Domenica 4 giugno 2023 - Trinità A (Gv 3,16-18)
Il termine “Trinità” non lo troviamo nella Bibbia, eppure descrive in modo sintetico lo stile del Dio cristiano. Il dogma della Trinità può sembrare senza dubbio lontano e non toccare la nostra vita, tuttavia racconta il segreto del vivere: ci dice che in principio a tutto c’è il legame, la relazione, l’amore.
Il termine “Trinità” non lo troviamo nella Bibbia, eppure descrive in modo sintetico lo stile del Dio cristiano. Il dogma della Trinità può sembrare senza dubbio lontano e non toccare la nostra vita, tuttavia racconta il segreto del vivere: ci dice che in principio a tutto c’è il legame, la relazione, l’amore. Le tre persone di Dio (Padre, Figlio, Spirito) ci dicono che Egli non è solitudine, ma compagnia, famiglia, incontro. Egli ci dice che l’isolamento è contro la nostra natura e questo è il motivo per cui quando amiamo o troviamo una amicizia vera stiamo così bene. Gesù a Nicodemo dice che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». In altre parole “amare” è “dare”. Amare non consiste in un semplice fatto sentimentale, non vuol dire soltanto emozionarci, provare tenerezza, ma è un verbo fatto di mani e di gesti. Il Dio cristiano vuole salvarci dall’incapacità di amare, perché chiunque crede, chi ama, abbia più vita.
Il Dio cristiano non è un pensiero, non è una filosofia, non è un ragionamento, ma è vita, esperienza di essere amati. Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio, ma perché crediamo che Dio ci ama. Non è il respiro che ci fa vivere, ma l’amore. Se non siamo capaci di amare, possiamo respirare per tanti anni senza tuttavia poter dire di vivere. La Trinità ci spinge a non accontentarci più di un cattolicesimo di facciata, di non cercarescoopmiracolistici, di chi baratta il coraggio dell’amore con il quieto vivere. Quale Dio raccontiamo mentre viviamo? Se diamo notizie di un Dio chiuso, imprigionato nelle statue, legato alle immagini, quello è un Dio morto. Diversamente, se accettiamo il rischio e il prezzo di amare, stiamo raccontando il Dio di qualcuno: il Dio di tuo padre, di tua madre, di tuo figlio, dello straniero, di chi ha sbagliato: il Dio compromesso con le storie umane.
Domenica 28 maggio 2023 - Pentecoste – A (Gv 20,19-23)
Con la Pentecoste si concludono i cinquanta giorni dalla Pasqua. È sera, i discepoli sono chiusi in casa e al centro della loro paura viene Gesù dicendo: «Pace a voi». Mostra le mani e il fianco con le ferite della crocifissione e i discepoli riconoscono il maestro.
Con la Pentecoste si concludono i cinquanta giorni dalla Pasqua. È sera, i discepoli sono chiusi in casa e al centro della loro paura viene Gesù dicendo: «Pace a voi». Mostra le mani e il fianco con le ferite della crocifissione e i discepoli riconoscono il maestro. Pur essendo contenti, dentro di loro domina quel buio del cuore ancora appeso alla croce, sono rimasti senza parole, sembrano comandati dal silenzio di Dio. Avvolta a quella morte di croce è viva la domanda: rimarremo anche noi sotto il potere della morte? Ma, allora, o Dio sei con me o mi ha abbandonato? E Gesù risponde: non solo è con te, ma è dentro di te! E soffiando dice loro: «Ricevete lo Spirito Santo». Ricevete il respiro di Dio, fate posto a quel soffio creatore con cui Dio ha fatto il mondo, fate tesoro di questo Spirito che vi rende capaci di perdono, di riconciliazione, di soffiare via le ceneri della paura.
Quella dei discepoli è la nostra esperienza. Non mancano nella vita fatti in cui ci manca il respiro, momenti che ci tolgono il fiato, ore drammatiche di corto respiro. Sono stagioni in cui ci manca l’aria, tanto da poter accusare qualcuno dicendo: Tu mi togli il respiro! O in positivo dire: tu sei una persona di grande respiro! Lo Spirito del Risorto permette alle persone, ai familiari, ai parenti, ai popoli di capirsi, pur parlando diverse lingue. Lo Spirito è una forza. Che spirito stanno dimostrando i giovani del fango in Emilia Romagna mentre si rimboccano le maniche! Che spirito mobilita Vladislava, quella mamma dottoressa in Ucraina che affida i bambii alla vicina e va ogni giorno all’ospedale semi-distrutto a curare come può! Che spirito spinge quel Gabriele a credere che dalle cicatrici nasce la vita! Che spirito tiene in piedi Monica, quel genitore che vive con apprensione due tentativi di suicidio del figlio! Che spirito muove alcuni cristiani in Ucraina e in Russia a mettersi contro quella Chiesa devota delle forze armate! Lo Spirito Santo non fa che agire nelle persone che respirano l’aria del vangelo.
Domenica 21 maggio 2023 - Ascensione – A (Mt 28,16-20)
Nella Chiesa si festeggia più volentieri Gesù che viene nel Natale, ma non il Signore risorto che nell’Ascensione parte, “se ne va”. Con piacere fa festa a colui che appare, ma non a colui che scompare. Salendo al cielo Egli sparisce e l’invisibilità fa problema.
Nella Chiesa si festeggia più volentieri Gesù che viene nel Natale, ma non il Signore risorto che nell’Ascensione parte, “se ne va”. Con piacere fa festa a colui che appare, ma non a colui che scompare. Salendo al cielo Egli sparisce e l’invisibilità fa problema. In coincidenza della sua partenza manda i discepoli nel mondo per dire la sua parola, per battezzare, perché si immergano in tutto ciò che è umano. I discepoli non sono più dodici, ma sono undici, perché uno ha tradito, ha conosciuto il suo limite, la sua imperfezione. Il tradimento può essere sperimentato anche da chi si pensa suo amico. Il mandato del Risorto è espresso con le parole: «Fate discepole tutte le genti!». Che cosa significa? Arruolare nuovi devoti? Convincere chi dubita? Infervorare chi si è allontanato? Tutt’altro. Fare discepoli non significa indottrinare il mondo, ma mostrare il mestiere del vivere buono, così come l’abbiamo visto nel maestro Gesù, fare discepole le persone è allargare le loro menti.
