26 aprile 2026 - 4 di Pasqua A (Gv 10,1-10)

La parabola del pastore è descritta su uno sfondo molto familiare alla vita palestinese. La sera i pastori conducono il gregge in un recinto comune per la notte che serve generalmente a diversi greggi. Il mattino ogni pastore fa sentire il suo richiamo e le sue pecore che conoscono la sua voce lo seguono. Gesù è il pastore che chiama le pecore una per una, le conduce fuori dal recinto, cammina davanti a loro. Non è il pastore dei raduni oceanici dove ciascuno si perde in una massa indistinta di volti, ma di chi chiama nome per nome. Non porta le pecore da un recinto all’altro, ma le conduce fuori, le libera all’aria aperta, spalanca un supplemento di vita e soprattutto cammina davanti a loro. Non trascina, non spinge, non umilia, ma rispetta il passo e la stanchezza di ciascuna.

Egli è un pastore apripista, che non si pone alle spalle per richiamare e controllare con il bastone. Non è un “cane da pastore” che tiene in riga le pecore. Esse camminano ordinate perché seguono uno di cui hanno fiducia, sanno che la strada è sicura. Questo pastore ci chiama per nome e non ci confonde con nessun’altro. Non ci chiama secondo i titoli, i ruoli, le funzioni sociali, la laurea ottenuta, ma per quello che siamo. Gesù ci sta dicendo che la fede, prima ancora che un insieme di riti, di regole da seguire, consiste nella capacità di distinguere la sua voce amica da tutte le altre voci di ladri, di briganti e di lupi, che vengono per strappare, per ferire, per ingannarci. Se la sua voce a volte è un morso alla nostra coscienza è solo perché vuole che la nostra coscienza sia tranquilla.

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19 aprile 2026 - 3 di Pasqua A (Lc 24,13-35)