci chiama “beati”. Sono forse io? Io che non conto nulla e mi perdo nella folla? Io che il mondo mi considera un ingenuo? Io che la gente mi vede come poco furbo? Io che sono deriso per la mia onestà? Io che mi sento piccolo davanti al potere di chi distrugge? Io che a fatica arrivo in fondo al mese rispetto a chi ha il portafoglio gonfio? Io che sento l’appetito e la sete del volersi bene? Io che non capisco chi è arrogante? Io che provo tenerezza per chi si gira dall’altra parte? Io che perdono gli altri ma a fatica perdono me stesso? Io che chiamo il pane “nostro” e non mio? Io che non sono capito perchè le ferite degli altri mi commuovono? Per Gesù la persona povera, non è una povera persona. E se riesci anche a piangere i tuoi occhi si lavano, perché ci sono cose che non si vedono se non con gli occhi che hanno pianto.
25 gennaio 2026 - 3 A (Mt 4,12-23)
Giovanni Battista è appena stato arrestato, è in carcere, ma la Parola non è imprigionta. Gesù lascia Nazareth per Cafarnao, zona di contagio culturale, di contaminazioni religiose. Una terra che accoglie tutti.
Giovanni Battista è appena stato arrestato, è in carcere, ma la Parola non è imprigionta. Gesù lascia Nazareth per Cafarnao, zona di contagio culturale, di contaminazioni religiose. Una terra che accoglie tutti. La bella notizia di Gesù non è quando dice «convertitevi», ma nella parola «il regno è vicino», e non lontano. «Convertitevi», non equivale a diventare un po’ migliori, ma un appello a cambiare la mentalità, il cuore, la direzione della vita. Gesù cammina, ma non da solo, e subito chiama quattro pescatori ad andare con lui. Avevano il lavoro della pesca, una casa, una famiglia, una sinagoga, la salute, la fede, eppure mancava loro qualcosa. L’alternativa alla pesca dei pesci è l’impegno di toccare il cuore della gente, di tirar fuori altri dall’acqua delle loro paure, di aggiungere vita ai loro giorni.
«Convertitevi» non è un invito generico, quasi a dire “sforzatevi”, “pedalate di più”, ma significa: controllate la direzione della vostra vita. Andando nella direzione sbagliata, pedalando sempre di più ci si troverà sempre più lontani e disorientati. Che cos’è il «regno di Dio?». È la storia, la terra che Dio sogna, le relazioni che Dio spera. Quei pescatori che chiama conoscono le notti, la fatica, le rotte dei pesci, ma non hanno titoli accademici, non godono di nessun prestigio, non cercano un maestro, non sono migliori degli altri. Si fidano. Il Regno di Dio non nasce in un tempio, ma sulle sponde di un lago, non da un ragionamento, ma da un incontro. Gesù non fa selezione del personale per la sua “azienda”, ma chiama dei pescatori per guarire ferite e asciugare lacrime. Promette loro di farli «pescatori di uomini», non di dare incarichi religiosi. Non si scappa dalla vita, ma la si trasforma!
18 gennaio 2026 - 2 A (Gv 1, 20-34)
Giovanni il Battista aveva parlato di Gesù il giorno prima. Il vangelo di oggi inizia dicendo «il giorno dopo». Che cosa era successo il giorno prima?
Giovanni il Battista aveva parlato di Gesù il giorno prima. Il vangelo di oggi inizia dicendo «il giorno dopo». Che cosa era successo il giorno prima? La gente accorreva da Giovanni nel deserto a farsi battezzare e questo insospettiva le autorità religiose. Lo interrogarono: “Tu chi sei? Come ti permetti di battezzare al Giordano e non in un luogo sacro?” Forse si è messo in mente di essere il Messia? E lui rispondeva: “Viene uno che era prima di me, sta in mezzo a voi e non lo conoscete. È l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”. Inn tutte le fedei le divinità pretendono offerte nel Vangelo Gesà porta in offerta la propria vita. È un Dio agnello. Non un leone ruggente, ma il piccolo del gregge. Non l’agnello da sacrificare alla divinità, ma l’agnello che sacrifica se stesso.
