Sergio Gaburro Sergio Gaburro

26 dicembre 2021 - Famiglia di Nazareth - C (Lc 2,41-52)

Dei primi trent’anni della famiglia di Nazareth conosciamo soltanto questo episodio in cui Gesù Giuseppe e Maria vanno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Il vangelo non è una cronaca, ma ci comunica dei significati. Si dice che durante il ritorno dal viaggio «Gesù rimase a Gerusalemme senza che i genitori se ne accorgessero». L’evangelista dice ciò che accade o dovrebbe accadere in ogni famiglia.

Dei primi trent’anni della famiglia di Nazareth conosciamo soltanto questo episodio in cui Gesù Giuseppe e Maria vanno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Il vangelo non è una cronaca, ma ci comunica dei significati. Si dice che durante il ritorno dal viaggio «Gesù rimase a Gerusalemme senza che i genitori se ne accorgessero». L’evangelista dice ciò che accade o dovrebbe accadere in ogni famiglia. I genitori devono perdere il proprio figlio, cioè accettare che non è loro, ma di Dio. Il figlio ha la sua strada da percorrere, ha un progetto da realizzare, deve rimanere al servizio di Dio e non a disposizione della famiglia naturale. In questo modo si dice che Gesù non appartiene più a Maria e a Giuseppe, ma è per un Altro, per il Padre, è per gli altri. Gesù non porta a passeggio la propria famiglia lungo le rive del lago di Galilea, ma a conoscere la volontà del Padre. Così «…lo trovarono nel tempio seduto in mezzo ai dottori». Maria emerge che la figura che protegge il figlio Gesù. Mi dispiace che alcuni usino il nome di Maria per incoraggiare a non vaccinarsi! Il vangelo ci insegna a difendere la vita e chi non la protegge lancia un messaggio contro la vita, contro la nascita del Bambino, contro il Natale!

Le famiglie di oggi sono lo specchio di una società in mutamento, più sensibile verso i diritti, ma sotto molti aspetti sofferente e incapace di vivere la diversità come risorsa. Difficile è il rapporto tra lavoro e famiglia, tra il ritmo veloce e il tempo di quiete, tra il bisogno di affetto e la ricerca di nuove emozioni. Conosciamo ormai da vicino la facile separazione, la famiglia con un solo genitore, il nuovo ruolo dei nonni. L’istituzione famiglia sta attraversando una stagione travagliata, forse alla ricerca di una diversa identità. La famiglia di Nazareth ci ricorda che esiste una spiritualità della vita ordinaria, una mistica dellefaccende domestiche, una teologia degli incontri sempre da inventare. Se al centro della famiglia rimane Gesù i nostri gesti, i nostri incontri lasceranno trasparire il vangelo e parleranno di Lui, anche se noi staremo zitti. Beata è la famigliache non diventa casa che sequestra, casa chiusa, casa senza porte e finestre aperte alle persone e al mondo. Diceva padre Maria Turoldo agli sposi: «Non fatevi l’appartamento, fatevi una casa. L’appartamento richiama l’appartarsi. La casa richiama il profumo dell’ospitalità».

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Natale 2021 (Lc 2,1-14)

Oggi è Natale! È la festa della nascita di Gesù. Secondo l’evangelista Luca i primi testimoni del Natale sono i pastori che increduli assistono all’evento che ha unito per sempre il cielo e la terra. Natale è dunque una faccenda che riguarda tutti, credenti e non credenti, ebrei e pagani. Solo i “religiosi” non ci sono a Betlemme, solo i potenti della politica di allora e quelli di oggi non vengono coinvolti.

Oggi è Natale! È la festa della nascita di Gesù. Secondo l’evangelista Luca i primi testimoni del Natale sono i pastori che increduli assistono all’evento che ha unito per sempre il cielo e la terra. Natale è dunque una faccenda che riguarda tutti, credenti e non credenti, ebrei e pagani. Solo i “religiosi” non ci sono a Betlemme, solo i potenti della politica di allora e quelli di oggi non vengono coinvolti. Gesù nasce in una condizione di migrante per il quale non c’è posto nell’albergo e in questo quadro si descrivono i pastori che «vegliano di notte facendo la guardia al loro gregge». Sono stretti attorno al fuoco, avvolti dall’oscurità da cui potevano irrompere i briganti e in cui spesso anche loro assalivano altri, facendosi briganti a loro volta. Sono uomini duri, senza paura, senza scrupoli, persone emarginate sia a livello sociale, sia religioso, perché vivere con il gregge impediva loro di osservare le norme rituali di purità e così non potevano rendere il loro culto a Dio. Erano considerati impuri ed estranei a Dio, ma ecco che un Bambino appena nato non dà importanza alla loro impurità e non gli mettono paura. I primi testimoni del Natale sono i pastori, sono gli ultimi, ai quali va il nostro augurio.

