Sergio Gaburro Sergio Gaburro

1 marzo 2026 - 2 quaresima A (Mt 17,1-9)

In questa domenica si parla di Gesù che sale su un alto monte. Un’immagine per dirci che la vità è un salire e un scendere verso più luce, che le fatiche e i successi si tengono per mano, si accompagnano, si bilanciano..

In questa domenica si parla di Gesù che sale su un alto monte. Un’immagine per dirci che la vità è un salire e un scendere verso più luce, che le fatiche e i successi si tengono per mano, si accompagnano, si bilanciano. Egli prende con se tre amici fragili, impulsivi, veri. E Gesù cambia figura davanti a loro: il suo volto brilla come il sole, come la luce. I tre discepoli sono meravigliati, vorrebbero terminare sul monte il loro cammino, prolungare quella bellezza del vivere, ma una nuvola comprendoli fa ascoltare una voce del Padre che prende la parola: «Ascoltate Lui!». Quasi a dire: la vostra fede non sia quella del vedere, ma dell’ascoltare. Non si tratta di far funzionare l’orecchio per udire, ma di mettere in movimento il cuore per ascoltare, cioè obbedire.

Gesù prende consè quei tre amici non perché siano i migliori, i più bravi, ma forse solo perché erano a lui più cari. La luce non è un premio riservato a quelli che non sbagliano mai, ma èer tutti, per chi sa restando nelle sue giornate di ombra le attraversa cercando la luce. Dio non si incontra solo nella luce, ma anche nell’ombra, nella nebbia che offusca gli occhi, nella confusione del non capire, nell’incertezza che va a braccetto con noi in tanti momenti. Ciascuno ha dentro una risorsa di luce, un sole che può essere velato e che fa dire all’altro: sto bene con te perché fai uscire dalla mia ombra la mia parte più bella. Il volto è la scrittura del cuore. Spesso custodiamo la nostra luce in un guscio umano di fragilità in cui si alternano buio e sole, ma il vangelo ci dice che la luce si mostra dove c’è l’ombra.

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15 febbraio 2026 - 6 A (Mt 5,17-37)

Il vangelo dice ciò che già siamo veramente: «siete sale e luce». Non dice: “sforzatevi di diventare sale e luce della terra”, ma che già lo siamo oggi. .

Gesù invita a vivere una vita giusta che vada oltre quella degli scribi e dei farisei, ossia puramente religiosa, fondata sull’obbedienza della Legge. La persona giusta non è quella che semplicemente osserva la Legge, ma quella che diventa più umana. Gesù non demolisce la Legge, ma richiamando alcune situazioni invita a tornare al cuore per guarirlo. Per Gesù il comandamento “non uccidere” non è più sufficiente”, perché a suo avviso l’omicidio parte sempre dal cuore. Inoltre, non c’è bisogno di giurare, basta dire la verità. Per poter pregare disarma il tuo cuore e fa pace con il tuo fratello. Infine, desiderare una persona non è sbagliato, purchè non sia un desiderio per possederla come oggetto. Secondo Gesù il peccato non è tanto contro la morale, ma contro la persona, contro la sua dignità divina.

La semplice obbedienza alla Legge impoverisce e marcisce la vita. Quante falsità dietro molti sorrisi a norma di legge, quante ipocrisie nascoste in volti apparentemente felici, quante finzioni dietro tante eucaristie celebrate! Gesù ci sta dicendo che non amare qualcuno è togliergli la vita, non dire la verità è ricorrere al giuramento, non disarmare il rancore è abitare l’immondizia, non amare con il cuore non è semplice disobbedienza al vincolo matrimoniale religioso, ma tradire se stessi. Lui ci vuole capaci di amare non con diplomazia, ma col cuore. Lui chiede di non ripararci dietro i facili nascondigli del sentirsi a posto, dietro i comodi rifugi dell’aver rispettato tutti e dieci i comandamenti. No! Lui ci vuole sentinelle del nostro cuore, capaci di parole che rimettono in piedi, di occhi che lodano per la bellezza creata, di coraggio per fare pace, di mani che abbracciano i peccatori. Di mani come le sue.

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8 febbraio 2026 - 5 A (Mt 5,13-16)

Il vangelo dice ciò che già siamo veramente: «siete sale e luce». Non dice: “sforzatevi di diventare sale e luce della terra”, ma che già lo siamo oggi. .

Il vangelo dice ciò che già siamo veramente: «siete sale e luce». Non dice: “sforzatevi di diventare sale e luce della terra”, ma che già lo siamo oggi. L’acqua del mare non deve sforzarsi di salare, così come la candela non deve sforzarsi, se accesa, di fare luce. Questa è la loro natura e così siamo noi. Siamo quel sale che si scioglie e scompare per dare sapore, siamo quella luce che permette di vedere i volti, le cose, il mondo. Il sale non dà sapore se rimane chiuso nella sua scatola, la luce non illumina se è messa sotto un tavolo. Il vero sale della terra è Gesù Cristo e il discepolo è sale nella misura in cui con la sua vita racconta lo stile del suo maestro. I cristiani non sono sale per dare sapore a se stessi, ma alla vita di altri, non sono luce per mettersi in evidenza, ma per far uscire dal buio i fratelli e le sorelle. Il sale non fa rumore, ma trasforma il gusto dei cibi. La luce non fa violenza, ma mostra la bellezza delle cose.

