10 maggio 2026 - 6 di Pasqua A (Gv 14,15-21)
Dire che il comando di Gesù è l’amore, non è esatto. Sono in molti ad amare sotto il cielo di tutti i tempi. Non è nemmeno corretto dire di amare il prossimo, perché è già nella legge di Mosè e neppure dire di amare “il prossimo come te stesso”, quasi fossimo noi la misura dell’amore. Per la prima volta Gesù chiede di essere amato: «Se amate me». Dio non è un’idea, è una persona, è relazione con Gesù. «Se mi amate osserverete i comandamenti». Se Lo ami ci saranno delle conseguenze. Amando diventi un osservante dei comandamenti. È vero che le mani rivelano il cuore, ma è il cuore che muove le mani. Anche nelle stagioni più difficili Egli non ci lascerà orfani. Non promette una vita senza fatica, che uttto andrà bene, ma lo Spirito della sua presenza che ci rimette sempre in piedi.
Non è detto che chi osserva la Legge, ami. Osservare il precetto della domenica non vuol dire far contento Dio. Non si tratta di osservare i dieci comandamenti, ma di osservare la sua vita. Quasi a dire: se mi ami non puoi ferire, non puoi tradire, non puoi derubare, non puoi deridere. Se mi ami ti trovi chiamato a tendere la mano, ad accogliere, a godere di unos(S)piritodi fiducia. Questa è l’esperienza dei discepoli dopo la risurrezione: non il ritorno di un cadavere, ma la scoperta che l’Amore non si lascia rinchiudere dalla morte. La persona cara che accompagnamo al cimitero continua misteriosamente a vivere nei gesti, nelle parole, nello sguardo di chi rimane. La loro voce diventa coscienza, la loro voglia di vivere diventa forza, il loro amore diventa presenza invisibile. Spesso accade di fare un’autentica esperienza di una persona nella sua assenza.