Si dice che il Signore «fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo». Il non vedere chi ama fa problema. Un nostro proverbio dice: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Il vangelo ribalta il proverbio dicendo:lontano dagli occhi, vicino al cuore!Lontananza non è assenza. L’ascensione è la festa del Signore diversamente presente. La persona che amiamo, anche se fisicamente non presente, vale molto di più di tutti i presenti che ci stanno vicino. Persone lontanissime, eppure presenza viva. È l’amore che rende presenti, non la fisicità. Chi ha bisogno solo di persone fisicamente presenti, chi dice di credere solo a quello che vede e tocca, non ha fatto l’esperienza del suo amore, che è in se stesso invisibile. Con tutti i nostri limiti davanti a Dio e alle persone che amiamo, tutti un po’ ci inginocchiamo perché convinti, un po’ perché lo fanno gli altri, un po’ perché li sentiamo veri. Ma mentre ci prostriamo, già stiamo dubitando. Questa è la fiducia umana.
Domenica 14 maggio 2023 - 6 di Pasqua (Gv 14,15-21)
Il racconto del vangelo fa parte dei “discorsi di addio” di Gesù. Egli è assente solo in apparenza, sottratto agli occhi, ma presente nella vita di quelli che cercano di camminare nella vita seguendo il suo stile. E inizia dicendo: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Non dice: dovete amarmi.
Il racconto del vangelo fa parte dei “discorsi di addio” di Gesù. Egli è assente solo in apparenza, sottratto agli occhi, ma presente nella vita di quelli che cercano di camminare nella vita seguendo il suo stile. E inizia dicendo: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Non dice: dovete amarmi. Non c’è nessuna costrizione, nessuna minaccia: puoi liberamente amare o liberamente rifiutare. Ma sappiamo, per esperienza, che quando si ama accadono delle cose straordinarie. Non si tratta semplicemente di osservare i dieci comandamenti, ma di osservare la Sua vita. Osservare i comandamenti è un fatto di cuore. In altre parole Gesù dice: se mi ami mi assomigli. L’amore, infatti, trasforma la persona: uno diventa ciò che ama. E aggiunge che Dio renderà presente il suo Figlio ai discepoli attraverso il soffio dell’amore che la Bibbia chiama Spirito Santo, Consolatore, Paraclito. È il vento di Dio, il respiro in noi, l’alito di vita… quello che basta per ogni giorno.
Gesù dice di se stesso: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». A prima vista si può pensare che questo tono sia eccessivamente intimistico, può sembrare un linguaggio da suore, e non delle più giovani. Sembra si voglia dire che Dio è sì dentro di noi, ma rimane fuori dai problemi della gente. In fondo ci preoccupa di più la dimora esteriore, la bella casa da vedere che quella interiore. Tuttavia se non c’è la cura della dimora interiore, quella esteriore perde di significato. Se siamo in una casa, in una villa anche bella, ma chi vive fisicamente con noi non trova posto dentro di noi, che vita è? L’amore cambia la vita, perché se ami non puoi ferire, tradire, derubare, trasgredire, deridere, rimanere indifferente. Se accetti di amare dovrai osservare quella legge interiore ben più esigente di qualsiasi legge esterna. Nel secondo testo biblico Pietro rivolge un bellissimo invito: «Carissimi, adorate il Signore Cristo, nei vostri cuori». È l’esatto contrario di chi ci ha insegnato ad adorare Dio solo nelle chiese e non nei nostri cuori! Perché se lo ami nel cuore, l’altro accanto a te trova posto, la tua ospitalità, la tua cura.
Domenica 7 maggio 2023 - 5 di Pasqua A (Gv 14,1-12)
Il vangelo si riferisce al contesto dell’ultima cena in cui Giuda scappa e i discepoli sono presi da una profonda agitazione. Si sentono persi, avvertono che qualcosa di terribile sta per capitare. Si chiedono: Che cosa ci aspetta? Dove andremo a finire? Ci siamo sbagliati a credere in Gesù?
Il vangelo si riferisce al contesto dell’ultima cena in cui Giuda scappa e i discepoli sono presi da una profonda agitazione. Si sentono persi, avvertono che qualcosa di terribile sta per capitare. Si chiedono: Che cosa ci aspetta? Dove andremo a finire? Ci siamo sbagliati a credere in Gesù? Vorrebbero delle certezze e chiedono al maestro: insegnaci la strada, consigliaci che cosa fare, dacci regole chiare… E Lui: «Non abbiate paura!». È come dire: volete che vi lasci proprio ora? Chi si ama non lo si perde mai per sempre. Il termine a-more indica la non morte (mors, mortis). Quando Gesù dice: «Vado a prepararvi un posto», non significa “State tranquilli vado a prepararvi un residence, una villa in paradiso. Tra un po’ torno e vi porto tutti con me lassù…”. No, questo non è Vangelo! Il posto in paradiso ce lo ha preparato attraverso la sua vicenda pasquale.
La casa del Padre è Gesù stesso, perché il Figlio è l’amore e Dio sta di casa dove ci si vuole bene. Noi siamo di casa nell’amore! Molte sono le vie per arrivare a Dio. C’è chi arriva a Dio attraverso l’affanno della vita dove continua a piovere sul bagnato, c’è chi arriva a Dio assistendo per una vita un familiare malato, c’è chi arriva a Dio vivendo con onestà e responsabilità la sua professione, c’è chi arriva a Lui con una vita monastica, c’è chi arriva a Dio passando per una vita mondana, c’è chi arriva a Lui impegnando tutti i suoi giorni per il vangelo, c’è chi arriva a Dio amando una persona così come la trova con i suoi pregi e i suoi difetti. C’è chi arriva a Dio moltiplicando le parole e i rosari, c’è chi arriva a Dio abitando il silenzio. E c’è chi non arriva mai a Lui,… ma Dio arriva a tutti. Alla richiesta di Filippo «Mostraci il Padre e ci basta», Gesù risponde: «Chi ha visto me ha visto il Padre». Per capire Dio occorre guardare a Gesù. Se guardi a come ha vissuto, a come ha amato, a come ha accolto, a come ha perdonato, a come è morto, capisci Dio.
Domenica 30 aprile 2023 - 4 di pasqua A (Gv 10,1-10)
L’immagine del buon pastore diventa un enigma: i discepoli, infatti, non capiscono. Il paragone è lontano dal nostro mondo, perché questa scena la possiamo vedere in vacanza o in zone di campagna. Si dice che Gesù, a differenza dei falsi pastori, attraversa la porta del recinto, chiama le pecore una per una, si fa riconosce dalla voce, cammina davanti e le chiama fuori.