Buon Natale alle mamme e ai papà 

pastori instancabili che giorno e notte vegliano sui propri figli.

Buon Natale ai genitori in guerra che vivendo separati

feriscono e separano anche i loro figli.

Buon Natale a chi ha la presunzione di sentirsi pastore migliore degli altri

e giudica sbagliato chi non gli assomiglia. 

Buon Natale ai pastori che noi consideriamo sbagliati

e che tuttavia non sono estranei a Dio.

Buon Natale a chi non è praticante la chiesa

ed è pastore che pratica il comandamento dell’amore.

Buon Natale ai pastori che consideriamo impuri

e che tuttavia si aprono a Colui che non dà importanza alla loro impurità.

Buon Natale ai pastori che discriminano le pecore bianche da quelle di colore, 

dimenticando che in tutte loro scorre lo stesso sangue rosso. 

Buon Natale a quei pastori educatori che di giorno educano all’onestà

e nelle loro notti conducono una vita da briganti.

Buon Natale ai pastori che dormono all’aperto, sotto i ponti e nelle stazioni, 

a chi non dorme perché ha mangiato troppo e chi non dorme perché ascolta la fame.

Buon Natale a quei pastori cristiani che difendono le radici cristiane dell’Europa

e non avvertono la loro ipocrisia quando respingono i migranti e i profughi.

Buon Natale ai funzionari della legge, alle forze dell’ordine,

spesso pastori forti con i deboli e impotenti con i forti. 

Buon Natale ai pastori che vaccinano le loro pecore

perché nessuna sia esclusa dalle loro cure.

Buon Natale a quei pastori che fasciano le ferite della vita con la benda del perdono,

a chi guarisce le piaga del risentimento con la medicina della pace.

Buon Natale a quei pastori che vivono le festività senza una persona cara,

a cui è richiesto di tirar fuori una forza che non sanno di avere.

Buon Natale a chi celebra la nascita del Salvatore

e trova posto nell’albergo del proprio cuore. 

…secondo il vangelo se ci mettiamo in fila con gli ultimi, con gli impuri, con i briganti, con gli estranei a livello religioso e sociale, possiamo diventare i primi testimoni della nascita di Gesù.

Buon Natale a tutti!

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Domenica 19 dicembre 2021 - 4 Avvento C (Lc 1,39-45)

Nell’ottica dell’evangelista Luca il viaggio di Maria è anzitutto in funzione della manifestazione di Gesù: non a servizio di Elisabetta, nemmeno a servizio sella fede di Maria, ma a servizio di Gesù. Non c’è nessun riferimento al fatto che Maria va per fare il bene e finisce per portare Cristo. Non si dice che il motivo del viaggio di Maria sia stato motivato dal desiderio di aiutare Elisabetta.

Nell’ottica dell’evangelista Luca il viaggio di Maria è anzitutto in funzione della manifestazione di Gesù: non a servizio di Elisabetta, nemmeno a servizio sella fede di Maria, ma a servizio di Gesù. Non c’è nessun riferimento al fatto che Maria va per fare il bene e finisce per portare Cristo. Non si dice che il motivo del viaggio di Maria sia stato motivato dal desiderio di aiutare Elisabetta. L’espressione «Serva del Signore» sottolinea l’obbedienza a Dio, non di per sé il servizio al prossimo. Il desiderio di Maria è di osservare il segno che l’angelo le ha indicato, che non ha chiesto e che le è stato dato. È un desiderio il suo di verificare la verità della prova offerta dall’angelo. Il viaggio di Maria va compreso in un contesto di rivelazione. Dio mostra la sua verità e non vuole che l’assenso della fede avvenga al buio. Non si tratta di un segno che è “prova”,  ma di un segno che “rivela”. Il viaggio di Maria è semplice cornice, il quadro consiste nella rivelazione del bimbo che porta in grembo.

