Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 15 ottobre 2023 - 28 A (Mt 22,1-14)

Nella parabola del vangelo tutto comincia con un invito. Non un obbligo o un dovere, ma un invito. Gesù si rivolge ai capi religiosi e li richiama perché recuperino il coraggio di guardare alle proprie stanchezze, ai propri “rifiuti”, alle proprie illusioni. Tre i colpi di scena.

Nella parabola del vangelo tutto comincia con un invito. Non un obbligo o un dovere, ma un invito. Gesù si rivolge ai capi religiosi e li richiama perché recuperino il coraggio di guardare alle proprie stanchezze, ai propri “rifiuti”, alle proprie illusioni. Tre i colpi di scena. Il primo consiste nel rifiuto degli invitati alle nozze per il figlio del re. La sala rimane vuota, perché all’invito si preferisce il campo e badare agli affari. Nel secondo colpo di scena il re, per riempire al sala, fa invitare a palazzo chi sta agli incroci delle strade: straccioni e poveracci. Terzo colpo di scena: fa buttare fuori dalla festa chi non ha l’abito nuziale. Ha invitato barboni, mendicanti e si meraviglia che uno sia messo male? Non si contesta l’abito indossato sulla pelle, ma quello che indossa il cuore. È rifiutato chi fisicamente entra nella sala, ma il suo interesse è altrove. È il dramma dell’uomo che si è sbagliato su Dio, che immagina un invito fatto di precetti domenicali, di credenze astratte, di proibizioni.

Noi pensiamo che Dio sia lontano e invece si trova dentro la sala della vita, nella sala del mondo. L’uomo, con la sua libertà, è il rischio di Dio! La parabola interroga anche noi quando ci sentiamo cristiani certificati, che rischiano di cullarsi nella falsa sicurezza di appartenere formalmente alla chiesa. Il rischio è di accontentarci degli adempimenti religiosi e del precetto festivo, come ciliegie sulla torta dei nostri comodi, dei nostri interessi. In realtà siamo chiesa in uscita a cercare agli incroci delle strade chi non sa più sperare, chi è nascosto dietro le siepi dei loro errori... Non importa chi sono: basta abbiano fame di vita. Forse oggi il re manderebbe i suoi servi nelle zone di guerra, a Lampedusa, alle stazioni ferroviarie delle grandi città. E secondo la parabola a cercare prima i cattivi e poi i buoni: uno scandalo per il fariseo che è in me! L’invito non è di passare la vita a indossare bei vestiti, ma a rivestire il cuore dei sentimenti di Cristo, a indossare la sua passione per chi ha bisogno. La sua sala non è piena di santi, ma di peccatori perdonati, di gente come noi: col fiatone, eppure mendicanti di senso.

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Domenica 8 ottobre 2023 - 27 A (Mt 21,33-43)

La parabola narra l’intreccio della nostra infedeltà con la passione ostinata di Dio. La vigna è il popolo di Israele, il padrone è Dio, i contadini sono i capi del popolo, i servi, il Figlio è Gesù.

La parabola narra l’intreccio della nostra infedeltà con la passione ostinata di Dio. La vigna è il popolo di Israele, il padrone è Dio, i contadini sono i capi del popolo, i servi, il Figlio è Gesù. Il contadino Gesù vanga la vigna, la sgombra dai sassi, pianta scelte viti, costruisce una torre perché dall’alto si possa sorvegliare, scava un frantoio perché è sicuro che troverà frutto in abbondanza. Questa passione, tuttavia, contrasta con la violenza dei vignaioli che fanno piazza pulita dei servi e n nemmeno si fermano davanti al Figlio. È l’eterno intreccio tra l’amore di Dio e il nostro rifiuto. La parabola intona il canto dell’amore deluso, di una passione divina che nessun insuccesso può spegnere. Per Dio il bene possibile e sperato vale più della sconfitta patita. Egli non reagisce con vendette, ma dà la vigna a coloro che sanno produrre frutti buoni di giustizia, di onestà e di attenzione a chi ha bisogno.

Il vendemmiatore Gesù viene ogni giorno nelle persone che cercano pane, ascolto, un po’ di fiducia e di coraggio per continuare a vivere e non lasciarsi andare. Che cosa noi gli daremo? Un vino buono o uva acerba? Un ascolto del grido o l’indifferenza? Non raramente, nel benessere, ci prende l’ubriacatura dell’essere proprietari della vigna, vendemmiatori, quando in realtà siamo contadini, servi a tempo determinato. Se la vigna non è coltivata, Dio la dà quelli che conoscono la debolezza e la fragilità del vivere. La dà alle persone “non in regola”, agli “estranei nella chiesa”, a chi non si lascia ubriacare dal sentirsi padrone della vita. Sono piccole e tante le vigne ferite e segrete che in silenzio custodiscono con passione la loro famiglia e sono spesso il nucleo più sano degli operai della vigna. Sia che siamo vino buono, sia che siamo vino aspro, siamo sempre suoi: siamo sempre vigna amata da Dio.

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Domenica 1 ottobre 2023 - 26 A (Mt 21,28-32)

Nel vangelo Gesù esprime una rovente accusa contro le autorità giudaiche e denuncia la loro contraddizione raccontando una storia familiare. Un uomo aveva due figli che chiede loro di andare a lavorare in quella che chiama “mia vigna”: il primo dice “non ne ho voglia”, poi ci ripensa e ci va; il secondo dice “si”, ma non ci va.