L’immagine del buon pastore diventa un enigma: i discepoli, infatti, non capiscono. Il paragone è lontano dal nostro mondo, perché questa scena la possiamo vedere in vacanza o in zone di campagna. Si dice che Gesù, a differenza dei falsi pastori, attraversa la porta del recinto, chiama le pecore una per una, si fa riconosce dalla voce, cammina davanti e le chiama fuori. E poi il motivo del suo arrivare: «Sono venuto perché abbiano la vita». Non il semplice respiro, ma la vita in abbondanza. Questo pastore non è un uomo di paura che vede ovunque il lupo, che preferisce il chiuso dell’ovile, ma sa che l’erba nutriente e i pascoli sono fuori del recinto. Anche nella chiesa non mancano pastori paurosi che rinchiudono le pecore nell’ovile ecclesiastico, chiudendo porte e finestre, anziché spingerle fuori… Troppi finti pastori, anche oggi, si circondano di pecore docili e obbedienti, che sognano una società o una chiesa di “pecoroni” allineati e acritici, da governare e manipolare a piacimento. Si parla di “docili pecore”, “sacri pastori”, figli devoti della chiesa.
A differenza dei falsi pastori abilissimi a mungere il gregge e a servirsene anziché servire, Gesù dà la sua vita. Egli conosce le sue pecore una ad una, i loro bisogni, le loro fragilità, il loro “temperamento”. Non accentra nelle sue mani, non ha bisogno di controllare tutto, non è il proprietario delle pecore e dei pascoli, non è lui che autorizza ogni belato, ma lascia che ogni pecora si esprima in libertà. Soprattutto le pecore riconoscono, tra tante, la sua voce. Oggi molti dicono: “Io non ho pastori, decido io, sono libero…”. In realtà basta fare una ricerca sui social network di pubblicità, per essere sommersi da messaggi che suggeriscono l’oggetto da comprare. Così si è condotti come pecore verso un’attrazione o l’altra senza accorgersi e senza saper distinguere le voci suadenti di chi la felicità la vende. Anche nell’ambito religioso basta essere un “nome” di grido per trovare il seguito di tante pecore pronte a bere a quella fonte e a farele sentire “a posto”. Siamo pecore spinte fuori dal recinto ecclesiale, convinte che non ci interessa un divino che non faccia germogliare nel mondo l’umano.
Domenica 23 aprile 2023 - 3 di Pasqua A (Lc 24,13-35)
Il racconto del mostrarsi del Risorto ai due di Emmaus dice il nostro camminare nella vita. La direzione dei due va da Gerusalemme a Emmaus, ma lo spostamento non è solo dalla città a un villaggio, va da un sentimento di speranza a uno stato di delusione: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele!».
Il racconto del mostrarsi del Risorto ai due di Emmaus dice il nostro camminare nella vita. La direzione dei due va da Gerusalemme a Emmaus, ma lo spostamento non è solo dalla città a un villaggio, va da un sentimento di speranza a uno stato di delusione: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele!». La città di Gerusalemme è simmbolo di una promessa tradita. Tra loro dicono: avevamo investio tnto in quel profeta potente in parole e opere e ora si ritorna a casa. Mentre per strada sfogano la loro delusione si avvicina uno che chiede domanda: «Che cosa sono questi discorsi?». Lo sconosciuto li chiama sciocchi, dal cuore lento, in ritardo a capire ciò che sta accadendo. Quando il risorto si fa sentire e si rende presente nella sua invisibilità? Nell’ascolto delle Scritture: «Non ci ardeva forse il cuore mentre conversava con noi?». Senza la Parola si fa solo cronaca.
Con questo racconto sembra di leggere la storia di tante nostre strade di oggi, di sempre. Sogniamo, lottiamo e investiamo in tante speranze, per poi tornare a casa delusi, tirando in remi in barca, capaci sono di raccontare lo sconforto. E noi presi dal nostro dolore, non vediamo altro che questo. In realtà il Risorto non toglie la tristezza, ma cammina accanto, ci ascolta e ci parla con la sua Parola che riscalda il cuore ferito. Ci ama e l’amore è sempre in movimento, sempre chiede sofferenza. Il problema non è l’assenza di Dio, ma la nostra miopia. Dio non siconosce, ma siriconoscequando una persona amica cammina accanto a noi lungo i chilometri della nostra vita. La risurrezione non toglie la morte, ma libera dalla paura paralizzante della morte che ci priva della gioa della vita. Tutti siamo testimoni che i momenti più fecondi della vita sono quelli in cui la crisi e il fallimento ci hanno permesso di rialzarci in piedi meglio di prima:risorti!
Domenica 16 aprile 2023 - 2 di Pasqua – A (Gv 20,19-31)
Otto giorni dopo la Pasqua i discepoli sono disorientati: l’amico più caro, il Maestro è morto. Per loro ogni speranza appare finita, tutto sembra essere stato inutile. Dei discepoli ci vengono dette due cose: hanno paura e hanno il desiderio di stare insieme.
Otto giorni dopo la Pasqua i discepoli sono disorientati: l’amico più caro, il Maestro è morto. Per loro ogni speranza appare finita, tutto sembra essere stato inutile. Dei discepoli ci vengono dette due cose: hanno paura e hanno il desiderio di stare insieme. Il vangelo ci dice che il Risorto apparve in mezzo ai suoi entrando a porte sprangate. Avevano paura perché il mandato di cattura era per tutto il gruppo del Maestro. Entrando e dicendo «Pace a voi», il Risorto non semplicemente saluta, ma offre il dono dello Spirito, quasi a dire: quello che voi siete capaci di accogliere! Ma Tommaso, nostro compagno di viaggio, ci dice che credere nella risurrezione non è facile. Egli domanda di vedere, di mettere il dito nel costato, ma ascoltando la sua parola esce con la più bella espressione di fede che troviamo nei vangeli: «Mio Signore e mio Dio».
Come incontrare il Risorto? Non si tratta di rinchiudersi in gruppi di persone ossessionate dalla presenza del male, ma di camminare incontro alla vita, al mondo e dentro le vicende più impegnative con fiducia. Le nostre porte chiuse non fermano il Signore, la poca fede non blocca il suo desiderio di incontrarci, il suo amore è più forte delle nostre paure. Colui che abbandoniamo non ci abbandona, colui che tradiamo non ci tradisce. Il dubbio di Tommaso e quello nostro non è una sconfitta, ma il lubrificante della fede, il balsamo dell’essere credenti. Il Risorto non concede a Tommaso, e nemmeno a noi, apparizioni speciali in qualche santuario particolare, non viene in una famiglia ideale e perfetta (del mulino bianco!), ma ci incontra in quella in cui viviamo. Egli viene al centro delle nostre paure, ci porta la pace e ci domanda di aprire gli occhi sulle ferite accanto a noi, perché Dio e il suo amore abitano nelle ferite.