Il vangelo ci dice che Dio comunica se stesso attraverso persone, incontri, abbracci. Nell’incontro di Maria e di Elisabetta, due donne in attesa, Dio toglie il velo su se stesso e si mostra, si fa percepire silenzioso e invisibile come presenza viva che fa scaturire un canto di ringraziamento. Il magnificat di Maria non nasce nella solitudine, ma nell’abbraccio di due donne nello spazio degli affetti. Le relazioni umane sono il sacramento di Dio sulla terra, lo spazio in cui Egli ci dà appuntamento, l’opportunità per dire a ciascuno:che tu sia benedetto!A chi mi ha dato vita possa dire:tu sia benedetto/a; a chi mi rivolge il saluto possa dire:tu sia benedetto/a, a chi mi ospita nella sua casa possa dire:tu sia benedetto/a; a chi si dispone ad ascoltarmi possa dire:tu sia benedetto/a; a chi cammina con il mio passo stanco possa dire:tu sia benedetto/a; a chi perdonandomi mi rimette in piedi possa dire:tu sia benedetto/a; Maria ci sta dicendo che il Santo dei santi non è più nel tempio, ma è lì nel carne di una donna, nel tessuto umano delle persone che incontro, nell’abbraccio di chi non smette di volersi bene.

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Domenica 12 dicembre 2021 - 3 Avvento - C (Lc 3,10-18)

Nel vangelo di oggi Luca descrive il contenuto della predicazione del Battista. Dopo aver annunciato un Dio minaccioso che domandava conversione e avrebbe bruciato i peccatori, viene interpellato dalle folle, dai pubblicani e dai soldati con la domanda: «Che cosa dobbiamo fare?». Con la sua risposta Giovanni traduce il vangelo nella concretezza di tutti i giorni. Egli non dà soluzioni,  ma invita a guardare dentro la propria vita.

Nel vangelo di oggi Luca descrive il contenuto della predicazione del Battista. Dopo aver annunciato un Dio minaccioso che domandava conversione e avrebbe bruciato i peccatori, viene interpellato dalle folle, dai pubblicani e dai soldati con la domanda: «Che cosa dobbiamo fare?». Con la sua risposta Giovanni traduce il vangelo nella concretezza di tutti i giorni. Egli non dà soluzioni, ma invita a guardare dentro la propria vita. Alle folle suggerisce di condividere il cibo e i vestiti. Agli esattori delle tasse di non esigere di più di quanto è stato fissato. Ai soldati di non abusare del loro ruolo. Il suo vangelo è sociale “condividete quello che avete”, è economico “non estorcere il popolo” ed è politico “non minacciate né derubate”. Questo è quello che Giovanni esige da che si vuol battezzare. E le nostre parrocchie cosa esigono? Basta il rito che ci fa figli di Dio? Per costruire un nuovo mondo Dio ha bisogno di noi. Il profeta Sofonia intona il canto dell’amore felice quando Dio dice all’uomo: “tu sei la mia gioia!”. Si, proprio tu che pensavi di essere una palla al piede del suo progetto sei motivo di gioia per Dio, tu che pensavi di essere un freno alla costruzione di un mondo nuovo sei motivo di gioia per Dio. Egli non ci chiede di cambiare mestiere, ma di fare bene e meglio con gioia ciò che stiamo già facendo.

Di fronte alla richiesta del cambiamento non raramente ci capita di rassegnarci dicendo: “se fossi più giovane potrei cambiare…”, “con questo mio lavoro è impossibile…”, “tra qualche anno ne riparleremo…”. In realtà il Battista non domanda sacrifici e digiuni, non chiede solenni liturgie, novene e pii esercizi, perché questi sono solo occasioni per sviluppare un amore più pieno. Piuttosto domanda che la nostra religiosità non si fermi sulla soglia della chiesa. Egli chiede innanzitutto di dividere: «Chi ha due vestiti ne dia uno a chi non ce l’ha». Ci è stato insegnato che la sicurezza consiste nell’accumulare, che la felicità è nel comprare un’altra tunica oltre alle due, alle molte che già possediamo. In sintonia con il vangelo lo stesso Gandhi direbbe: «Ciò che hai e non usi è rubato a un altro». Il Battista, inoltre, invita gli esattori del fisco di ritornare all’onestà, di evitare ogni abuso, sapendo bene che le persone non si sentono mai sazie: diventano avide, sfruttano chi è debole, si vendono per denaro. Infine raccomanda a chi ha ruoli di autorità e di forza, a chi indossa una divisa in tutti i campi, di non maltrattare e di non estorcere niente a nessuno. Le regole del Battista per praticare la giustizia e la misericordia sono diverse, ma il principio è lo stesso: prima le persone e poi le cose.