Nel vangelo Gesù esprime una rovente accusa contro le autorità giudaiche e denuncia la loro contraddizione raccontando una storia familiare. Un uomo aveva due figli che chiede loro di andare a lavorare in quella che chiama “mia vigna”: il primo dice “non ne ho voglia”, poi ci ripensa e ci va; il secondo dice “si”, ma non ci va. Quindi la domanda: Quale dei due ha fatto la volontà di Dio? Come hanno pensato i capi dei sacerdoti e degli anziani del tempio ci verrebbe da dire il primo, quello che dice “no” e poi va a lavorare. E Gesù reagisce dicendo: «i pubblici peccatori e le prostitute vi sorpassano”. Gesù voleva bene a queste due categorie di persone molto disprezzate, non perché approvasse ciò che facevano, ma perché era gente che provava a vivere magari anche sbagliando, che non si vergognava e non nascondeva le proprie ferite a differenza dei capi religiosi che si credevano giusti davanti a Dio.

Questi due figli interpretano il nostro cuore diviso. Siamo tutti contradditori e incerti, con due cuori: uno che dice “si” e uno che lo contraddice. Uno per il quale basta sembrare buoni, curare le apparenze e uno per il quale conta essere veri anche se nessuno vede e sa. Gesù non si illude: conosce bene come siamo fatti. Non esiste un terzo figlio ideale, della famiglia del mulino bianco. I due fratelli, così diversi, hanno in comune l’idea di un padre padrone. Ma il primo cambiando idea del padre va a lavorare, il secondo pensandolo come un padrone rimane un servo. Con chi ce l’ha Gesù? Con chi siede sulle poltrone della religione e giudica chi sbaglia. Egli ci ricorda: “proprio quelli che escludete sono i più vicini a me”, perché Dio è presente nella debolezza umana. Gandhi racconta che volendo farsi cristiano, dopo essere stato respinto alla porta della chiesa e invitato ad andare dove celebravano i negri commenta: «Anche se lì si parlava di Dio, lì non c’era amore e quindi non c’era neanche Dio».

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Domenica 24 settembre 2023 - 25 A (Mt 20,1-16)

La parabola di Gesù non descrive un modello sociale, sindacale, ma presenta la sorpresa e la grandezza della bontà di Dio. Nella parabola il padrone dà la stessa paga agli operai della prima e dell’ultima ora, provocando un capovolgimento: «gli ultimi saranno primi e i primi ultimi».

La parabola di Gesù non descrive un modello sociale, sindacale, ma presenta la sorpresa e la grandezza della bontà di Dio. Nella parabola il padrone dà la stessa paga agli operai della prima e dell’ultima ora, provocando un capovolgimento: «gli ultimi saranno primi e i primi ultimi». Ma ciò non significa che i primi diventano ultimi, poiché restano primi. Nessuno diventa ultimo perché Dio stesso si è fatto ultimo, perché tutti diventassero primi. Dio fa questo perché è buono e anche giusto. A chi ha detto ti do uno, gli dà uno. I lavoratori della prima ora logicamente protestano, perché ciò che i lavoratori dell’ultima ora ricevono non è una paga, ma un regalo. Ma il padrone dice: chi mi impedisce di dare la stessa paga? O forse ti dà fastidio che io sia buono? Vedi di malocchio che io sia buono? Dio ragiona diversamente: non dà secondo i meriti, ma secondo il bisogno.

Il vangelo capovolge la nostra mentalità che pensa: peccatori vanno puniti, non amati! Com’è possibile? Non c’è più religione. Gli stranieri vanno respinti, non accolti. Vadano a casa loro, ci danno fastidio, non li vogliamo, non c’è posto, la barca è piena... L’amore dà fastidio ai discepoli e anche a noi. L’amore di Dio è fastidioso, perché non guarda al merito del lavoratore, ma alla sua fame, al suo bisogno. Alla domanda che il Signore rivolge anche a noi cristiani praticanti «ti dispiace che io sia buono?», potremmo rispondere:No, non mi dispiace, perché quell’operaio dell’ultima ora sono io Signore, un po’ pigro, un po’ bisognoso. Vieni a cercarmi anche se si è fatto tardi. Non mi dispiace che tu sia buono. Dopo l’utimo respiro ci presenteremo davanti a Dio con la giornata della nostra vita e se ci andrà bene saremo come il lavoratore dell’ultima ora. Avremo un’ora buona da far valere: quante ore abbiamo sciupato! Invocheremo la bontà di Dio e sarà buono anche con noi. Vivendo con Cristo, alla scuola del suo Vangelo anche noi possiamo diventare buoni come non lo siamo mai stati.

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Domenica 17 settembre 2023 - 24 A (Mt 18,21-35)

Il vangelo di oggi tocca il tasto delicato del “perdono”. Pietro ha capito che occorre perdonare, ma vuole sia precisata una misura e, rispetto alla regola ebraica che chiedeva di perdonare tre volte, nell’interrogare Gesù fa il generoso: “Se il mio fratello commette colpe contro di me, basta che gli perdoni sette volte?”

Il vangelo di oggi tocca il tasto delicato del “perdono”. Pietro ha capito che occorre perdonare, ma vuole sia precisata una misura e, rispetto alla regola ebraica che chiedeva di perdonare tre volte, nell’interrogare Gesù fa il generoso: “Se il mio fratello commette colpe contro di me, basta che gli perdoni sette volte?” E Gesù lo spiazza dapprima dicendo “settanta volte sette” e poi con una parabola che capovolge i calcoli umani. Parla di un re compassionevole per il quale il dolore del servo debitore pesa più dell’oro. Scioglie il debito milionario del servo, qualcosa come il bilanzio di uno stato e “appena uscito”, dopo aver fatto l’esperienza del grande cuore del re, incontra un suo debitore che presolo per il collo, lo strangolava dicendo: Ridammi i miei centesimi. È chiaro il contrasto: lui perdonato per milioni, rivendica dal suo compagno gli spiccioli. In fondo, era suo diritto, agire in modo giusto e spietato. Eppure per Gesù l’unica unità di misura del perdono è perdonare senza misura.