Lunedì dell’angelo 10 aprile 2023 (Mt 28,1-8)
All’alba, alle prime luci, quasi clandestinamente, due donne si recano alla tomba nel giardino. Le mani sono vuote e vanno alla tomba per guardare, osservare, sostare, ricordare. Sono le stesse donne che il venerdì sono rimaste attorno alla croce.
All’alba, alle prime luci, quasi clandestinamente, due donne si recano alla tomba nel giardino. Le mani sono vuote e vanno alla tomba per guardare, osservare, sostare, ricordare. Sono le stesse donne che il venerdì sono rimaste attorno alla croce. Un angelo si avvicina, rotola la pietra e si siede su di essa. Non apre il sepolcro perché Gesù esca: è già uscito, è già altrove. Come sia successo nessuno l sa. È il mistero di Dio che rimane intatto. Donne, angelo, guardie, il brivido della terra, cielo, pietra, alba: tutti sono convocati a questo appuntamento. L’angelo parla alle donne mendicanti dell’amato: «So che cercate Gesù, non è qui!». Dovete cercarlo con occhi nuovi. Che bello questo: «non è qui!» Cristo è vivo, ma non è qui nella tomba! Egli va incontrato nella vita, per le strade, non fra le cose morte. Nessun luogo può contenerlo: non una chiesa, non le parole, non le liturgie. Lui è oltre, non è qui, vi precede, è sempre davanti pronto a spalancare tombe, ad aprire sepolcri, a liberare persone in gabbia convinte di essere libere. Vi precede in Galilea, ai margini, lontano dal centro dei poteri omicidi, dove egli ci ha dato lezioni di felicità vera, di amicizie autentiche. Con parole e gesti ci ha regalato uno stile di vita che non può morire. A noi il compito di produrre quell’amore che vince la morte.
Pasqua di resurrezione 9 aprile 2023 (Gv 20,1-9)
La fede pasquale nasce dal buio, da un non sapere, dalla nostalgia di un’assenza, dalla mancanza del Signore. Possiamo immaginare lo strazio di chi ha seguito quell’uomo che aveva dato un senso alla loro vita e che ora è morto. La perdita di una persona che si ama distrugge gli affetti, la sicurezza, i sogni, i progetti.
La fede pasquale nasce dal buio, da un non sapere, dalla nostalgia di un’assenza, dalla mancanza del Signore. Possiamo immaginare lo strazio di chi ha seguito quell’uomo che aveva dato un senso alla loro vita e che ora è morto. La perdita di una persona che si ama distrugge gli affetti, la sicurezza, i sogni, i progetti. L’annuncio pasquale comincia con la corsa di uomini e donne. Quando ancora è notte nel cielo e nel cuore, la prima che esce di casa e corre per andare al sepolcro è Maria di Magdala, che al buio segue solo la bussola del cuore. Se tutto è finito, perché va al sepolcro? Tra le mani non ha nulla, ma nel cuore tiene stretto il suo amore che si ribella alla morte di Gesù. Del resto amare è dire: tu non morirai! Lei corre da Pietro e dall’altro discepolo Giovanni, e insieme corrono al sepolcro vuoto. È una corsa dove il discepolo misterioso arriva prima, ma ha la pazienza di aspettare l’altro. Il cuore di Giovanni arriva prima dell’autorità di Pietro! Sembra proprio che per riconoscere il Risorto occorra prima correre verso il sepolcro.
Il mattino di Pasqua nel vangelo tutti corrono come matti. Tutti sono feriti dalla morte del maestro, ma la loro forza è essere rimasti insieme. Corrono verso il sepolcro, il luogo del dolore, della ferita, della morte. A noi che viviamo di corsa, sui binari dell’alta velocità, il vangelo ci dice di controllare la direzione delle nostre corse. Ci dice: fermati, fai una sosta, presso i sepolcri del dolore di chi sta male, vicino ai corpi senza vita degli annegati in mare, accanto ai giovani soldati sfigurati sul fronte della guerra. Corri anche verso i tuoi sepolcri e liberati dalle falsità, dalle doppiezze, dall’adorazione del dio denaro e torna a essere umano. Non basta dirsi cristiani facendo atto di presenza ai riti parrocchiali, perché la chiesa può essere cristiana solo se è umana, cioè laica e povera. Fare Pasqua è tendere la mano a chi si sente abbandonato da tutti, a chi non riesce a riprendere tra le mani la sua vita, a chi da anni si prende cura di un figlio malato, a chi fa Pasqua lontano dalla famiglia e a chi una famiglia non ce l’ha più. L’augurio pasquale che si scambiamo è la speranza di restare umani quando la vita ci mette alla prova. Fare Pasqua è credere che nessuna notte è così lunga da impedire al sole di sorgere!
Domenica 2 aprile 2023 Palme - A (Mt 26,14-27,66)
Con la lettura della Passione del Signore si aprono i giorni da cui deriva e a cui conduce la nostra fede cristiana. Il Signore ci dice: volete conoscere qualcosa della vostra vita e di me? Vi do appuntamento sul monte della croce.
Con la lettura della Passione del Signore si aprono i giorni da cui deriva e a cui conduce la nostra fede cristiana. Il Signore ci dice: volete conoscere qualcosa della vostra vita e di me? Vi do appuntamento sul monte della croce. È su quel monte che l’immagine di Dio è capovolta, ogni paura di Dio è superata. È il Dio che si abbassa a lavare i piedi ai suoi e a noi. In ginocchio davanti a me, le sue mani sui miei piedi e come Pietro, a disagio, vorremmo dirgli: lascia stare, smetti di lavarmi i piedi, non fare così, sei esagerato! Eppure il Dio di Gesù è così: scandalo e follia, è bacio a chi lo tradisce, è accoglienza per chi sbaglia, non versa il sangue di nessuno, ma versa il proprio sangue, non chiede sacrifici, sacrifica se stesso.
Ecco la lezione che viene da Gesù in cammino verso la croce: la persona bella è quella che ama e bellissima è chi ama fino alla fine. Il primo che l’ha capito non è stato un discepolo, ma un estraneo, un soldato pagano, quando disse: davvero costui era figlio di Dio. Non l’ha capito vedendo un sepolcro che si apre, ma vedendo quell’uomo sulla croce, sul trono della sofferenza. Vedendo qualcuno morire d’amore, ha capito chi è Dio. L’augurio è che anche noi vedendo persone che portano con dignità la loro croce e incontrando gente che vuole solo il bene degli altri possiamo capire meglio chi è Dio.
Domenica 26 marzo 2023 - 5 quaresima A (Gv 11,1-45)
Abbiamo ascoltato la pagina di vangelo che precede l’arresto di Gesù quando viene a sapere della morte improvvisa dell’amico Lazzaro. Non siamo di fronte alla cronaca di un fatto, ma a una narrazione di fede. Il linguaggio simbolico ci dice che l’incontro con Gesù ci fa uscire dai nostri nascondigli, dai nostri sepolcri.