Quelle di Gesù ci sembrano parole da non credere. Com’è possibile che, nascosto in noi, ci sia qualcosa capace di dar gusto? E qualcosa che impedisca di spegnere la speranza? non sono io troppo piccolo, troppo insipido, troppo spento per dare sapore e fare luce? Caro Gesù, sei proprio sicuro di quella che dici? Non ti stai sbagliando? Egli ci sta dicendo che quando due si vogliono bene danno sapore al mondo, quando si amano diventano luce per molti. Se non ridiamo sapore alla vita dell’altro, perderemo noi il gusto di vivere. Una vita visssuta nel buio dell’egoismo, giocata sotto un secchio, è destinata a spegnersi. Basta una persona saporita perché la vita di altri diventi più gustosa, basta una persona accesa perché i volti di altri diventino riconoscibili. Noi siamo un granello di sale, una piccola luce accesa, perché il gusto possa ritornare e il buio arretrare.

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1 febbraio 2026 - 4 A (Mt 5,1-12a)

Gesù, nel vangelo, chiama “beati” chi produce amore. Questa è la bella notizia che ci stupisce, che ci lascia senza parole..

Gesù, nel vangelo, chiama “beati” chi produce amore. Questa è la bella notizia che ci stupisce, che ci lascia senza parole. I “beati” sono proprio loro: gli ultimi, chi si ostina a cercare giustizia, chi paga di persona pur di fare pace, sono gli scartati dalla vita e dalla gente perbene. Chi mai avrebbe pensato di ascoltare parole come queste? Gesù ci sta dicendo che il mondo non può esere e non sarà mai sotto la legge del più ricco e del più forte, ma di chi ogni giorno si sforza di renderlo migliore. Chiamare “beati” i feriti dalla vita non è una presa in giro, ma una parola di coraggio per chi prova a credere che la forza dell’amore è vincente, il potere del voler bene ha l’ultima parola, l’energia per prendersi cura dell’altro guarisce anche noi, la potenza del perdono fa rifiorire il cuore di entrambi.

Ai piedi del monte una voce ci chiama “beati”. Sono forse io? Io che non conto nulla e mi perdo nella folla? Io che il mondo mi considera un ingenuo? Io che la gente mi vede come poco furbo? Io che sono deriso per la mia onestà? Io che mi sento piccolo davanti al potere di chi distrugge? Io che a fatica arrivo in fondo al mese rispetto a chi ha il portafoglio gonfio? Io che sento l’appetito e la sete del volersi bene? Io che non capisco chi è arrogante? Io che provo tenerezza per chi si gira dall’altra parte? Io che perdono gli altri ma a fatica perdono me stesso? Io che chiamo il pane “nostro” e non mio? Io che non sono capito perchè le ferite degli altri mi commuovono? Per Gesù la persona povera, non è una povera persona. E se riesci anche a piangere i tuoi occhi si lavano, perché ci sono cose che non si vedono se non con gli occhi che hanno pianto.

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25 gennaio 2026 - 3 A (Mt 4,12-23)

Giovanni Battista è appena stato arrestato, è in carcere, ma la Parola non è imprigionta. Gesù lascia Nazareth per Cafarnao, zona di contagio culturale, di contaminazioni religiose. Una terra che accoglie tutti.

Giovanni Battista è appena stato arrestato, è in carcere, ma la Parola non è imprigionta. Gesù lascia Nazareth per Cafarnao, zona di contagio culturale, di contaminazioni religiose. Una terra che accoglie tutti. La bella notizia di Gesù non è quando dice «convertitevi», ma nella parola «il regno è vicino», e non lontano. «Convertitevi», non equivale a diventare un po’ migliori, ma un appello a cambiare la mentalità, il cuore, la direzione della vita. Gesù cammina, ma non da solo, e subito chiama quattro pescatori ad andare con lui. Avevano il lavoro della pesca, una casa, una famiglia, una sinagoga, la salute, la fede, eppure mancava loro qualcosa. L’alternativa alla pesca dei pesci è l’impegno di toccare il cuore della gente, di tirar fuori altri dall’acqua delle loro paure, di aggiungere vita ai loro giorni.

«Convertitevi» non è un invito generico, quasi a dire “sforzatevi”, “pedalate di più”, ma significa: controllate la direzione della vostra vita. Andando nella direzione sbagliata, pedalando sempre di più ci si troverà sempre più lontani e disorientati. Che cos’è il «regno di Dio?». È la storia, la terra che Dio sogna, le relazioni che Dio spera. Quei pescatori che chiama conoscono le notti, la fatica, le rotte dei pesci, ma non hanno titoli accademici, non godono di nessun prestigio, non cercano un maestro, non sono migliori degli altri. Si fidano. Il Regno di Dio non nasce in un tempio, ma sulle sponde di un lago, non da un ragionamento, ma da un incontro. Gesù non fa selezione del personale per la sua “azienda”, ma chiama dei pescatori per guarire ferite e asciugare lacrime. Promette loro di farli «pescatori di uomini», non di dare incarichi religiosi. Non si scappa dalla vita, ma la si trasforma!

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18 gennaio 2026 - 2 A (Gv 1, 20-34)

Giovanni il Battista aveva parlato di Gesù il giorno prima. Il vangelo di oggi inizia dicendo «il giorno dopo». Che cosa era successo il giorno prima?