Il perdono si mostra nell’esercizio dell’amore: è un’arte da imparare, un lavoro lento e faticoso. Accade che quando si crede di amare un altro in realtà si ama se stessi, la nostra immagine che vediamo riflessa nell’amato. Così amare vuol dire amarsi, accrescere il proprio “Io”. Eppure l’amore autentico si nutre della differenza e si matura spesso attraverso stagioni difficili e traumatiche. La libertà dell’altro mette in crisi il fantasma dell’appropriazione dell’amato e costringe a confrontarsi con la ferita aperta dei due cuori. Gesù chiede di “perdonare l’imperdonabile” e proprio nell’esercizio del perdono tocchiamo con mano, intatta e spigolosa, la differenza dell’altro. Gesù contesta la nostra mentalità contabile, del cristiano ragioniere. Se l’uomo pensa per equivalenza, Dio pensa per eccedenza. Perché devo perdonare? Perché così fa Dio la sera di ogni giornata con me! Prima di essere degni del perdono dell’altro occorre tuttavia perdonare se stessi. La cosa più difficicle. Ma chi non perdona se stesso, distrugge il ponte su cui egli stesso dovrà passare.

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L’evangelista Matteo si rivolge alla comunità dando dei consigli per restare fedeli allo spirito di Gesù, che ha appena terminato di parlare dello scandalo che i credenti possono dare ai piccoli, agli emarginati, ai deboli. La prima fase che Gesù suggerisce è quella della correzione fraterna nei confronti di un fratello che ti offende.

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Domenica 3 settembre 2023 - 22 A (Mt 16,21-27)

Gesù si è fatto parecchi nemici: è una figura incompresa, scomoda, che gli ha creato nemici. Ai suoi discepoli inizia a spiegare che doveva andare a Gerusalemme, là dove risiede il potere, il controllo religioso, nella tana del nemico.

Gesù si è fatto parecchi nemici: è una figura incompresa, scomoda, che gli ha creato nemici. Ai suoi discepoli inizia a spiegare che doveva andare a Gerusalemme, là dove risiede il potere, il controllo religioso, nella tana del nemico. E comincia a dire che «doveva molto soffrire e venire ucciso». Pietro reagisce e in disparte lo contesta, lo sgrida dicendo: «Questo non ti accadrà mai!». Pietro vive un momento di presunzione: rimprovera Dio. Vuole ricordargli come si deve comportare da Dio. E Gesù si volta e risponde a Pietro: Va dietro a me da  buon discepolo, non pretendere di suggerire a Dio che cosa deve fare… A tutti i discepoli poi dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Gesù conduce i suoi al centro del cristianesimo, li invita a entrare nello scandalo della croce, rompe l’illusione di una vita cristiana “a buon prezzo”.

Con Pietro anche noi possiamo dire: Tu vuoi salvare questa storia a pezzi lasciandoti uccidere? Nel mondo i problemi non mancano, bisogna risolverli, e tu pensi di farlo finendo in croce? Ti illudi che il mondo si slavi per un crocifisso in più fra i milioni di crocifissi della storia! È una follia. Usa altri mezzi come il potere, la sacralità, il miracolo, l’autorità.Ed è proprio questo che Gesù rifiuta, scegliendo invece il servizio, l’amore, la misericordia, la giustizia, il cuore puro... Non raramente diciamo: la Chiesa canta fuori dal coro, è vecchia, interessa sempre meno. È vero che i battezzati sono ancora il 90%, ma i cristiani non sono quelli anagrafici. Continuiamo ad autocelebrarci in bagni di folla statisticamente irrilevanti, ci rifugiamo in ambienti rassicuranti quali parrocchie e associazioni, ma la gente tende alla ripetizione tradizionalista più che alla profezia. La formazione cristiana sembra essere rimasta all’asilo infantile. Forse come Chiesa ci stiamo allontanando dal Centro, dal paradosso della croce che va presa, non subita. Come tradurre le parole di Gesù? Se qualcuno vuol venire dietro a me, preda su di sé tutto l’amore di cui è capace e mi segua!

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Domenica 27 agosto 2023 - 21 A (Mt 16,13-20)

Alla domanda «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo», per i discepoli risposta è facile: «Dicono che sei un profeta» come Elia, come il Battista, come Geremia… La gente ha capito la grandezza di Gesù, ma la riduce a qualcosa di già conosciuto.

Alla domanda «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo», per i discepoli risposta è facile: «Dicono che sei un profeta» come Elia, come il Battista, come Geremia… La gente ha capito la grandezza di Gesù, ma la riduce a qualcosa di già conosciuto. E Gesù incalza: «Ma voi, chi dite che io sia?». Nessuno può dare su Cristo risposte per sentito dire, accontentarsi delle parole di altri… della nonna, del prete, del papa. Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù li invita al silenzio: «Non ditelo a nessuno». È un invito a tenere il segreto, come se la risposta di Pietro, che suona come una definizione, dovesse essere protetta, difesa, da equivoci e tradimenti. Del resto ogni definizione si presta a equivoci, perché de-finire contiene la pretesa della fine, della parola ultima. Non basta dire Dio con le parole: Cristo non è ciò che dico di lui, ma ciò che vivo del suo stile, allo stesso modo della vita che non sta nelle mie parole sulla vita, ma nel mio viverla e patirla.

La domanda rivolta ai discepoli oggi è rivolta a me. Chi sono io per te? Cosa centro io con la tua vita?Quanto conto per te? La risposta può essere di tipo religioso o di fede. Quella religiosa si ferma al contenuto, magari imparato a catechismo, pensando di conoscere Dio in proporzione a ciò che sappiamo di Lui, alle informazioni in mio possesso. In questo senso è come presumere di dissetarsi conoscendo la formula dell’acqua… Oppure, in termini di fede, posso rispondere riferendomi alla vita concreta, perché la relazione con Cristo tocca le scelte che faccio, il mio modo di pensare, di vedere le cose, di incontrare le persone che amo, gli amici che frequento, le persone bisognose che non vedo, il lavoro che svolgo, il denaro che gestisco, il vestito che indosso, il cibo che mangio… Chi sono io per te? Tutti abbiamo bisogno che il vangelo ci metta in questione, per svegliarci dal sonno del sentirci a posto, perché le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, mentre le domande ci obbligano a guardare avanti e ci fanno camminare.