Abbiamo ascoltato la pagina di vangelo che precede l’arresto di Gesù quando viene a sapere della morte improvvisa dell’amico Lazzaro. Non siamo di fronte alla cronaca di un fatto, ma a una narrazione di fede. Il linguaggio simbolico ci dice che l’incontro con Gesù ci fa uscire dai nostri nascondigli, dai nostri sepolcri. Mi soffermo sull’atteggiamento di Gesù che ci rivela la quotidianità di un Dio che a Betania ama l’amicizia di tre fratelli: Lazzaro, Marta e Maria. Il fatto che rimanga per lunghe ore a parlare con loro ci svela un volto di Dio che sorprende. Quanto è diverso questo Dio che ha bisogno di parlare della sua missione, del suo cammino verso la croce, delle resistenze che incontra, da quell’immagine di “Dio-burocrate” che troppe volte abita la nostra mente! Lazzaro si ammala gravemente, qualcuno avvisa Gesù dicendo «Il tuo amico è malato». Gesù ora lo sa, ma non fa nulla. Lazzaro muore e poi Gesù scende a vedere, si fa presente, mentre le sorelle con il fiato sospeso cercano una Parola, un gesto, uno sguardo. Gesù arriva e con voce forte davanti alla tomba grida: «Lazzaro vieni fuori». E chiede ai presenti collaborazione: «togliete la pietra», «liberatelo e lasciatelo andare». Tutti possono fare qualcosa per far rinascere una persona spenta depressa, schiava!
Gesù di fronte alla morte dell’amico Lazzaro prima si commuove, poi scoppia in lacrime. Dio piange! Non è il Dio insensibile, freddo, orologiaio perfetto che controlla ogni minuto della mia vita e ignora il mio dolore. Gesù sa del mio dolore, ma sembra non fare nulla. È ciò che succede nelle nostre povere vite: qualcuno muore e Gesù è lontano. Tuttavia si dice che il pianto di Gesù è la dichiarazione di amore per Lazzaro e le sorelle, le lacrime sono il segno di un Dio che si intenerisce di fronte al dolore, che non si gira dall’altra parte davanti alle ferite umane. Chi lo vede commenta: «Guarda come lo amava!». E i farisei: «Non poteva evitare che morisse?». È vero, ma ora che Gesù conosce il dolore delle persone care, piange e decide di dare la vita per i suoi amici. Questa è la verità del cristianesimo. Come suo discepolo preferisco un Dio che piange con me, che porta con me il dolore o un Dio mago e impersonale che mi risolve i problemi? Dio piange perché mi ama. Piangere è amare con gli occhi. Anzi, mi ama come suo amico. Dalle lacrime impariamo il cuore di Dio, che ci insegna come il vero nemico della morte non è la vita, ma l’amore.
Domenica 19 marzo 2023 - 4 quaresima A (Gv 9,1-41)
Nell’episodio del vangelo non possiamo sfuggire al contrasto tra un cieco dalla nascita e i super religiosi farisei, tra chi riconosce di non vedere e chi pensa di vedere meglio di tutti. Gesù passando vede un uomo cieco e subito comincia un piccolo cerimoniale di gesti fatti di dita, di acqua, di saliva e di fango: una liturgia di Gesù attorno al volto di un cieco, sul nuovo tempio di Dio che è il corpo dell’uomo.
Nell’episodio del vangelo non possiamo sfuggire al contrasto tra un cieco dalla nascita e i super religiosi farisei, tra chi riconosce di non vedere e chi pensa di vedere meglio di tutti. Gesù passando vede un uomo cieco e subito comincia un piccolo cerimoniale di gesti fatti di dita, di acqua, di saliva e di fango: una liturgia di Gesù attorno al volto di un cieco, sul nuovo tempio di Dio che è il corpo dell’uomo. Poi gli dice: «va a lavarti alla piscina». L’azione di Gesù non è magica o automatica, ma domanda la partecipazione attiva del cieco, che va affidandosi al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto. Una volta che il cieco è guarito, dà fastidio e cominciano i problemi. Chi lo ha guarito? Perché? E perché di sabato? Gli stessi discepoli e i farisei sono convinti che la cecità è conseguenza del peccato suo o dei genitori. Se l’è meritato! Il tema del peccato è quasi un’ossessione, mentre Gesù non ci sta e invita a riconoscere l’opera di Dio. Ai responsabili della religione non interessa il bene dell’uomo, ma l’osservanza della legge: sanno di morale e dimenticano la vita, sono obbedienti alle regole, ma non si commuovono mai.
Alla fine il cieco guarito viene buttato fuori dalla Sinagoga. E chi trova fuori? Gesù, il cacciato dalla storia, la fonte della luce. È facile essere credenti senza bontà, essere preti senza commuoversi: è facile, ma è mortale. I funzionari della religione, custodi della verità, sono a rischio di essere burocrati della morale e analfabeti del cuore, difensori della dottrina e indifferenti al dolore. Anche i titolari della politica, detentori delle leggi, hanno paura della luce, di chi finalmente si è lavato gli occhi dal fango della corruzione, delle mazzette, dei finti rimborsi… E, proprio perché ci vedono bene, sono messi a tacere come voci fuori dal coro per manipolare meglio la realtà. I responsabili nella società difendono le leggi e non vedono che ai cittadini è rimasta solo la libertà di consumare, difendono i confini e chiudono gli occhi su quelli che, di sabato, arrivano col barcone, difendono lo straniero che si fa servo, cameriere, operaio e non vedono in lui una persona, difendono l’identità cristiana e non vedono l’identità umana ferita. Forse Gesù ci sta dicendo che siamo tutti un po’ ciechi e tutti bisognosi di andarci a lavare gli occhi alla piscina del vangelo.
Domenica 12 marzo 2023 - 3 Quaresima A (Gv 4,5-42)
Una donna di Samaria incrocia il cammino della nostra quaresima. È una donna senza nome che va al pozzo e assomiglia a ciacsuno di noi. Al pozzo incontra Gesù che siede stanco: è mezzogiorno, il sole è alto, la strada percorsa pesa sulle sue gambe. Gesù le rivolge la parola dicendo: «Dammi da bere».