Giovanni il Battista aveva parlato di Gesù il giorno prima. Il vangelo di oggi inizia dicendo «il giorno dopo». Che cosa era successo il giorno prima? La gente accorreva da Giovanni nel deserto a farsi battezzare e questo insospettiva le autorità religiose. Lo interrogarono: “Tu chi sei? Come ti permetti di battezzare al Giordano e non in un luogo sacro?” Forse si è messo in mente di essere il Messia? E lui rispondeva: “Viene uno che era prima di me, sta in mezzo a voi e non lo conoscete. È l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”. Inn tutte le fedei le divinità pretendono offerte nel Vangelo Gesà porta in offerta la propria vita. È un Dio agnello. Non un leone ruggente, ma il piccolo del gregge. Non l’agnello da sacrificare alla divinità, ma l’agnello che sacrifica se stesso.

Per bocca del profeta Isaia aveva detto: “sono stanco dei tuoi sacrifici senza numero, delle tue candele accese, delle tue offerte per calmare la coscienza”. Il Signore non chiede più sacrifici all’uomo, ma dà se stesso, non pretende la tua vita, ma offre la sua, non spezza nessuno, ma spezza se stesso. il volto di Dio che ci portiamo dentro è come uno specchio: se ci sbagliamo su Dio, poi, ci sbagliamo sulla vita, sugli altri e su noi stessi. Quante bugie stiamo ascoltando da leoni che si presentano come agnelli, da dittatori che parlano di pace, da aquile che governano con i toni della chioccia… Questo Dio agnello viene negli uccisi come agnelli, nei fratelli sacrificati all’idolo dell’interesse economico, nelle sorelle che dimostrano nelle piazze per un briciolo di libertà. Che lo Spirito dell’Agnello trovi in noi il suo nido.

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11 gennaio 2026 - Battesimo del Signore – A (Mt 3,13-17)

Il tempo di Natale termina con la memoria del battesimo di Gesù. Ci è stato detto da chi è nato, quando è nato, dove è nato e come è nato. Ma questo Bambino per che cosa è nato?

Il tempo di Natale termina con la memoria del battesimo di Gesù. Ci è stato detto da chi è nato, quando è nato, dove è nato e come è nato. Ma questo Bambino per che cosa è nato? Il Battista l’aveva evocato come battezzatore ed egli viene a farsi battezzare; l’aveva evocato come uno che fa piazza pulita e brucia ed egli viene come uno che annulla le distanze e si immarge con tutti. Allo sconcerto del Battista risponde: sono venuto a fare questa giustizia. Non è venuto a gridare o ad alzare il tono, non è venuto a tenere la distanza dalla gente che fatica, non è venuto a spezzare chi è già debole. Gesù ha una missione da compiere a favore di altri. Purtroppo chi è scelto non sempre si mette in fila con gli altri e può interpretare la sua elezione, anche di Papa, secondo criteri umani, accampando diritti a onori e privilegi. Immergendosi nell’acqua il cielo si apre dicendo «È mio figlio, ascoltatelo!».

L’acqua del Giordano, come quella del nostro battesimo, non è limpida, ma conosce la storia degli uomini, i residui degli acquedotti. Quest’acqua raccoglie lacrime, polvere, sudore, sangue: tutte le scorie del vivere. Gesù non riane sulla riva a guardare con aria di sufficienza l’intorbidirsi dell’acqua, ma scende là dove sembra esserci solo polvere e fango. Quando il cielo si apre il confine tra cielo e terra, tra divino e umano, tra ciò che pensavamo sacro e ciò che consideravamo profano è cancellato. Tutti noi abbiamo il potere triste di chiudere i cieli sulle persone e sulla terra quando non ci mettiamo in fila con gli altri, ma li giudichiamo dall’alto della nostra presunzione. Con il battesimo Dio mi tende la mano, mi abbraccia, mi mostra il buono che c’è in me. Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito, sento dirmi: “tu mi piaci!”.

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6 gennaio 2026 - Epifania – A (Mt 2,1-12)

Il termine Epifania significa manifestazione. Il Bambino Gesù si rivela a tutto il mondo. a differenza dei sacerdoti e degli esperti della Legge che rimasero immobili, i Magi si missero in cammino con una direzione: «Betlemmte di Giuda».

Il termine Epifania significa manifestazione. Il Bambino Gesù si rivela a tutto il mondo. a differenza dei sacerdoti e degli esperti della Legge che rimasero immobili, i Magi si missero in cammino con una direzione: «Betlemmte di Giuda». La loro guida era una stella a cielo aperto. Vedendo il Bambino con sua Madre si prostrarono e lo adorarono. Il loro viaggio non fu una passeggiata tranquilla, ma una ricerca piena di sbagli. Perdono la stella; trovano la grande città anziché un villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e trovano una povera casa. Eppure hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma nonè cade, ma arrenderci nelle cadute. Al bambino non portano una collanina o un braccialetto d’oro, ma il dono più prezioso di questi cercatori pagani è il loro stesso viaggio, tribolato e costantemente ripreso.

Essi alzano gli occhi per cercare uno che respira, un Bambino vivo. Non sarà che, proprio nella stagione delle immagini, noi per disavventura stiamo perdendo la passione di guardare la vita, le persone, le stelle autentiche che ci guidano? Guardare non è lo scorrere ossessivo di immagini, tipico del guardare una cosa e via l’altra. Il rischio è di attraversare una città d’arte attenti più a cosa sorre sul telefonino o sulo smartphone che a alle persone che cercano un saluto, uno sguardo, una gentilezza. Il tempo corre, la vita sfugge fra le mani, ma può sfuggire come sabbia o come semente da spargere. I Magi per una’altra strada torneranno a casa e così speriamo di tornare alla nostra con un altro modo di vivere, finalmente capaci di inchinarci dinanzi alla vita fragile e indifesa.