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Domenica 20 agosto 2023 - 20 A (Mt 15,21-28)

Il vangelo narra dell’incontro di Gesù con una donna che, essendo pagana, è parte dei chiamati dai giudei “cani”. Tutto si decide a livello verbale. Questa madre domanda aiuto a Gesù non per sé, ma per la guarigione della figlia tormentata da un demonio.

Il vangelo narra dell’incontro di Gesù con una donna che, essendo pagana, è parte dei chiamati dai giudei “cani”. Tutto si decide a livello verbale. Questa madre domanda aiuto a Gesù non per sé, ma per la guarigione della figlia tormentata da un demonio. Alle parole della straniera: Kyrie eleyson, abbi pietà, Gesù non risponde nemmeno una parola. Lei  non si arrende e gridando il suo dolore coinvolge anche i discepoli, che invitano il Maestro a esaudirla per togliere dai piedi la scocciatrice che dà fastidio. Gesù risponde in modo netto e brusco: io sono venuto solo per quelli della mia gente, della mia religione. La donna, allora, si butta terra dicendo: Signore aiutami. Ma Gesù reagisce in modo ancora più ruvido: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cagnolini. Ed ecco la risposta geniale: è vero Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni! E Gesù si sente dire dalla straniera che nel regno di Dio non ci sono uomini e cani, ma solo fame e creature da saziare.

Gesù impara dalle persone del suo tempo. Lei non va al tempio, non conosce le Scritture, prega gli idoli di Canaan e per Gesù è donna di grande fede! Un’espressione che non ha mai usato con i discepoli, anzi li ha rimproverati per la loro “poca fede”. Lei ha compreso che Dio è più attento alla felicità dei suoi figli, che non alla loro fedeltà, che dove c’è il dolore lì si trova tutta la pietà di Dio, che la sofferenza di una persona conta più della sua religione. È una donna che non conosce la fede del catechismo, ma possiede quella delle madri che soffrono, sa che Dio non conta il numero dei peccati, ma una ad una le lacrime di chi piange, sa che i “cagnolini” esclusi sotto la tavola possono sedere tra i figli. In questa stagione di fame e di festa, di miseria e di vacanze, c’è ancora una moltitudine di madri cananee che implorano ancora briciole di amore per i loro cuccioli, stritolati dal demone della fame e della malattia. La gente che osserva oggi la Chiesa non dice: “guarda come sono organizzati”, ma “guarda come si vogliono bene”!

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15 agosto 2023 Assunzione di Maria (Ap 11,19a;12,1-6a.10ab; Lc 1,39-56)

Nell’Oriente cristiano la festa dell’Assunzione di Maria prende anche il nome di “dormitio Mariae”. La morte come l’addormentarsi, per poi al risveglio vedere la vita.

Nell’Oriente cristiano la festa dell’Assunzione di Maria prende anche il nome di “dormitio Mariae”. La morte come l’addormentarsi, per poi al risveglio vedere la vita. Maria, con un grembo di adolescente da poco abitato, sale da sola la montagna per incontrare Elisabetta e condividere la gioia di chi attende la vita che portano nel ventre. Lo stesso testo dell’Apocalisse è un invito a leggere la storia con gli occhi di Dio, con lo sguardo fiducioso nella vita. «Maria si mise in viaggio in fretta», perché l’amore ha sempre fretta, non sopporta ritardi e va mossa da quel futuro che prende carne e calore in lei. Prima ancora che nasca quel piccolo, Maria andando verso gli altri anticipa lo stile che quel Figlio vivrà fino alla morte di croce.

O Maria tu che sei messaggera di vita, non permettere che sulla nostra bocca il lamento prevalga sulla riconoscenza, che lo scoraggiamento vinca la fiducia, che l’indifferenza comandi la passione di vivere, che il rincorrere i nostri bisogni ci renda ciechi verso le ferite dei vicini, che il peso del nostro passato ci impedisca di far credito al futuro. Osservando il mondo fa che non ci fermiamo alle sterili parole, ai commenti da bar, ad accrescere le già tante lamentazioni, ma a credere che verranno tempi migliori. Tu che, ragazzina di Nazareth senza corone in testa, ti sei rivolta all’Onnipotente dicendo «Ha guardato la piccolezza della sua serva», ispira anche noi, piccoli esseri umani, le stesse parole. Siamo piccoli ma non schiacciati, piccoli ma non calpestati, piccoli che hanno dentro la grande forza della loro fiducia in Dio. Donaci, come te, di credere che la “misericordia di Dio” inizia a fare giustizia deponendo dal trono i potenti che pensano solo a se stessi, i governanti che non gestiscono con giustizia, le amministrazioni che si dimenticano della sofferenza umana, premiando invece chi si fa servo della vita e della dignità umana, arricchendo chi non smette di amare e perdonare, e facendo tornare a casa i ricchi avidi a mani vuote. O Maria, non è che stai sognando? Se io sognassi da sola, risponde, il mio resterebbe solo un sogno, ma se è fatto tutti insieme, è già l’inizio della vita nuova. Tu che sei stata assunta dall’Onnipotente, intercedi che assuma anche noi nel Suo progetto.

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Domenica 13 agosto 2023 - 19 A (Mt 14,22-33)

Nel vangelo non manca la paura, il grido e infine l’abbraccio tra Dio e l’uomo. Gesù prima è l’assente, poi un fantasma e infine una mano salda che afferra. Il Maestro costinge i suoi a salire sulla barca: non vogliono andare all’altra riva, verso gli stranieri, perché è terra di pagani.