Una donna di Samaria incrocia il cammino della nostra quaresima. È una donna senza nome che va al pozzo e assomiglia a ciacsuno di noi. Al pozzo incontra Gesù che siede stanco: è mezzogiorno, il sole è alto, la strada percorsa pesa sulle sue gambe. Gesù le rivolge la parola dicendo: «Dammi da bere». La donna è imbarazzata, forse sta pensando a un tentativo di corteggiarla e di rimorchiarla. Infatti risponde: «Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a una samaritana?». È come dire: sai che siamo nemici! E Gesù: «Se tu conoscessi il dono di Dio…». Alla domanda di Gesù «Va a chiamare tu marito!», lei risponde: «Io non ho marito». Questo è il motivo per cui è andata al pozzo a mezzogiorno: non voleva incontrare nessuno. E Gesù riprende dicendo: «Hai detto il vero, hai avuto cinque mariti e quello che hai non è tuo marito». In Israele solo il maschio poteva ripudiare e quindi la samaritana è sedotta e abbandonata cinque volte. C’è un dolore più grande? Ora, in forza del giudizio della gente, ha scelto di convivere per non rischiare un’altra delusione.
Questa donna siamo noi quando sperimentiamo la nostra fragilità affettiva, quando siamo segnati dal dolore, quando ci sentiamo usati e feriti. Gesù comprende il peso dei nostri fallimenti, conosce la nostra sete di vivere e ci incontra nelle situazioni normali della giornata. Egli ci chiama mentre siamo fragili: non chiama i giusti, ma i peccatori come noi, non chi ha sete di denaro, ma di incontri umani. Non avvia processi, non giudica e non assolve, va al centro della vita ferita. Il suo sguardo si posa sulla sete di amare e di essere amati. Ci sta dicendo che nella vita non basta la sete di acqua, ma occorre la sete di incontri, perché se non abbiamo sete di persone siamo della povera gente, anche se avessimo una barca di soldi! Se abbiamo sete solo di noi stessi siamo dei poveretti, mentre l’incontro con l’altro è acqua che fa scomparire la stanchezza. Chiediamo perdono a chi ci avvicina e trova asciuttto il nostro pozzo e diciamo grazie a quelle persone che lungo la nostra vita si sono affaticate per arrivare fino al nosrto pozzo, ci hanno trovati stanchi e sono stati per noi un pozzo dissetante. In altre parole: se sapremo sedere stanchi per qualcuno, regaleremo acqua dissetante!
Domenica 5 marzo 2023 - 2 A (Mt 17,1-9)
Il vangelo dice che Gesù: «Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte… E là fu trasfigurato», cioè trasformato: divenne luminoso. Insieme ai discpeoli su questo monte alto oggi, in disparte, ci siamo anche noi. Nella Bibbia c’è una sorta di simpatia nel descrivere la divinità, come il Dio dei monti.
Il vangelo dice che Gesù: «Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte… E là fu trasfigurato», cioè trasformato: divenne luminoso. Insieme ai discepoli su questo monte alto oggi, in disparte, ci siamo anche noi. Nella Bibbia c’è una sorta di simpatia nel descrivere la divinità, come il Dio dei monti. Si dice inoltre che su quel gruppo scese una nube luminosa che li coprì con la sua ombra e una voce dal cielo disse: «Ascoltatelo!». La nube indica la presenza di Dio, mentre la sua voce invita ad ascoltare solo il Figlio. Gesù sta andando alla croce e all’apparenza il suo sembra un fallimento, mentre in realtà la sostanza è diversa, nel senso che la vita va guardata con occhi nuovi e diversi. Il volto di sole che appare in Gesù è anche il nostro, perché ciascuno ha dentro di sé un tesoro di luce, ha una bellezza interiore da regalare, ha una luminosità addormentata da svegliare. Trasfigurarsi corrisponde alla gioiosa fatica di liberare la luce e la bellezza sepolte in noi e aiutare altri a fare lo stesso.
Per trasfigurarsi la voce dal cielo non ci chiede di fare cose, ma di ascoltare Lui, il figlio Gesù. E ascoltarlo è davvero scomodo, faticoso, duro. Distinguere la sua Parola maiuscola dalle parole, significa trasfigurarsi. Non si può mettere sullo stesso piano la Parola di Dio e quella di un vescovo, di un veggente, di un parroco… Non abbiamo bisogno di visioni e di apparizioni supplementari. La nostra trasfigurazione inizia quanto smettiamo di ascoltare i nostri bisogni, le nostre paure, le nostre ansie e cominciamo ad ascoltare la sua voce che ci chiama a uscire da noi stesso, a regalare vita, a portare luce dove ci sono volti sfigurati. In questi giorni sono i volti dei migranti che hanno trovato sepoltura nel mare. Con la poetessa somala Warsan Shire ai politici che si permettono commenti fuori luogo sui volti sfigurati di questa gente direi: «Nessuno mette i suoi figli su una barca, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra». Ascoltare la voce del vangelo è tremendamente scomodo, eppure il suo messaggio è sole che fa vivere anche chi non si conosce. Trasfigurarsi significa amare ogni vita, abbracciare chi sta male, girarci verso la luce, così come la natura in questi giorni si gira verso la primavera.
Domenica 26 febbraio 2023 - 1 quaresima - A (Mt 4,1-11)
Ascoltando il racconto delle tentazioni ci sembra di trovarci davanti a due attori che si contendono la scena. In realtà va precisato che ciò che è chiamato diavolo è la personificazione del male presente in quasi tutte le culture. Il vangelo ci sta dicendo che anche per Gesù la vita fu una ricerca fra le tenebre della notte e la luce del giorno.
Ascoltando il racconto delle tentazioni ci sembra di trovarci davanti a due attori che si contendono la scena. In realtà va precisato che ciò che è chiamato diavolo è la personificazione del male presente in quasi tutte le culture. Il vangelo ci sta dicendo che anche per Gesù la vita fu una ricerca fra le tenebre della notte e la luce del giorno. Egli è l’ebreo uomo-Dio che affronta tutte le prove della vita con una radicale fiducia in Dio. La sua come la nostra è una esistenza “tentata”, con tutte le caratteristiche della precarietà. Il tentatore chiedendo a Gesù di trasformare le pietre in pane gli suggerisce di ridurre la vita al benessere economico. In un secondo momento, provocandolo di buttarsi dal punto più alto del tempio, lo invita a non pensare Dio in termini spettacolari. In un terzo momento lo sfida a scommettere sul potere, quale scorciatoia del dominio, della forza. A queste provocazioni Gesù risponde dicendo che l’uomo è più dello stomaco e del portafoglio, che la fede non si nutre di miracoli e che occorre demolire gli idoli per puntare sull’essenziale.