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4 gennaio 2026 - 2 dopo Natale – A (Gv 1,1-18)

Oggi ci ritorna nel cuore l’annuncio di Natale: «La Parola si è fatta carne». Dopo tante parole pallide, monotone, consumate, dopo tante parole urlante, violente, piene di bugie, ambigue, seducenti che ci raggiungono, tutti sentiamo il bisogno di una parola diversa, cui affidare la vita.

Oggi ci ritorna nel cuore l’annuncio di Natale: «La Parola si è fatta carne». Dopo tante parole pallide, monotone, consumate, dopo tante parole urlante, violente, piene di bugie, ambigue, seducenti che ci raggiungono, tutti sentiamo il bisogno di una parola diversa, cui affidare la vita. Ecco perchè i nostri passi ci portano ancora alla nascita di quel Bambino, perché lontani o vicini frequentatori di chiese o meno, ci rimane dentro la percezione che nel presepe ci sia una Parola nuova che protegge senza sequestrare, che aiuta senza pretendere nulla, che nutre senza chiedere ricompensa. Dicendo che la «Parola si è fatta carne» si sta dicendo che Dio ha scritto la sua presenza nella carne. Ancora incapace di parlare, questa carne umana mostra Dio in un modo così discreto e impensabile.

Prendendo carne non si dice semplicemente che perse corpo mortale, che si rivestì di muscoli, ma che divenne uno di noi, che si fece in tutto simile a noi sperientando i sentimenti, le passioni, le emozioni, i condizionamenti culturali, la stanchezza, la fatica, perfino l’ignoranza, le tentazioni, escluso il peccato cioè il vivere contro il Padre. per capire Dio, bisogna partire da questo Bambino di Betlemme e osservare: quello che Lui fa, ciò che Lui dice, come Lui insegna, come si comporta, come ama, chi preferisce, con chi va a cena, da chi va a casa, chi difende. Chi vive in questo modo ha la consapevolezza di essere amato da Dio, trasmette gioia, fa luce, dà sapore al mondo, contribuisce a tener viva la speranza.

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1 gennaio 2026 - Maria madre di Dio (Lc 2,16-21)

Oggi, primo giorno dell’anno civile, la liturgia ci invita a celebrare Maria, madre di Dio. Otto giorno dopo Natale, troviamo lo stesso racconto di quella notte.

Oggi, primo giorno dell’anno civile, la liturgia ci invita a celebrare Maria, madre di Dio. Otto giorno dopo Natale, troviamo lo stesso racconto di quella notte. Quella nascita non è facile da capire, ci disorienta, perché incredibile, ai nostri occhi immpossibile. È venuta il Messia e si fa trovare nel giro di poche fasciature, non in morbidi pannolini, ma nella ruvida paglia di una mangiatoia. I pastori dicevano: «Andiamo a vedere». E hanno trovato un bambino nato da poco. La prima visita è dei pstori che odorano di latte e di lana, sempre con le loro pecore, mai al tempio. Chi va a cercarlo nei sacri palazzi non lo trova, chi lo cerca soltanto nei regali, nei botti che regalno rumore, negli auguri che ti lasciano come prima, nei freddi messaggi telefonici, nelle luci che abbagliano gli occhi, rimane deluso… Dio si fa trovare in un bambino, in ciò che è umano, nella fragilità.

Lo troviamo in ciò che è fatto di carne, là dove c’è un cuore che batte, dove ci sono lacrime che scendono, dove ci sono fatti e parole che meditiamo giorno e notte senza capire. Per l’anno che viene non ci porta né salute, né ricchezza, né fortuna, né lunga vita, ma semplicemente la fiducia, per gustare la bellezza degli incontri umani, la sorpresa della riconciliazione, la forza per non avere paura. Viene per farci grazia per i nostri sbagli, per le ferite che abbiamo creato sulla pelle degli altri, per le schiocchezze e le vigliaccherie che ci siamo inventati. Egli rivolge il suo sguardo su di noi quasi a dire: tu mi interessi, mi piaci, ti tengo negli occhi. E se i suoi occhi mi cerheranno, se cadrò e mi farò male, Egli si piegherà ancoa su di me per rialzarmi. Lui, il Bambino, è presente nel tempio dell’umano. Ciò significa che ogni volta che incontriamo persone fragili e deboli lo prendiamo in braccio. Non ci auguriamo che sia nuovo l’anno che inizia, ma che questo anno ci trovi nuovi.    

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28 dicembre 2025 - Famiglia di Nazareth – A (Mt 2,13-15.19-23)

Il racconto della nascita del Bambino non è descritto in termini sentimentali tra luci e canti, ma è piuttosto una storia di paura, di fatica, di precarietà, insieme a tanto amore.

Il racconto della nascita del Bambino non è descritto in termini sentimentali tra luci e canti, ma è piuttosto una storia di paura, di fatica, di precarietà, insieme a tanto amore. Dopo la nascita di Gesù a Giuseppe viene ordinata la fuga in Egitto, per scappare da un pericolo. In questo modo Giuseppe, Maria e il neonato diventano l’immagine di ogni famiglia che ogni giorno lotta per difendere la vita da ogni minaccia, da ogni rischio sempre alla porta. Quando la notte della vita, la fretta dei giorni, la polvere della strada, crea nei genitori l’ansia di mettere in salvo la vita del figlio, non è facile riconoscere la presenza di un Dio-con-noi, perché sembra essere con altri. Eppure in quel fagottino di vita c’è Dio. Di fronte al pericolo non si tratta di mettere in salvo i cucchiai d’argento, i risparmi, le collane d’oro, ma la vita. Senza capire tutto la famiglia di Nazareth diventa migrante per salvare Dio.