Nel vangelo non manca la paura, il grido e infine l’abbraccio tra Dio e l’uomo. Gesù prima è l’assente, poi un fantasma e infine una mano salda che afferra. Il Maestro costinge i suoi a salire sulla barca: non vogliono andare all’altra riva, verso gli stranieri, perché è terra di pagani. Loro cercano il successo e temono di essere rifiutati. Sono soli nella tempesta, lontani dal Maestro, il vento è contrario ed è notte fonda. Gesù va verso di loro camminando sul mare. Non riconosciuto dice: «coraggio sono io, non abbiate paura!». Pietro arrischia di poter camminare sull’acqua, ma mentre sta per affondare grida: «Signore salvami!». Mette il piede sull’acqua e già dubita, cammina e tentenna, si fida ma la sua paura comanda. Gesù gli tende la mano dicendogli: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Pietro ci interpreta quando pensiamo: cosa dobbiamo credere? A chi dobbiamo prestare ascolto?

Pietro è uomo di poca fede non perché dubita del potere di Gesù, ma perché chiede un miracolo, più che la tenerezza di una mano tesa. Pietro è fragile, contradditorio, eppure interessato a far crescere il suo rapporto con il Maestro. La nostra fragilità non è nemica della fede. Come riuscire a camminare sull’acqua quando è già difficile camminare sulla terra ferma? Eppure la vera fede è quella di Pietro, uomo di poca fede. Un giorno seguirà il Signore non perché attrattao dal suo camminare sull’acqua, ma verso il calvario. Andra dietro a colui che sa far tacere non tanto il vento e il mare, ma tutto ciò che non è amore, lo seguirà per farsi samaritano sulla polvere di ogni strada e non sui fuochi d’artificio di acque miracolose. Se guardiamo alla nostra storia accidentata, fissando lo sguardo sulle nostre macerie e i nostri peccati, iniziamo a sprofondare. Se invece ascoltiamo la sua parola che ci dice:vieni, cammina sul mare in tempesta della vita, non troviamo un dito puntato, ma una mano che ci afferra.

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Domenica 6 agosto 2023 -18 A (Mt 17,1-9)

Il racconto della trasfigurazione di Gesù vuole trasmetterci un messaggio significativo. I discepoli, camminando dietro il maestro, capiscono che le cose si mettono male. Gesù non ha successo, cresce l’ostilità e l’opposizione nei suoi confronti.

Il racconto della trasfigurazione di Gesù vuole trasmetterci un messaggio significativo. I discepoli, camminando dietro il maestro, capiscono che le cose si mettono male. Gesù non ha successo, cresce l’ostilità e l’opposizione nei suoi confronti. A momenti di entusiasmo si alternano episodi di incomprensione, segnali di un futuro incerto, rischioso. I discepoli pensano: se il maestro va a morire, noi rischiamo la stessa fine. Pietro non capisce questa fine vergognosa. Gesù scoraggia ogni decisione facile e, percependo nei suoi discepoli lo sconforto e la delusione, li «conduce su un molto alto in disparte». Li invita a trasfigurare il loro sguardo, a vedere oltre l’apparenza, perché la grandezza di Dio passa spesso per sentieri strani e tribolati. Ai loro occhi il Gesù che appare un perdente, avviato al fallimento, cambia la figura del volto e diventa luminoso.

L’apparenza è un fallimento, ma la sostanza è ben diversa. Il volto luminoso di Gesù mostra in anticipo la realtà della resurrezione, ciò che diventerà dopo la morte in croce. Dice il testo: «una nube luminosa li coprì con la sua ombra». Quante nubi nere coprono le nostre giornate: ci impediscono di vedere, ma non di percepire la voce della speranza. Figli condannati a vivere nell’ombra di un genitore ingombrante, ma anche figli trasfigurati che portano dentro l’ombra luminosa di genitori rispettosi. Persone sfigurate dai dispiaceri, deformate dalla salute, ferite dal dolore e ancora capaci di vedere oltre l’apparenza. I genitori, con le loro energie, sacrifici, rinunce, sanno bene che ciò che conta nella crescita dei figli non sono gli occhi a vederlo, ma solo il cuore. Quel Dio che non ha volto non lo vedono, ma ascoltando il Figlio, la Voce diventata Volto, non smettono di credere che l’apparente sconfitta di ogni giorno è un passaggio necessario perché la loro missione di genitori si compia.

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Domenica 30 luglio 2023 - 17 A (Mt 13,44-52)

Le tre parabole del vangelo sono un appello a rimanere in ricerca. Nella prima si parla di un «tesoro nascosto in un campo». Il tesoro è il Vangelo, il campo è quello della vita, del mondo.

Le tre parabole del vangelo sono un appello a rimanere in ricerca. Nella prima si parla di un «tesoro nascosto in un campo». Il tesoro è il Vangelo, il campo è quello della vita, del mondo. Nella seconda parabola si dice che tutti siamo cercatori di perle, mendicanti di felicità, tanto che trovata una perla di valore siamo pronti a vendere tutto per comprare quel campo. L’uomo compra il campo, mentre il tesoro no nsi compra, perché è un dono. Nella terza parabola si racconta di una rete gettata nel mare che raccoglie pesci di tutti i tipi, ma non tocca noi fare la cernita tra i buoni e i cattivi: il giudizio spetta a Dio. La spinta che mette in ricerca è la gioia di chi va, scopre, trova, vende, compra, pesca. La gioia di chi cerca precede la rinuncia. Se ti innamori di una persona, se un progetto ti appassiona, se uno stile di vita ti attrae, fai qualunque cosa per raggiungere l’obiettivo. Del resto vive bene chi avanza verso ciò che ama!