Quelle di Gesù sono anche le nostre tentazioni e riassumono i grandi inganni della vita dell’uomo. Il termine “tentazione”, per noi, è ambiguo perché lo capiamo come la spinta a fare il male, quando in realtà vuol dire “mettere alla prova”. È fare verità dentro di noi, al di là di ciò che proviamo ad apparire, al di là delle mille maschere con cui recitiamo. Mettere alla prova significa porre ordine nelle nostre scelte, per vedere che cosa c’è dentro il cuore e liberarci da quei “padroni silenziosi” che ci comandano. All’uomo tentato di credere nelle cose e in un po’ di pane, Gesù risponde che l’uomo di solo pane muore. All’uomo tentato di volere Dio al suo servizio, replica che occorre cercare il Donatore, non i suoi doni. È la tentazione di comprarsi Dio con preghiere, digiuni ed elemosine, per qualcosa che si sogna. All’uomo tentato di contrattare con Dio: “io ti dò il potere se tu mi adori”, Gesù risponde che ogni potere è adorazione della falsità. Quando ti sembra di avere in mano tutto, non hai in mano nulla! Al diavolo che provoca Gesù dicendogli: “assicura agli uomini, pane, miracoli e un capo, e li avrei in mano”, Gesù risponde di non volere persone da dominare, ma del tutto libere, capaci di cambiare il mondo con l’amore. Se per il diavolo questa è un’illusione, per Gesù è la strada vincente.
Domenica 19 febbraio 2023 - 7 A (Mt 5,38-48)
Quando Gesù afferma: «Vi fu detto, ma io vi dico», non sta sostituendo un nuovo elenco di regole a un altro più antico, ma ci aiuta a cogliere il centro e la tensione del rapporto con Dio e con il prossimo. L’ambizione degli scribi ebrei era la fedeltà, ma avevano il torto di ritenersi fedeli alla Legge ripetendola e di essere attuali frantumandola in un lungo elenco di precetti da osservare.
Quando Gesù afferma: «Vi fu detto, ma io vi dico», non sta sostituendo un nuovo elenco di regole a un altro più antico, ma ci aiuta a cogliere il centro e la tensione del rapporto con Dio e con il prossimo. L’ambizione degli scribi ebrei era la fedeltà, ma avevano il torto di ritenersi fedeli alla Legge ripetendola e di essere attuali frantumandola in un lungo elenco di precetti da osservare. Nella continuità Gesù afferma la novità, che consiste nel primato dell’amore. Gesù conclude il suo discorso dicendo: «Siate perfetti come è perfetto il vostro padre che è nei cieli». Noi tutti portiamo dentro il desiderio di vivere in un mondo perfetto, in una comunità perfetta, forse in una famiglia perfetta. Ma questa perfezione ci spinge a negare le nostre ferite e a disprezzare quelle degli altri, a condannare il mondo che non è perfetto. In realtà è normale per noi non essere perfetti, non dobbiamo piangere sulle nostre imperfezioni e Dio sa quanto siamo zoppi e per metà ciechi… Gesù non chiede l’impossibile: non dice siate perfetti “quanto” Dio, ma “come” Dio, che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni.
Gesù non ci consegna precetti, ma un’offerta di potere, un’energia nuova. Quando dice: «se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgili anche l’altra», non è un invito ad abbassare la testa, a porsi come il tappettino d’entrata della casa che tutti calpestano, ma suggerisce un’iniziativa precisa. Egli elimina il concetto di nemico, perché la violenza produce solo violenza. Il cristiano è una persona libera, padrone delle proprie scelte anche davanti al male ricevuto, disinnesca la spirale della vendetta. Non replica su altri ciò che ha subito, non ripaga con la stessa moneta, ma cerca spiegazioni, fa il primo passo, porge per primo il saluto. Per quale motivo Gesù ci chiede questo? Perché «siate figli del Padre vostro chefa sorgere il sole sopra i cattivi e sora i buoni». Il sole, infatti, non si merita, ma si accoglie. L’invito è di far sorgere un po’ di sole nella vita di chi ci è nemico, di credere nel sole anche quando non si vede. Potremmo dire:ma io non ho nemici!A volte, però, i nemici da amare possiamo essere noi stessi, perché non accettiamo certi nostri sbagli, ferite e contraddizioni. Il nemico con cui riconciliarti, quindi, potresti essere tu stesso, perché non accetti la vita che ti è toccata di vivere.
Domenica 12 febbraio 2023 - 6 A (Mt 5,17-37)
Nel vangelo di oggi Gesù ci dice che la legge è per l’uomo e non l’uomo fatto per la legge. In questo modo fa nascere la religione dell’interiorità. Entrando nel vivo del discorso Gesù va alla sorgente della vita, va al cuore della persona e lo dice prendendo in considerazione i contrasti che emergono da quattro situazioni di vita.
Nel vangelo di oggi Gesù ci dice che la legge è per l’uomo e non l’uomo fatto per la legge. In questo modo fa nascere la religione dell’interiorità. Entrando nel vivo del discorso Gesù va alla sorgente della vita, va al cuore della persona e lo dice prendendo in considerazione i contrasti che emergono da quattro situazioni di vita. Il primo contrasto riguarda l’omicidio, per dire che chiunque si arrabbia con il proprio fratello, chiunque alimenta rabbia e rancore è già in cuor suo potenzialmente un omicida. Il secondo contrasto tocca il tema dell’adulterio, cioè il desiderare una donna sposata o promessa sposa da parte di un uomo che non sia suo marito. Il terzo contrasto riguarda il matrimonio in cui Gesù ammette la separazione solo in caso di unione illegittima. Il quarto contrasto tocca il giurare il falso utilizzando il nome di Dio. Gesù invita chi lo ascolta a passare dalla legge alla persona, dall’esterno all’interno, dalla religione del fare a quella dell’essere. La legge è autentica e va obbedita quando si prende cura della persona e della sua umanità.
Gesù ci sta dicendo: ritorna al cuore e guariscilo, solo così potrai curare le tue azioni. Se tu insulti l’altro, in cuor tuo sei destinato alla Geenna, che non è l’inferno, ma una garnde valle alla periferia di Gerusalemme dove si bruciavano le immondizie della città. In questo modo Gesù dice: se disprezzi il fraello tu fai della tua vita una spazzatura, la butti nell’immondizia. Circa poi il desiderio dell’altra persona, Gesù non è contro il desiderio che è forza della vita, ma contro il tentativo di avvicinare una persona per sedurla, per possederla, per ridurla a un oggetto. È questo non il peccato contro la morale, ma contro la grandezza della persona. Gesù, inoltre, invita all’igiene delle parole: «Sia il vostro parlare si, si, no, no». È come dire: scegli bene le parole da non dire! E se sei costretto a dire ciò che è sbagliato, fallo con misericordia o con il silenzio. Non sentirti a posto con la coscienza se non hai rubato, ma chiediti quanto hai saputo donare. Non sentirti tranquillo se non hai bestemmiato il nome di Dio, ma chiediti se la tua bocca loda il Signore. Ci sono, infatti, bestemmie silenziose, cresciute nel rancore e alimentate da delusioni verso un Dio che, spesso, è la semplice proiezione dei nostri bisogni. Se venendo alla messa ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia pure l’altare, lascia paradossalmente Dio, e vai a onorare il fratello, che è poi l’unico modo vero di onorare Dio.