Per bocca del profeta Isaia aveva detto: “sono stanco dei tuoi sacrifici senza numero, delle tue candele accese, delle tue offerte per calmare la coscienza”. Il Signore non chiede più sacrifici all’uomo, ma dà se stesso, non pretende la tua vita, ma offre la sua, non spezza nessuno, ma spezza se stesso. il volto di Dio che ci portiamo dentro è come uno specchio: se ci sbagliamo su Dio, poi, ci sbagliamo sulla vita, sugli altri e su noi stessi. Quante bugie stiamo ascoltando da leoni che si presentano come agnelli, da dittatori che parlano di pace, da aquile che governano con i toni della chioccia… Questo Dio agnello viene negli uccisi come agnelli, nei fratelli sacrificati all’idolo dell’interesse economico, nelle sorelle che dimostrano nelle piazze per un briciolo di libertà. Che lo Spirito dell’Agnello trovi in noi il suo nido.
11 gennaio 2026 - Battesimo del Signore – A (Mt 3,13-17)
Il tempo di Natale termina con la memoria del battesimo di Gesù. Ci è stato detto da chi è nato, quando è nato, dove è nato e come è nato. Ma questo Bambino per che cosa è nato?
Il tempo di Natale termina con la memoria del battesimo di Gesù. Ci è stato detto da chi è nato, quando è nato, dove è nato e come è nato. Ma questo Bambino per che cosa è nato? Il Battista l’aveva evocato come battezzatore ed egli viene a farsi battezzare; l’aveva evocato come uno che fa piazza pulita e brucia ed egli viene come uno che annulla le distanze e si immarge con tutti. Allo sconcerto del Battista risponde: sono venuto a fare questa giustizia. Non è venuto a gridare o ad alzare il tono, non è venuto a tenere la distanza dalla gente che fatica, non è venuto a spezzare chi è già debole. Gesù ha una missione da compiere a favore di altri. Purtroppo chi è scelto non sempre si mette in fila con gli altri e può interpretare la sua elezione, anche di Papa, secondo criteri umani, accampando diritti a onori e privilegi. Immergendosi nell’acqua il cielo si apre dicendo «È mio figlio, ascoltatelo!».
L’acqua del Giordano, come quella del nostro battesimo, non è limpida, ma conosce la storia degli uomini, i residui degli acquedotti. Quest’acqua raccoglie lacrime, polvere, sudore, sangue: tutte le scorie del vivere. Gesù non riane sulla riva a guardare con aria di sufficienza l’intorbidirsi dell’acqua, ma scende là dove sembra esserci solo polvere e fango. Quando il cielo si apre il confine tra cielo e terra, tra divino e umano, tra ciò che pensavamo sacro e ciò che consideravamo profano è cancellato. Tutti noi abbiamo il potere triste di chiudere i cieli sulle persone e sulla terra quando non ci mettiamo in fila con gli altri, ma li giudichiamo dall’alto della nostra presunzione. Con il battesimo Dio mi tende la mano, mi abbraccia, mi mostra il buono che c’è in me. Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito, sento dirmi: “tu mi piaci!”.
6 gennaio 2026 - Epifania – A (Mt 2,1-12)
Il termine Epifania significa manifestazione. Il Bambino Gesù si rivela a tutto il mondo. a differenza dei sacerdoti e degli esperti della Legge che rimasero immobili, i Magi si missero in cammino con una direzione: «Betlemmte di Giuda».
Il termine Epifania significa manifestazione. Il Bambino Gesù si rivela a tutto il mondo. a differenza dei sacerdoti e degli esperti della Legge che rimasero immobili, i Magi si missero in cammino con una direzione: «Betlemmte di Giuda». La loro guida era una stella a cielo aperto. Vedendo il Bambino con sua Madre si prostrarono e lo adorarono. Il loro viaggio non fu una passeggiata tranquilla, ma una ricerca piena di sbagli. Perdono la stella; trovano la grande città anziché un villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e trovano una povera casa. Eppure hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma nonè cade, ma arrenderci nelle cadute. Al bambino non portano una collanina o un braccialetto d’oro, ma il dono più prezioso di questi cercatori pagani è il loro stesso viaggio, tribolato e costantemente ripreso.