Il vangelo ci avverte dell’importanza di riconoscere il tesoro della vita. Può accadere che il campo della vita sia arido, monotono al punto da cercare lontano il tesoro della felicità che è portata di mano. Pensiamo che il tesoro si trovi in zone particolari, in occasioni spirituali eccezionali, in campi religiosi straordinari. Tesoro è la persona che ami, è uno stile di vita, un modo di pensare, di entrare in relazione con gli altri. Inoltre si tratta di riconoscere la perla di valore che merita di giocarsi tutto. Accade che ci riempiamo la giornata di tante cose per coprire con la quantità la mancanza di qualità. Infine, davanti a pesci buoni e cattivi dimentichiamo che anche noi non siamo diversi da quei due tipi di pesci. Quanti separati e divorziati, quante donne costrette ad abortire, quante persone buttiamo via come pesci non buoni! Oggi nel mare mediterraneo vengono pescati anche uomini, donne e bambini e non ci è lecito separarli come pesci cattivi dai buoni che saremmo noi, perché in quel momento siamo noi a diventare pesci cattivi.

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Domenica 23 luglio 2023 - 16 A (Mt 13,24-43)

L’aria che respiriamo è impregnata di guerre e di violenze, di disuguaglianze e ingiustizie, che sembrano spegnere ogni tentativo di cambiamento. Uno scenario epocale che scoraggia, che sembra spegnere il piccolo lume della speranza.

L’aria che respiriamo è impregnata di guerre e di violenze, di disuguaglianze e ingiustizie, che sembrano spegnere ogni tentativo di cambiamento. Uno scenario epocale che scoraggia, che sembra spegnere il piccolo lume della speranza. In questo contesto a chi non viene voglia di cercare riparo nella cerchia degli amici più intimi o di entrare in una sorta di zona protetta da tutte le incertezze e gli imprevisti? Dobbiamo riconoscerlo. È forte il desiderio di vivere in un mondo senza zizzania, illudendoci di creare un mondo in cui esiste solo il grano buono. La parabola racconta di due sguardi diversi sul campo. Quello dei servi che dice «Vuoi che andiamo a togliere la zizzania?» e quello del padrone che risponde «No, con essa rischiate di strappare via anche il grano». Il messaggio di Gesù è chiaro: imparate a seminare e coltivaree il grano buono in presenza della zizzania.

Per esperienza sappiamo che la gramigna cresce senza seminarla, i cui granuli nerastri sono tossici e hanno un effetto anestetizzante, che compromette la crescita del grano. Gesù dice: il male e il bene devono crescere insieme. Verrebbe da dirgli: ma come “lasciatela?”!Il male va tolto, estirpato, cos’è questa storia di lasciar crescere il grano con la zizzania? In realtà è questo lo scandalo da affrontare. Quanta violenza le chiese cristiane hanno seminato nel mondo! Appena diventate imperiali (IV sec.) hanno iniziato a persecuitare ebrei e cristiani con teologie diverse. Abbiamo acceso roghi e definito zizzania tutto ciò che non rientrava nelle nostre convinzioni… Il vangelo ci sta dicendo che nel campo di ogni cuore si intrecciano le radici, spesso inestricabili, del bene e del male: nessuno è solo zizzania e nessuno puro grano. Ecco l’annuncio di speranza: tu non coincidi con la zizzania che hai nel cuore, ma con le tue spighe buone da portare a maturazione.

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Domenica 16 luglio 2023 - 15 A (Mt 13,1-23)

«Il seminatore uscì a seminare». La parabola di Gesù racconta di un Dio instancabile che non smette di seminare il seme della sua Parola nella zolla della nostra terra. Egli è colui che rende feconde le nostre vite, è la forza che le sostiene, è la voce che le risveglia.

«Il seminatore uscì a seminare». La parabola di Gesù racconta di un Dio instancabile che non smette di seminare il seme della sua Parola nella zolla della nostra terra. Egli è colui che rende feconde le nostre vite, è la forza che le sostiene, è la voce che le risveglia. Ogni terreno, se lasciato solo non produce nulla, se invece accoglie il seme, porta frutto. Seminare significa sperare, fidarsi della forza del seme, confidare che nel seme è nascosta una promessa. Tuttavia il seminatore insegna che il Regno non cresce senza resistenza. Egli abbraccia il campo imperfetto del mondo e nessun terreno è discriminato, escluso dalla sua semina. Non si scoraggia se il seme cade sulla strada battuta, sulla pietra, sulle spine, non perde la fiducia se la sua semina produce risultati diversi. La Parola non si fa largo usando la violenza, ma attraverso la piccolezza di un seme gettato sulla terra.

Il vangelo ci sta dicendo quanto sia importante credere che Dio trasforma la zolla delle nostre persone anche quando non vediamo i frutti. Lo stesso genitore di fronte alla risposta arida dei figli, non si stanca mai. Se trova il figlio simile all’asfalto non si scoraggia, se lo vede duro come un sasso non molla, se lo percepisce pungente e spinoso non perde la fiducia. Allo stesso modo del Signore, non cerca il figlio perfetto perfetto e primo della classe al quale dice “sii te stesso a modo mio”, non posa il suo sguardo sui difetti, sui sassi, sui rovi, ma crede alla semina di parole sagge ed equilibrate che hanno il sapore del vangelo.Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto.Il nostro compito non è di mietere successi, di essere sempre vincenti, di dominare la soscietà, di riempire le chiese, di imporre la nostra fede, ma di essere terreno buono che produce frutti dove Dio ci ha seminati.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 9 luglio 2023 - 14 A (Mt 11,25-30)

Giovanni Battista è in carcere, nella Galilea crescono rifiuto e ostilità verso Gesù, i suoi miracoli fatti a Cafarnao e a Betsaida non servono, i potenti, i sapienti, gli esperti della Bibbia, i sacerdoti si sono allontanati e a riempire il vuoto sono i piccoli, i poveri, gli ammalati, le vedove, i preferiti da Dio.