Questo Dio non nasce nei palazzi, non sta fermo nelle chiese o nelle basiliche che gli abbiamo costruito, ma cammina con chi fugge, con chi dorme nelle tende, con chi piange accanto alle macerie della casa o di una vita. Egli parla nel sogno del padre che non dorme pensando ai problemi della famiglia, suggerisce alla madre che si tormenta per non poter entrare nel mondo del figlio. Che cosa è successo alla famiglia di oggi? Assistiamo a un capovolgimento: se prima era la voce dei genitori che dava forma alla vita del neonato, ora sono i gentiori che ruotano attorno al figlio diventato “re”. Prima era il figlio a chiedersi: i miei mi vogliono davvero bene? Ora sono i genitori che domandano al figlio delle certezze e per rendersi amabili sono disposti a tutto, anche ad inseguire i capricci. Non solo, ma i genitori di oggi proteggono i figli da ogni fallimento, coltivano la prestazione, diventano i loro sindacalisti. Così dimenticano che il bambino impara a camminare cadendo!

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25 dicembre 2025 - Natale – A (Mt 2,1-14)

Dio nella piccolezza. Ecco il segreto del Natale: troverete un bambino. L’uomo sogna di salire, di comandare, di mettere qualcuno sotto i suoi piedi. Dio desidera scendere, dare, lavare i piedi.

Dio nella piccolezza. Ecco il segreto del Natale: troverete un bambino. L’uomo sogna di salire, di comandare, di mettere qualcuno sotto i suoi piedi. Dio desidera scendere, dare, lavare i piedi. Ogni bambino sogna di essere uomo, ogni uomo di essere re e ogni re di essere “dio”. Solo Dio vuole essere bambino! Che un Dio nasce come uno di noi non è concepibile per nessuna religione: Egli ha il volto di un bambino. Non di una statua, non di un pupazzo. Si è fatto bambino nel senso che appartiene a tutti, nessuno escluso: è venuto per amare, non per castigare. Il vangelo non dice nulla sul colore dei suoi occhi, del suo volto, per lasciare che sia nero per i neri, rosso per gli indiani, giallo per gli asiatici, bianco per i bianchi. Egli è solidale con tutti! Nessuno dica: tu, no, sei sbagliato. Lo dicevano i sacerdoti del tempo ai pastori: voi, no, siete irregolari. E lo hanno ripetuto le autorità ecclesiastiche dopo di Lui: Tu, no!

La gioia di questa nascita è di tutto il popolo. Il Dio cristiano non è cattolico se appartiene a una chiesa, ma lo è se è “di tutti”. Egli ha preso un corpo, perché il suo amore non fosse fantasioso di chi dice: “ti amo, ma non ti tocco”. La vita del Bambino non nasce quando inizia a respirare, ma quando comincia il battito del cuore. Se il cuore la vita vanno d’accordo imparano ad amare. Questo Bambino ci tolga la paura di guardare negli occhi la vita, ci liberi noi schiavi che ci sentiamo liberi. Non sarà nessun “Magnate” a portare la pace, nessun “Zar” a far cessare le armi, nessun “Premier” ad avere pietà della gente, nessun “Sceicco” a usare compassione. La parola sacra “pace” è sulla bocca dei dittatori, nel cantiere dei costruttori di armi, sulla scrivania di tanti erodi che uccidono bambini. La nascita del bambino Gesù è sufficiente per cambiare direzione alla vita, perché l’amore in carne e ossa è entrato nella storia. E ci dice che la vita è troppo corta per pensare solo a noi stessi. Buon Natale!

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Domenica 21 dicembre 2025 - 4 Avvento – A (Mt 1,18-24)

Il Natale è alle porte, il Bambino sta per nascere. È l’inizio di un nuovo modo di abitare la vita.

Il Natale è alle porte, il Bambino sta per nascere. È l’inizio di un nuovo modo di abitare la vita. In quel Bambino noi contempliamo il modo in cui Dio entra nella storia: non si impone, ma si espone al nostro mondo, non conquista, ma si consegna alla nostra vicenda umana. Maria si trovò incinta e Giuseppe deve decidere: o tenere per sé la donna amata, oppure obbedire alla Legge di Dio che prevede per l’adultera di essere messa a morte. Di frontre a una scelta lacerante Giuseppe non capisce, va in crisi e la ama lo stesso. Egli prende sonno e sogna. Dio entra nella sua parte più profonda, dove non si fa finta e gli parla. Questo falegname, uomo concreto dai calli nelle mani e dal cuore attento, si sente dire: “Non temere di accogliere ciò che non capisci, di amare ciò che ti spaventa, di entrare nel mistero della vita”. Il suo amore non è un sogno e decide di annullare il matrimonio senza fare chiasso.

Giuseppe ha compreso che quando il Dio con noi parla, la vita ricomincia anche dalle rovine, dalle macerie, dai fallimenti. È l’uomo giusto, nel senso di fedele, perché davanti al mistero della vita, non parla, ma lo custodisce. Tiene con sé Maria e il mistero che l’avvolge. Egli impara a stare con ciò che non capisce e nella vita è il di più che non capiamo! Quasi a dire: non fuggire il mistero della vita, convivi con ciò che non capisci, guardalo negli occhi ogni mattina, cammina con lui nel pomeriggio, addormentanti al suo fianco la notte. Come Giuseppe “non temere”, perché la vita non l’hai decisa tu! Forse la più grande nostra paura è di amare fino in fondo, amare l’altro più di noi stessi. Non chiedere la luce per capire tutti i tuoi passi, ma quella che basta per il primo passo della giornata.