Essi alzano gli occhi per cercare uno che respira, un Bambino vivo. Non sarà che, proprio nella stagione delle immagini, noi per disavventura stiamo perdendo la passione di guardare la vita, le persone, le stelle autentiche che ci guidano? Guardare non è lo scorrere ossessivo di immagini, tipico del guardare una cosa e via l’altra. Il rischio è di attraversare una città d’arte attenti più a cosa sorre sul telefonino o sulo smartphone che a alle persone che cercano un saluto, uno sguardo, una gentilezza. Il tempo corre, la vita sfugge fra le mani, ma può sfuggire come sabbia o come semente da spargere. I Magi per una’altra strada torneranno a casa e così speriamo di tornare alla nostra con un altro modo di vivere, finalmente capaci di inchinarci dinanzi alla vita fragile e indifesa.
4 gennaio 2026 - 2 dopo Natale – A (Gv 1,1-18)
Oggi ci ritorna nel cuore l’annuncio di Natale: «La Parola si è fatta carne». Dopo tante parole pallide, monotone, consumate, dopo tante parole urlante, violente, piene di bugie, ambigue, seducenti che ci raggiungono, tutti sentiamo il bisogno di una parola diversa, cui affidare la vita.
Oggi ci ritorna nel cuore l’annuncio di Natale: «La Parola si è fatta carne». Dopo tante parole pallide, monotone, consumate, dopo tante parole urlante, violente, piene di bugie, ambigue, seducenti che ci raggiungono, tutti sentiamo il bisogno di una parola diversa, cui affidare la vita. Ecco perchè i nostri passi ci portano ancora alla nascita di quel Bambino, perché lontani o vicini frequentatori di chiese o meno, ci rimane dentro la percezione che nel presepe ci sia una Parola nuova che protegge senza sequestrare, che aiuta senza pretendere nulla, che nutre senza chiedere ricompensa. Dicendo che la «Parola si è fatta carne» si sta dicendo che Dio ha scritto la sua presenza nella carne. Ancora incapace di parlare, questa carne umana mostra Dio in un modo così discreto e impensabile.
Prendendo carne non si dice semplicemente che perse corpo mortale, che si rivestì di muscoli, ma che divenne uno di noi, che si fece in tutto simile a noi sperientando i sentimenti, le passioni, le emozioni, i condizionamenti culturali, la stanchezza, la fatica, perfino l’ignoranza, le tentazioni, escluso il peccato cioè il vivere contro il Padre. per capire Dio, bisogna partire da questo Bambino di Betlemme e osservare: quello che Lui fa, ciò che Lui dice, come Lui insegna, come si comporta, come ama, chi preferisce, con chi va a cena, da chi va a casa, chi difende. Chi vive in questo modo ha la consapevolezza di essere amato da Dio, trasmette gioia, fa luce, dà sapore al mondo, contribuisce a tener viva la speranza.
1 gennaio 2026 - Maria madre di Dio (Lc 2,16-21)
Oggi, primo giorno dell’anno civile, la liturgia ci invita a celebrare Maria, madre di Dio. Otto giorno dopo Natale, troviamo lo stesso racconto di quella notte.
Oggi, primo giorno dell’anno civile, la liturgia ci invita a celebrare Maria, madre di Dio. Otto giorno dopo Natale, troviamo lo stesso racconto di quella notte. Quella nascita non è facile da capire, ci disorienta, perché incredibile, ai nostri occhi immpossibile. È venuta il Messia e si fa trovare nel giro di poche fasciature, non in morbidi pannolini, ma nella ruvida paglia di una mangiatoia. I pastori dicevano: «Andiamo a vedere». E hanno trovato un bambino nato da poco. La prima visita è dei pstori che odorano di latte e di lana, sempre con le loro pecore, mai al tempio. Chi va a cercarlo nei sacri palazzi non lo trova, chi lo cerca soltanto nei regali, nei botti che regalno rumore, negli auguri che ti lasciano come prima, nei freddi messaggi telefonici, nelle luci che abbagliano gli occhi, rimane deluso… Dio si fa trovare in un bambino, in ciò che è umano, nella fragilità.