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8 dicembre 2021 - Immacolata (Lc 1,26-38)

Per prepararci al Natale la liturgia ci propone la figura di Maria, che meglio di ogni altre madre può aiutarci all’incontro con Gesù. Il vangelo ci dice che l’attenzione di Dio si ferma a Nazareth, un paesino di poche case, mai nominato nella Bibbia e attraverso il suo angelo si rivolge a una ragazzina di dodici anni. Com’è venuto in mente a Dio di rivolgersi a una donna?

Per prepararci al Natale la liturgia ci propone la figura di Maria, che meglio di ogni altre madre può aiutarci all’incontro con Gesù. Il vangelo ci dice che l’attenzione di Dio si ferma a Nazareth, un paesino di poche case, mai nominato nella Bibbia e attraverso il suo angelo si rivolge a una ragazzina di dodici anni. Com’è venuto in mente a Dio di rivolgersi a una donna? Eppure Dio costruisce la sua storia chiedendo la collaborazione di una figura femminile che nel contesto sociale del tempo non era considerata. La prima parola dell’angelo è «Rallegrati, gioisci, sii felice». Non le domanda: ti chiedo di pregare, di inginocchiarti, di fare opere buone. Ma semplicemente: sii contenta! Nella seconda parola l’angelo dice il motivo della gioia: «sei piena di grazia». Non dice sei piena di meriti, sei piena di qualità, sei piena di doti. Al centro si trova la gratuità di Dio, il suo agire gratis e quindi le sue chiamate non sono un premio, una ricompensa, ma un regalo. Maria si sente colta di sorpresa e l’angelo la rassicura: «Non temere!», non devi sentirti migliore degli altri, ma discepola dell’unico Maestro.

Anche noi ogni giorno abbiamo degli angeli che si avvicinano alle nostre strade e ci salutano e ci trasmettono gioia, letizia, serenità: tutti ingredienti che rendono piacevole la giornata. Quando qualcuno ci saluta, ci sentiamo diversi, trasformati, capaci di nuova energia. Spesso e volentieri anche noi, come Maria, siamo colti di sorpresa dalla vita e l’angelo ci ripete: «Non temere». Qualsiasi cosa accada non temere. Non temere se Dio interviene senza far rumore, non temere se Dio agisce lontano dagli incensi del tempio e dalle luci della città, non temere di perdonare anche se il tuo perdono sarà respinto, non temere di seminare amore come risposta a chi ti vuole male. Non temere di rialzarti ogni volta che cadi, perché tu non sei i tuoi errori. È bello osservare che Maria, madre di Dio, non ha pronunciato subito il suo sì, ma ha risposto con una domanda. Quante volte anche noi nella vita ci sentiamo turbati, desiderosi di capire, con la voglia di interrogare Dio dal di dentro delle nostre ferite, dicendo con Maria: «Come è possibile?». Come posso farcela? Chi sono io per far fronte a problemi così grandi, a progetti che mi superano? Si tratta di imparare come Maria ad affidarci al Dio della vita per riconoscere la forza e la speranza dove gli altri vedono solo problemi. 

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Domenica 5 dicembre 2021 - 2 Avvento C (Lc 3,1-6)

L’evangelista Luca colloca la vicenda di Gesù in un quadro storico ben preciso dando voce a un lungo elenco di re e di sacerdoti che tracciano la mappa del potere politico e religioso dell’epoca. I nomi di politici come Pilato, Erode, Filippo, Lisania, insieme a nomi del mondo religioso come i sommi sacerdoti Anna e Caifa, evocano il degrado politico e il degrado religioso del sacerdozio. In questo quadro deprimente e di squallore, «la parola di Dio venne su Giovanni nel deserto».