Giovanni Battista è in carcere, nella Galilea crescono rifiuto e ostilità verso Gesù, i suoi miracoli fatti a Cafarnao e a Betsaida non servono, i potenti, i sapienti, gli esperti della Bibbia, i sacerdoti si sono allontanati e a riempire il vuoto sono i piccoli, i poveri,gli ammalati, le vedove, i preferiti da Dio. in questo clima di fatica e delusione Gesù non si lamenta, ma ringrazia il Padre dicendo: ti ringrazio perché hai parlato ai piccoli e loro ti hanno capito. E aggiunge: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Egli conosce le nostre stanchezze e sa il nostro bisogno di riposo. Come rimedio al nostro sentirci schiacciati dice: «Prendete il mio giogo e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. il mio giogo infatti è dolce e il peso leggero». Nella Bibbia il giogo indica la Legge di Mosè, mentre per Gesù è l’amore.

Chi sono i piccoli di cui parla Gesù? Sono quelli che riconoscono di non farcela da soli e di avere bisogno di Lui, quelli che sanno di essere fragili, che vivono disarmati, che non possono avere tutto e tutti sotto controllo, quelli che sono coscienti dei proprio limiti e della propria debolezza. I piccoli siamo noi quando ci lasciamo amare, quando togliamo le nostre maschere, quando non pretendiamo di possedere Dio. Conoscerlo non significa sapere tante cose, ma intuirne il sapore, il senso, la direzione dei passi da compiere. Contro il carico di obblighi e divieti da obbedire, Gesù invita a prendere il suo giogo dell’amore. Se il giogo è l’attrezzo posto sugli animali per mantenere una direzione nell’arare la terra, il gioco dell’amore permette al cristiano di mantenere la direzione del Maestro nella vita. Egli ci invita a vigilare sul diventare funzionari delle regole e analfabeti del cuore!

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 2 luglio 2023 - 13 A (Mt 10,37-42)

Quando Gesù dice: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me», appare una pretesa disumana, che va contro la bellezza degli affetti. In realtà Egli non insegna a fuggire i legami familiari, non crea una competizione affettiva nel cuore, una gara di emozioni, ma ci sta dicendo che il mondo non coincide con il nucleo familiare e che nel cerchio del sangue occorre saper accogliere altri.

Quando Gesù dice: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me», appare una pretesa disumana, che va contro la bellezza degli affetti. In realtà Egli non insegna a fuggire i legami familiari, non crea una competizione affettiva nel cuore, una gara di emozioni, ma ci sta dicendo che il mondo non coincide con il nucleo familiare e che nel cerchio del sangue occorre saper accogliere altri. E aggiunge «chi non prende la propria croce e non mi segue non è degno di me». Non confondiamo croce con sofferenza! Gesù non vuole che passiamo la vita a soffrire, non desidera uomini, donne, bambini, anziani…, tutti inchiodati alle proprie croci. Egli chiede di fare come Lui: di andare e incontrare volti affamati di ascolto, imparare il passo lento di chi fatica, toccare con delicatezza piaghe lacerate, spezzare il pane del perdono, offrire un bicchiere d’acqua con affetto. Il suo stile è il contrario alla logica della borsa: se in questa si guadagna investendo, con Lui si guadagna proprio perdendo.

Che cosa vuol dire perdere la vita? Non significa farsi uccidere, affrontare il martirio, ma dare il meglio di noi agli altri, basta anche un bicchiere d’acqua. Nel clima afoso e nella scarsità d’acqua della Palestina, un bicchiere d’acqua era un gesto prezioso. Oggi un bicchiere d’accqua fresca può essere un sorriso, un saluto, una stretta di mano, un gesto di attenzione, un abbraccio. È questa l’“acqua” attenta alla sete dell’altro, procurata con cura, quasi affettuosa. E che cosa significa portare la croce? Vuol dire non avere più l’ansia di portarne il peso da soli, ma di portarlo dietro a Lui. Gesù contesta chi si lascia sedurre dalla spiritualità dell’“anima devota”, sostanza di quella “religione benestante” che si costruisce un dio che serve i propri interessi, un dio comodo che non scomoda, o la madonnina che fa da mantello rassicurante, il santo protettore che preserva dai rischi, le pratiche religiose che mettono il cuore in pace. Amare non è provare emozioni, ma compiere dei gesti in cui dentro ci sia il cuore.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 25 giugno 2023 - 12 - A (Mt 10,26-33)

La comunità dell’evangelista Matteo raccoglie una serie di detti di Gesù circa la missione e utili per chi è mandato ad annunciare. I primi cristiani degli anni 80 vivevano un tempo faticoso, tutto in salita, a confronto con derisioni e persecuzioni. La paura li aveva paralizzati. Per questo sono incoraggiati a vivere con fiducia.

La comunità dell’evangelista Matteo raccoglie una serie di detti di Gesù circa la missione e utili per chi è mandato ad annunciare. I primi cristiani degli anni 80 vivevano un tempo faticoso, tutto in salita, a confronto con derisioni e persecuzioni. La paura li aveva paralizzati. Per questo sono incoraggiati a vivere con fiducia. Ciò che avevano scoperto come significativo per la loro vita non poteva essere tenuto nascosto e segreto, vissuto nel nascondimento come fossero una setta. Piuttosto erano chiamati a superare la paura, a mettersi in gioco e a condividerlo con tutti. Se il cristianesimo si riduce alla sfera intima, è simile al valore di Babbo Natale. Il Dio cristiano è coinvolto nella storia umana, tanto che nulla accade che Egli non partecipi in prima persona, nessuna lacrima scende che non non la condivida, nessuna ferita si apre che non sia anche la Sua. Egli partecipa, si china, intreccia la sua speranza con la nostra, il suo respiro con il nostro.