Lo troviamo in ciò che è fatto di carne, là dove c’è un cuore che batte, dove ci sono lacrime che scendono, dove ci sono fatti e parole che meditiamo giorno e notte senza capire. Per l’anno che viene non ci porta né salute, né ricchezza, né fortuna, né lunga vita, ma semplicemente la fiducia, per gustare la bellezza degli incontri umani, la sorpresa della riconciliazione, la forza per non avere paura. Viene per farci grazia per i nostri sbagli, per le ferite che abbiamo creato sulla pelle degli altri, per le schiocchezze e le vigliaccherie che ci siamo inventati. Egli rivolge il suo sguardo su di noi quasi a dire: tu mi interessi, mi piaci, ti tengo negli occhi. E se i suoi occhi mi cerheranno, se cadrò e mi farò male, Egli si piegherà ancoa su di me per rialzarmi. Lui, il Bambino, è presente nel tempio dell’umano. Ciò significa che ogni volta che incontriamo persone fragili e deboli lo prendiamo in braccio. Non ci auguriamo che sia nuovo l’anno che inizia, ma che questo anno ci trovi nuovi.
28 dicembre 2025 - Famiglia di Nazareth – A (Mt 2,13-15.19-23)
Il racconto della nascita del Bambino non è descritto in termini sentimentali tra luci e canti, ma è piuttosto una storia di paura, di fatica, di precarietà, insieme a tanto amore.
Il racconto della nascita del Bambino non è descritto in termini sentimentali tra luci e canti, ma è piuttosto una storia di paura, di fatica, di precarietà, insieme a tanto amore. Dopo la nascita di Gesù a Giuseppe viene ordinata la fuga in Egitto, per scappare da un pericolo. In questo modo Giuseppe, Maria e il neonato diventano l’immagine di ogni famiglia che ogni giorno lotta per difendere la vita da ogni minaccia, da ogni rischio sempre alla porta. Quando la notte della vita, la fretta dei giorni, la polvere della strada, crea nei genitori l’ansia di mettere in salvo la vita del figlio, non è facile riconoscere la presenza di un Dio-con-noi, perché sembra essere con altri. Eppure in quel fagottino di vita c’è Dio. Di fronte al pericolo non si tratta di mettere in salvo i cucchiai d’argento, i risparmi, le collane d’oro, ma la vita. Senza capire tutto la famiglia di Nazareth diventa migrante per salvare Dio.
Questo Dio non nasce nei palazzi, non sta fermo nelle chiese o nelle basiliche che gli abbiamo costruito, ma cammina con chi fugge, con chi dorme nelle tende, con chi piange accanto alle macerie della casa o di una vita. Egli parla nel sogno del padre che non dorme pensando ai problemi della famiglia, suggerisce alla madre che si tormenta per non poter entrare nel mondo del figlio. Che cosa è successo alla famiglia di oggi? Assistiamo a un capovolgimento: se prima era la voce dei genitori che dava forma alla vita del neonato, ora sono i gentiori che ruotano attorno al figlio diventato “re”. Prima era il figlio a chiedersi: i miei mi vogliono davvero bene? Ora sono i genitori che domandano al figlio delle certezze e per rendersi amabili sono disposti a tutto, anche ad inseguire i capricci. Non solo, ma i genitori di oggi proteggono i figli da ogni fallimento, coltivano la prestazione, diventano i loro sindacalisti. Così dimenticano che il bambino impara a camminare cadendo!
25 dicembre 2025 - Natale – A (Mt 2,1-14)
Dio nella piccolezza. Ecco il segreto del Natale: troverete un bambino. L’uomo sogna di salire, di comandare, di mettere qualcuno sotto i suoi piedi. Dio desidera scendere, dare, lavare i piedi.