Domenica 5 dicembre 2021 - 2 Avvento C (Lc 3,1-6)

L’evangelista Luca colloca la vicenda di Gesù in un quadro storico ben preciso dando voce a un lungo elenco di re e di sacerdoti che tracciano la mappa del potere politico e religioso dell’epoca. I nomi di politici come Pilato, Erode, Filippo, Lisania, insieme a nomi del mondo religioso come i sommi sacerdoti Anna e Caifa, evocano il degrado politico e il degrado religioso del sacerdozio. In questo quadro deprimente e di squallore, «la parola di Dio venne su Giovanni nel deserto». Il centro della storia non è il potere politico di Cesare, non è il potere religioso dei pontefici di Gerusalemme, ma la parola di Dio. Questa Parola non risuona nel palazzo del signore del mondo, ma nel deserto e inizia da un uomo sconosciuto: Giovanni. Dio inizia con gli umili, nel deserto, nel silenzio. La parola di Dio cerca uomini e donne semplici e veri, per creare inizi e processi nuovi, per raddrizzare i sentieri storti, per spianare le montagne delle nostre arroganze, per colmare i burroni che ci dividono, per eliminare le nostre ambiguità, per abbassare i monti della nostra autosufficienza.

Quando la parola di Dio ci raggiunge produce sempre un cambiamento, scuote, destabilizza: cerca gente semplice, tocca le nostre case, impedisce il naufragio della speranza. Questa Parola non si fa sentire nel frastuono, nella vita-spettacolo, nella babele delle parole e delle cose, ma nel silenzio. I cambiamenti veri, non quelli di facciata, infatti, non accadono nell’esibizione, non nascono nel clamore, ma nel silenzio del cuore. Dio non cambia stile! La sua Parola più che sulle piazze delle mega-manifestazioni religiose, viene sugli sconosciuti, quelli che non appaiono. Se una chiesa dimentica questo, il danno è mortale, perché smarrisce il luogo dell’appuntamento con Dio, con il senso della vita. Il vangelo ci ripete: «Ogni uomo vedrà la salvezza!». Non dice ogni uomo cattolico, italiano, praticante… ma «ogni uomo!». Nessuno infatti è così piccolo o così peccatore, nessuno conta così poco da non poter diventare profeta del Signore. Il volontario che nell’ospedale offre un sorriso a chi è nel dolore, la coppia di sposi che allarga la propria casa per prendere in affido un bimbo, il praticante che non si sente più al sicuro perché ha affidato la propria religiosità a qualche pratica esteriore, ma tende la mano a chi ha bisogno… Siamo circondati da testimoni silenziosi, da folle di profeti che danno testimonianza a Dio, anche se non vestono peli di cammello come Giovanni, ma i vestiti di tutti i giorni.

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Domenica 28 novembre 2021 - 1 C (Lc 21,25-36)

nizia oggi il tempo liturgico dell’Avvento: quattro settimane di attesa del Natale. L’attesa può essere vissuta in molti modi diversi: si può aspettare con timore che capiti un evento brutto, sperando – forse contro ogni logica – che non succederà.

Inizia oggi il tempo liturgico dell’Avvento: quattro settimane di attesa del Natale. L’attesa può essere vissuta in molti modi diversi: si può aspettare con timore che capiti un evento brutto, sperando – forse contro ogni logica – che non succederà. O si può aspettare un evento bello non vedendo l’ora che capiti. Lo scenario sconvolgente e inquietante a cui Gesù fa riferimento è quello della caduta di Gerusalemme a opera delle truppe romane. Non è stata un’impresa facile riprendere fiato e rimettersi in cammino quando tutte le speranze di Israele, di cui si sentivano forti, sembrano svanite. Quante volte di fronte alle tragedie anche noi abbiamo gridato: è la fine! Ebbene Gesù invita a un atteggiamento contrario a quello dell’ansia e dell’agitazione, sfruttando le occasioni tragiche della vita per rendere testimonianza. In altre parole ci dice: non preoccuparti come se tutto dipendesse da te! Se sei caduto, rialzati, se sei prigioniero alza il capo perché la liberazione è vicina! Riconosci i germogli che stanno spuntando dai tuoi rami secchi!

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