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Domenica 14 dicembre 2025 - 3 Avvento – A (Mt 11,2-11)

Giovanni, il profeta tutto d’un pezzo, manda a dire a Gesù dal carcere: «Sei tu o dobbiamo attenderne un altro?». Sei tu il Messia o ci siamo sbagliati?

Giovanni, il profeta tutto d’un pezzo, manda a dire a Gesù dal carcere: «Sei tu o dobbiamo attenderne un altro?». Sei tu il Messia o ci siamo sbagliati? Non è solo la domanda di Giovani, ma anche la nostra. E Gesù risponde con i fatti: i ciechi, gli zoppi, i lebbrosi, i sordi, i morti, i poveri, recuperano la vita. Dov’è la voce che sentenzia sui peccatori? Dov’è l’accetta tagliente del Battista? Dov’è il fuoco che brucia i corrotti? Gesù risponde: «Beato chi non si scandalizza di me!». Il suo messaggio non è dalla parte della maggioranza, ma cambia il volto di Dio e del potere: mette i pubblici peccatori e prostitute prima dei sacerdoti, fa dei poveri i sovrani del suo regno, entra nelle ferite del mondo e delle persone. Egli fa storia non partendo da una legge, non muovendo da pratiche religiose, ma dall’ascolto del dolore della gente.

Ma che Dio è quello di Gesù? È lo scandalo della misericordia. Perdona l’imperdonabile e ama chi non se lo merita. Non brucia i peccatori, ma siede a tavola con loro. È possibile che questo Dio non distrugga i malvagi, ma li benedica con il sole e la pioggia? Il Battista interpreta la nostra fatica di credere. È la tentazione che sempre ritorna anche oggi nella chiesa, di quei gruppi di credenti che si sentono super-cattolici. Perché questo Messia non separa le mele marce che fanno marcire anche le buone? Il non credente che è in me, disilluso, mi contesta: “hai tanto pregato e la pace non è arrivata”! in realtà il mondo non è inguaribile, ma un ammalato affidato alle nostre cure. La risposta di Gesù è un programma del tutto laico: sei credibile se la tua presenza asciunga qualche lacrima, se restituisci dignità a chi l’ha perduta, se aiuti anche una sola persona a vivere meglio.

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Immacolata - A 8 dicembre 2025 - (Lc 1,26-38)

L’espressione Maria immacolata può prestarsi a confusione. Ancora oggi alcuni pensano che evochi la concezione verginale di Gesù, mentre significa che è stata protetta da ogni macchia di peccato.

L’espressione Maria immacolata può prestarsi a confusione. Ancora oggi alcuni pensano che evochi la concezione verginale di Gesù, mentre significa che è stata protetta da ogni macchia di peccato. È la madre che si fa serva fedele, accoglie la Parola e la partorisce. Le madri partoriscono e rinnovano il mondo. Nessuna guerra, incendio o cataclisma le ferma, agiscono per amore alla vita. «Non temere Maria» le dice l’angelo. E quando si sente dire che «Nulla è impossibile a Dio», si dichiara sua serva. La psicanalisi ci dice che siamo condizionati dal passato, mentre Maria è condizionata dal futuro. Pur fidandosi Maria sperimenta momenti di gioia e di dolore: tocca con mano che la vita non è facile. È faticoso restare quando non si può fare nulla, ma lei rimane, portando dentro fatti che non capisce, avvenimenti umanamente senza senso.

Mi piace questa donna! Si accorge se nei momenti più duri manca l’amore, è attenta alle difficoltà come alle nozze di Cana, sotto la croce non scappa. Ogni persona che sta per morire chiama “mamma”. È una donna umile senza diventare servile, è paziente senza diventare ostinata, è gioiosa senza diventare superficiale, è silenziosa senza diventare invadente, è madre senza cercare espedienti della scienza, è luminosa senza abbagliare nessuno, è fedele senza pretendere di essere la prima donna, è paziente senza diventare ansiosa. Lo stile di Maria può risvegliare la nostra umanità oggi così inquieta, così delusa, in cui manca la libertà di lasciarsi turbare, la pazienza di durare, il coraggio di osare la domanda. Eppure anche oggi ci sono gli angeli che vengono a trovarci, vestiti nei modi più diversi, e li riconosciamo solo quando se ne sono andati.

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Domenica 7 dicembre 2025 - 2 Avvento A (Mt 3,1-12)

Nel vangelo si alza forte il grido di Giovanni Battista il battezzatore: «Convertiteti, perché il regno dei cieli è vicino». Un racconto ebraico si dice che un discepolo riferì al suo maestro: “È arrivato il Messia” e il maestro rispose: “Come può essere venuto il Messia se niente nel mondo è cambiato?”.