Dio nella piccolezza. Ecco il segreto del Natale: troverete un bambino. L’uomo sogna di salire, di comandare, di mettere qualcuno sotto i suoi piedi. Dio desidera scendere, dare, lavare i piedi. Ogni bambino sogna di essere uomo, ogni uomo di essere re e ogni re di essere “dio”. Solo Dio vuole essere bambino! Che un Dio nasce come uno di noi non è concepibile per nessuna religione: Egli ha il volto di un bambino. Non di una statua, non di un pupazzo. Si è fatto bambino nel senso che appartiene a tutti, nessuno escluso: è venuto per amare, non per castigare. Il vangelo non dice nulla sul colore dei suoi occhi, del suo volto, per lasciare che sia nero per i neri, rosso per gli indiani, giallo per gli asiatici, bianco per i bianchi. Egli è solidale con tutti! Nessuno dica: tu, no, sei sbagliato. Lo dicevano i sacerdoti del tempo ai pastori: voi, no, siete irregolari. E lo hanno ripetuto le autorità ecclesiastiche dopo di Lui: Tu, no!
La gioia di questa nascita è di tutto il popolo. Il Dio cristiano non è cattolico se appartiene a una chiesa, ma lo è se è “di tutti”. Egli ha preso un corpo, perché il suo amore non fosse fantasioso di chi dice: “ti amo, ma non ti tocco”. La vita del Bambino non nasce quando inizia a respirare, ma quando comincia il battito del cuore. Se il cuore la vita vanno d’accordo imparano ad amare. Questo Bambino ci tolga la paura di guardare negli occhi la vita, ci liberi noi schiavi che ci sentiamo liberi. Non sarà nessun “Magnate” a portare la pace, nessun “Zar” a far cessare le armi, nessun “Premier” ad avere pietà della gente, nessun “Sceicco” a usare compassione. La parola sacra “pace” è sulla bocca dei dittatori, nel cantiere dei costruttori di armi, sulla scrivania di tanti erodi che uccidono bambini. La nascita del bambino Gesù è sufficiente per cambiare direzione alla vita, perché l’amore in carne e ossa è entrato nella storia. E ci dice che la vita è troppo corta per pensare solo a noi stessi. Buon Natale!
Domenica 21 dicembre 2025 - 4 Avvento – A (Mt 1,18-24)
Il Natale è alle porte, il Bambino sta per nascere. È l’inizio di un nuovo modo di abitare la vita.
Il Natale è alle porte, il Bambino sta per nascere. È l’inizio di un nuovo modo di abitare la vita. In quel Bambino noi contempliamo il modo in cui Dio entra nella storia: non si impone, ma si espone al nostro mondo, non conquista, ma si consegna alla nostra vicenda umana. Maria si trovò incinta e Giuseppe deve decidere: o tenere per sé la donna amata, oppure obbedire alla Legge di Dio che prevede per l’adultera di essere messa a morte. Di frontre a una scelta lacerante Giuseppe non capisce, va in crisi e la ama lo stesso. Egli prende sonno e sogna. Dio entra nella sua parte più profonda, dove non si fa finta e gli parla. Questo falegname, uomo concreto dai calli nelle mani e dal cuore attento, si sente dire: “Non temere di accogliere ciò che non capisci, di amare ciò che ti spaventa, di entrare nel mistero della vita”. Il suo amore non è un sogno e decide di annullare il matrimonio senza fare chiasso.
Giuseppe ha compreso che quando il Dio con noi parla, la vita ricomincia anche dalle rovine, dalle macerie, dai fallimenti. È l’uomo giusto, nel senso di fedele, perché davanti al mistero della vita, non parla, ma lo custodisce. Tiene con sé Maria e il mistero che l’avvolge. Egli impara a stare con ciò che non capisce e nella vita è il di più che non capiamo! Quasi a dire: non fuggire il mistero della vita, convivi con ciò che non capisci, guardalo negli occhi ogni mattina, cammina con lui nel pomeriggio, addormentanti al suo fianco la notte. Come Giuseppe “non temere”, perché la vita non l’hai decisa tu! Forse la più grande nostra paura è di amare fino in fondo, amare l’altro più di noi stessi. Non chiedere la luce per capire tutti i tuoi passi, ma quella che basta per il primo passo della giornata.