Sì, caro Signore tu ci dici che noi valiamo più di molti passeri, che Dio conosce le nostre fragilità, eppure abbiamo paura. I passeri continuano a cadere a terra, i bambini continuano a morire, i piccoli ucraini sonodeportati in Russia, i bimbi migranti trovano il cimitero nel Mediterraneo, ineonati sono venduti per 8mila euro subito dopo il parto… E nel vangelo tu ci dici che nessun passero cade senza che Dio lo voglia! Ma allora è Dio che spezza il volo? È lui che vuole la morte? No. Non è vero il proverbio che dice: “non si muove foglia che Dio non voglia”. La traduzione del vangelo è sbagliata, non evoca il volere di Dio, ma significa:senzaDio. Un passero non cadrà a terra senza che Dio ne sia sia coinvolto, senza che ne sia ferito. Il nostro dramma è anche il Suo. Dio non spezza le nostre ali, ma le guarisce e le rafforza. Qual è la volontà di Dio? Dio è come un grande genitore: vuole che il figlio sia felice, stia bene con se stesso e con gli altri. Egli vuole che una volta scoperto il valore dell’amore non lo trattenga per sé, ma lo faccia conoscere a scuola, al lavoro, in palestra, nel fare la spesa.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 18 giugno 2023 - 11-A (Mt 9,36-10,8)

Ciò che vediamo nella gente dipende molto dal nostro sguardo. Il detto del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno ce lo insegna. Gesù «vedendo le folle ne sentì compassione». Osserva le loro stanchezze, vede gente sfinita come pecore che avanzano senza pastore. Di fronte a questo scenario, non certo entusiasmante, Gesù dice: «La messe è abbondante».

Ciò che vediamo nella gente dipende molto dal nostro sguardo. Il detto del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno ce lo insegna. Gesù «vedendo le folle ne sentì compassione». Osserva le loro stanchezze, vede gente sfinita come pecore che avanzano senza pastore. Di fronte a questo scenario, non certo entusiasmante, Gesù dice: «La messe è abbondante». Prova compassione per il dolore del mondo e risponde alla ferita chiamando un gruppo di persone che gratuitamente e strada facendo annuncino la speranza per contagio, camminando insieme. Non è un gruppo di amici, di gente selezionata, ma variegata. Pietro detto il primo si rivelerà il più fragile, Giacomo e Giovanni dal carattere impulsivo, Filippo è greco, Bartolemeo è ebreo, Tommaso è chi dubita, Matteo è un ebreo guardia della finanza romana, Simone pronto a ferire chi si oppone alla fede giudaica, Giacomo di Alfeo è un tradizionalista, Taddeo un polemico, Giuda Iscareiota non ha bisogno di commenti. Un gruppo di nazionalità e lingue diverse, di caratteri e temperamenti di non facile convivenza.

Guardando il mondo Gesù prova compassione: è il pianto di Dio fatto carne. Piangere, infatti è amare con gli occhi! Se Lui dice che ilraccolto è abbondante, noi avremmo detto cheil campo della vita è arid, i tempi sono difficilie che il raccolto è scarso. Egli ci dice che la campagna è sua, che è Lui il seminatore e che è Lui a far produrre il terreno del mondo. Noi a ripetere:la messe è scarsa, le chiese semivuote. Lui a dire, il raccolto è abbondante nel mondo e le chiese aspettano non solo praticanti, ma credenti. Quando invita a pregare perché il signore della messe mandi operai, noi subito pensiamo di pregarlo perché mandi preti. In realtà questi operai sono le persone: i genitori, i giovani, i pensionati, i religiosi, i manovali, i preti, gli educatori, i politici… Tutti ci manda come operai di compassione che, con cuore di carne, mangiano pane di lacrime con chi piange e bevono il calice amaro della depressione con chi soffre. Ci manda con mani che sostengono e accarezzano non chi se lo merita, ma chi ha bisogno, ci manda con parole che fasciano il cuore di quelli che hanno bisogno di amore.

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 11 giugno 2023 - Corpo e sangue di Cristo – A (Gv 6,51-58)

Dopo aver sentito Gesù dire: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo e il mio sangue vera bevanda”, i giudei si misero a discutere tra loro. Il disorientamento era totale, non tanto per le allusioni al mangiare carne umana, ma per il significato.

Dopo aver sentito Gesù dire: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo e il mio sangue vera bevanda”, i giudei si misero a discutere tra loro. Il disorientamento era totale, non tanto per le allusioni al mangiare carne umana, ma per il significato. Per un ebreo “carne” è la vita dell’uomo nella sua fragilità e precarietà, mentre bere il “sangue” era proibito, perché custodisce la vita: è intoccabile, come quello di Caino. Nel linguaggio simbolico dell’evangelista mangiare Gesù non è un fatto di masticazione, ma di accoglienza del suo stile di vita nella nostra. Quella di Gesù è una rivoluzione, perché si era lontanissimi dall’idea che il divino potesse passare attraverso un uomo. La sua è una vita donata, che si fa pane. Dietro il pane, come dietro il vino c’è una storia non di grandezza e di potere, ma di mulino e di torchio, di chicchi di grano macinati, di chicci di uve spremuti.

Mangiare questo pane, dice Gesù, non significa avere la vita per un giorno, ma “la vita eterna”. Tale vita eterna non è una specie di Tfr (Trattamento di fine rapporto), la liquidazione finale che come cristiano accumulo con il mio buon comportamento. La vita eterna è già iniziata. È una vita simile a quella di Gesù: alternativa, onesta, giusta, piena di scelte sapienti che meritano di non morire. Gesù non dice mai di adorare il pane eucaristico, ma di mangiarlo, cioè di entrare in una profonda sintonia di pensiero e di scelte con Lui. Posso leggere le Scritture, partecipare ai sacramenti, fare molte comunioni e non aver mai fanno mio lo stile di vita di Gesù. Non è il mangiare molte ostie consacrate che ci assicura di essere suoi discepoli. Tutti siamo a rischio! Non mancano fior fiore di impostori, assassini, delinquenti: veri baciabanchi. Il Vangelo ci sta dicendo: fa’ come Gesù, diventa anche tu pane!

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