Nel vangelo si alza forte il grido di Giovanni Battista il battezzatore: «Convertiteti, perché il regno dei cieli è vicino». Un racconto ebraico si dice che un discepolo riferì al suo maestro: “È arrivato il Messia” e il maestro rispose: “Come può essere venuto il Messia se niente nel mondo è cambiato?”. È questa lobiezione che talvolta viene posta ai cristiani: come potete credere in un mondo nuovo se tutto è come prima? Chi è forte continua a schiacciare i deboli, la dignità della persona è calpestata, il virus della discordia è ancora vivo, le guerre sembrano nascere come i funghi. In realtà non è Dio in ritardo, ma sono i nostri occhi non ancora pronti a “riconoscerlo”. Egli viene non accanto a noi, ma dentro di noi, nel cuore, nel centro della nostra esistenza. Viene con il soffio della sua Parola che spazza via la pula e lascia sull’aia solo i preziosi chicchi, viene con il silenzio del suo amore che taglia non l’albero della nostra vita, ma le radici del male che non portano frutto.

«Convertitevi» non significa fare un gesto generoso, ma cambiare lo sguardo, la mentalità, il cuore. Non una verniciata morale, ma uno spostamento di direzione. Nessuna appartenenza alla religione garantisce, nessun battesimo da solo ti salva, nessuna parentela di persone devote assicura, nessuna candela o incenso proteggono... Solo un cuore nuovo rende vere le persone. Quando il profeta dice che il lupo dimorerà con l’agnello, il leone con il bue, il bambino con il serpente, è proprio un sogno? Le contraddizioni non mancano, tuttavia, esistono anche gli abracci tra nemici, il saluto tra parenti feriti, la stretta di mano tra l’arabo e l’ebreo, l’intesa tra il russo e l’ucraino, l’armonia tra il bianco e il nero, la riconciliazione tra sposi separati, il perdono tra ladri e rapinati, il “com-patimento”tra l’infedele e il tradito… Tutti questi sono germogli di persone che stanno diventando un popolo.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 30 novembre 2025 - 1 Avvento A (Mt 24, 37-44)

Questa domenica di Avvento è la prima di un nuovo anno liturgico. La venuta del Signore è derscritta come quella del ladro, non perché viene a rubare, ma perché viene nell’ora che non immaginiamo.

Questa domenica di Avvento è la prima di un nuovo anno liturgico. La venuta del Signore è derscritta come quella del ladro, non perché viene a rubare, ma perché viene nell’ora che non immaginiamo. L’invito è di vegliare, di rimanere svegli, di non prendere sonno. Nel vangelo si dice che nei giorni di Noè la gente mangiava e beveva, si sposava e metteva al mondo figli. Ma che facevano di male? Niente, ma vivevano superficialmente, non si accorsero di nulla, finchè non venne il diluvio che li travolse. Si tratta di alzare lo sguardo senza accontentarci di essere sazi, senza cercare la proprietà che ci manca… Due uomini saranno nel campo, dice Gesù, ma solo uno verrà preso e l’altro lasciato, due donne macineranno, ma una verrà portata via e l’altra lasciata. Non si parla dell’angelo della morte, ma di due modi diversi di abitare la vita: uno adulto e l’altro infantile.

Tenetevi pronti, ripete Gesù, perché è possibile vivere distratti: senza accorgersi neppure di chi ti sfiora nella tua casa, di chi ti rivolge la parola, di chi ti cerca con occhi di lacrime asciutte. Il rischio è di vivere senza capire che nessun genitore mette i figli su una barca, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra. Il pericolo è di vivere addormentati senza riconoscere i germogli che in silenzio non smettono di sbocciare. Il diluvio è sempre in agguato per tutti: basta un dispiacere, un insuccesso, una malattia, un incidente, una delusione del cuore… Sono almeno due i modi di vivere, dice Gesù: uno è di chi è chinato sul suo piatto e l’altro che spezza il pane e l’amore con altri. Tra questi due uno non si accorge di nulla, l’altro è pronto all’incontro con il Signore che nasce. Avvento non è attendere il Bambino che nasce, lui è già nato, ma aspettare che nasca in me.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 26 novembre 2023 - Cristo re A (Mt 25, 31-46)

«Ciò che avete fatto ai miei fratelli, è a me che l’avete fatto». Gesù ci sta dicendo che il povero è il cielo di Dio. Nel suo cielo noi entreremo solo se saremo entrati nella vita del povero.

«Ciò che avete fatto ai miei fratelli, è a me che l’avete fatto». Gesù ci sta dicendo che il povero è il cielo di Dio. Nel suo cielo noi entreremo solo se saremo entrati nella vita del povero. Un detto ebraico dice: se un uomo chiede il tuo aiuto, non dirgli devotamente “rivolgiti a Dio, abbi fiducia, poni in Lui la tua sofferenza”, ma agisci come se Dio non ci fosse, come se in quel momento al mondo ci fossi solo tu per aiutarlo. Non si tratta di compiere opere di misericordia e di giustizia sociale per guadagnarci la salvezza, il paradiso, ma le opere che compiamo a favore di chi è in difficoltà dimostrano che siamo già stati salvati. La nostra mano tesa non è la causa della salvezza, ma la prova che Dio ci ha salvati e ci ha resi capaci di aiutare altri a stare meglio. Alla fine questo Re non chiederà se abbiamo fatto qualcosa per Lui, ma per chi ha bisogno.

Da piccoli siamo stati educati con domande e risposte del catechismo. Una domanda chiedeva: “Per quale fine Dio ci ha creati?” E la riposta da imparare a memoria era: “Per conoscere, amare e servire Dio in questa vita e goderlo per tutta l’eternità”. Nella risposta mancava una parte essenziale: come servire Dio, se non in chi ha fame, in chi ha sete, in chi era straniero, nudo, malato, in carcere? Il giudizio finale non sarà sugli atti di culto, sul numero delle preghiere o sulle cose che ci hanno fatto arrabbiare nella vita, ma sulla qualità delle relazioni che abbiamo costruito con gli altri. Avremo sorprese che non immaginiamo: non credenti e senza dio che passeranno avanti a coloro che magari si sono illusi di una religiosità formale e di convenienza. Il rischio dei paraticanti è di accontentarsi di fare “gargarismi” domenicali con il nome di Dio e usarlo come bastone per schiacciare gli altri, non facendosi trovare agli appuntamenti con chi è nel bisogno. La separazione finale non sarà secondo l’etnia, ma morale: tra giusti e ingiusti, tra quando siamo stati pecore e quando capre.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 19 novembre - 33 A (Mt 25,14-30)

La parabola del vangelo ci porta a verificare la nostra idea di Dio. Sono ancora molti i cristiani che pensano Dio come un ragioniere spietato che fa pivere dal cielo, quasi magicamente, favori e preferenze, in base ai meriti.

La parabola del vangelo ci porta a verificare la nostra idea di Dio. Sono ancora molti i cristiani che pensano Dio come un ragioniere spietato che fa pivere dal cielo, quasi magicamente, favori e preferenze, in base ai meriti. O qualcuno lo pensa come un vigile urbano che che si diverte a multare ogni nostra infrazione. Nella parabola emergono due visioni opposte della vita: l’esistenza come un’opportunità da vivere con serenità, oppure come un tribunale che fa paura. Si parla un ricco signore che alla sua partenza consegna a tre dipendenti i suoi talenti, secondo le capacità di ciascuno. Al suo ritorno i primi due li riconsegnano trafficati in modo diverso, il terzo restotuisce quello che ha sotterrato. I primi due si sentono dire: «sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto». Il terzo nel giustificarsi dicendo «so che sei un uomo duro», si sente chiamare «servo inutile». La paura del padrone paralizza, blocca, imprigiona.

Il talento è la nostra vita. Chi la vive seduto in panchina per paura di rischiare la difende, la protegge e quindi la impoverisce. La paura della vita paralizza. Chi non si sposa per la paura che il matrimonio fallisca, chi non mette al mondo figli per paura crescano male, chi non attraversa mai la strada per paura di un incidente, chi non semina mai perché il brutto tempo può compromettere il raccolto, vive paralizzato. Il problema non è passare la vita a invidiarci l’un l’altro, a giudicare se una persona ha o meno i “numeri”, ma si tratta di far fruttare ciò che ciascuno ha ricevuto. Dio non vuole indietro i suoi talenti, ma vuol vederli fruttificati secondo le diverse capacità. Tutti siamo suoi figli, ma non figli uguali. Egli non mi chiederà perché non sono stato come Mosè, come un profeta, come un santo, ma soltanto perché non sono stato me stesso. Ogni persona è un talento per gli altri, ma se non viene valorizzata, Dio la chiama «inutile». La paura di incontrare gli altri blocca la crescita!

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 12 novembre 2023 - 32 A (Mt 25,1-13)

Nel vangelo si racconta una strana festa di matrimonio. Non sembra esserci la sposa. Lo sposo arriva a mezzanotte e porta con sé cinque ragazze sagge e rovina la festa alle altre cinque, sbattendo loro la porta in faccia.

Nel vangelo si racconta una strana festa di matrimonio. Non sembra esserci la sposa. Lo sposo arriva a mezzanotte e porta con sé cinque ragazze sagge e rovina la festa alle altre cinque, sbattendo loro la porta in faccia. E che cosa dire di tutte queste dieci ragazze che si addormentano? Matteo  richiama la comunità alla vigilanza, che sentendo il peso tempo e l’affanno dell’attesa si addormenta, incrocia le braccia. Questa comunità non è fatta di perfetti, di eroi, di modelli a imitare. Siamo noi, vigilanti e dormienti, che sentiamo il peso della notte, come delle sentinelle che perdono la pazienza perché non vedono mai arrivare l’alba. Le dieci ragazze, quelle con l’olio nelle lampade e quelle senza, entrano nel sonno: fanno un pisolino. Tuttavia nel pieno della notte, quando ormai si pensava che la festa fosse compromessa, un grido rompe il silenzio: «Ecco lo sposo!». Le cinque ragazze con le lampade accese gli vanno incontro, mentre quelle senza olio ne chiedono, ma l’olio non si può scambiare. E a chi chiede di entrare alla festa senza luce lo sposo risponde duramente: «non vi conosco».

L’alternativa che il vangelo richiama è in fondo tra il vivere accesi o il vivere spenti. Anche noi attraversiamo lunghe notti di buio, continuiamo a sperare e non vediamo segni di cambiamento: rischiamo di stancarci, di rassegnarci. Cominciamo a spegnerci proprio come la luce della lampada che senza olio diventa sempre più debole. La notte avanza e Dio sembra non tenderci la mano. Ci addormentiamo come le dieci ragazze della parabola, perché il sonno ci vince, o forse perché non vogliamo vedere in faccia la cruda realtà. Il vangelo tuttavia ci rassicura. La notte finisce e proprio nel momento più buio, a mezzanotte, chi attende è svegliato da un grido: lo sposo è arrivato, la festa della vita continua. L’unico olio che lo sposo conosce è quello dell’amore, che nessuno può dare all’altro. Senza l’olio delle altre persone, infatti, la mia lampada si sarebbe spenta mille volte. Nessuno di noi può tener accesa la lampada della vita senza l’olio degli altri! Ecco la buona notizia di oggi: anche nel cuore delle notti più buie la forza dell’amore ci fa luce per continuare a camminare.

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