Domenica 5 febbraio 2023 - 5 A (Mt 5,13-16)
Gesù nel vangelo dicendo: «Voi siete il sale della terra,… voi siete la luce del mondo», afferma il rapporto che esiste fra i cristiani e il mondo. Non è un invito alla fuga dal mondo, dalla terra, non è un appello a costruirsi una terra alternativa, un mondo a lato, ma a vivere dentro questo mondo, con tutte le sue bellezze e le sue contraddizioni.
Gesù nel vangelo dicendo: «Voi siete il sale della terra,… voi siete la luce del mondo», afferma il rapporto che esiste fra i cristiani e il mondo. Non è un invito alla fuga dal mondo, dalla terra, non è un appello a costruirsi una terra alternativa, un mondo a lato, ma a vivere dentro questo mondo, con tutte le sue bellezze e le sue contraddizioni. Il sale non solo dà sapore, ma nelle culture antiche veniva usato per conservare e purificare, all’epoca degli antichi Romani adoperato per pagare gli operai (da cui il termine “salario”). Anche oggi, per dire l’eccessivo costo di qualcosa, si dice che è “salata”. Gesù ci dice che siamo anche “luce”, cioè capaci di vincere l’ombra, di rischiarare le giornate buie, di illuminare i volti e regalare speranza. Quella di Gesù non è una semplice esortazione: mi raccomando, siate luce, sforzatevi di diventare luce. Piuttoso ci sta dicendo: sappiate che lo siete già. Come la candela non deve sforzarsi, se è accesa, di fare luce, perché è la sua natura, così voi come discepoli se vivete secondo lo stile del vostro Maestro già fate luce.
Che Dio sia luce del mondo ce lo ha ripetuto Giovanni nel suo vangelo, ma sentirci dire che anche l’uomo è luce, che lo siamo anch’io e tu insieme, con tutti i nostri limiti e le nostre ombre, questo davvero ci sorprende. È la fiducia e la stima che Gesù ripone in noi: siamo una manciata di luce che sfida la notte del mondo. Non siamo il “miele del mondo”, ma il sale che dà sapore. In questo mondo non siamo spenti, ma regaliamo luce, quella di Cristo. Il rischio è di volerci separare dal mondo condannandolo, magari per farci vedere, per sentirci diversi e migliori, mentre nostro compito è far vedere uno stile alternativo di vita. Non si mostrano le parole, ma la qualità della nostra vita! Come il sale non si vede, ma se manca lo senti subito, così la luce se manca subito ti accorgi del buio. Il sale come la luce non fanno rumore, ma ti accorgi se mancano. Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio, ma la vera tragedia è quando un adulto ha paura della luce che possa illuminare i suoi angoli bui. Se due persone sulla terra si vogliono bene danno sapore al mondo, quando si perdonano diventano luce nel buio. Gesù sembra dire: se non riesce a essere luce, ti prego almeno di non fare ombra!
Domenica 29 gennaio 2023 - 4 A (Mt 5,1-12)
Il brano delle beatitudini è tra i più noti, ma anche i più intriganti, perché suscita in tutti un certo disagio. Per nove volte ripete “Beati” i poveri, quelli che piangono, i miti, gli affamati e assetati di un mondo giusto, le persone dal cuore buono, quelli che hanno il cuore nei bisogni degli altri, quelli che costruiscono ponti di pace, quelli che si ostinano a proporsi giustizia, quelli che sono bastonati dalla vita.
Il brano delle beatitudini è tra i più noti, ma anche i più intriganti, perché suscita in tutti un certo disagio. Per nove volte ripete “Beati” i poveri, quelli che piangono, i miti, gli affamati e assetati di un mondo giusto, le persone dal cuore buono, quelli che hanno il cuore nei bisogni degli altri, quelli che costruiscono ponti di pace, quelli che si ostinano a proporsi giustizia, quelli che sono bastonati dalla vita. Il linguaggio di Gesù ha il tono paradossale di chi pensa: non è questa una storiella raccontata ai bambini per farli crescere fiduciosi e ottimisti? Non siamo di fronte a uno di quei “manifesti” pubblicitari che descrivono paesaggi perfetti quanto impossibili? Immagini e linguaggi così “colorati” per farci stare a galla nelle sconfitte dell’esistenza quotidiana? Le parole di Gesù non sono forse una via di fuga dalla realtà, l’immagine di un mondo che non esiste? Dove noi vediamo nei nostri ambienti piuttosto grigi, desolati, incolori e privi di futuro tutta questa esplosione di felicità? In realtà prima di insegnare ai discepoli il maestro Gesù vive ciò che insegna. Il suo primo insegnamento è la sua stessa vita. Per primo porge l’altra guancia, per primo mostra benevolenza, per primo risponde alla violenza con la dolcezza, per primo non mette in croce nessuno, ma sceglie di salire sulla croce.
Ogni giorno, da mattina a sera, sentiamo una musica diversa: è felice chi è ricco, chi è vincente, chi la fa franca, chi si appoggia ai potenti, chi fa bella figura, chi ignora gli altri, chi pensa solo al proprio granaio… Le beatitudini non sono una parola consolatoria, pia devota, ma al contrario un invito alla lotta, a scendere da un certo “treno del benessere”, dalle mille fabbriche della felicità che ripetono il medesimo monologo: del fare soldi, del fare carriera, del fare sesso, del fare profitto, del fare l’interesse privato o di gruppo… tutto senza limiti. Con il suo stile di vita Gesù chiama felice chi ha il cuore da povero, di chi sa non farcela da solo, ma confida nel suo Dio. Il povero è fortunato non perché gli mancano le cose, ma perché ha Dio dalla sua parte e quindi non porta più da solo il peso della vita. La storia ci insegna che i potenti sono come dei vasi pieni, non hanno spazio per nessn altro a differenza del povero che piangendo lava i propri occhi, vede più lontano e aiuta altri a ricominciare. Se in noi c’è un cuore umile da povero non oseremo mettere le mani su nessuno, non oseremo manipolare le persone, non oseremo fare da padrone a nessun cuore e impareremo a rispettare il mistero dell’altra persona, buona o cattiva che sia, non per gentile concessione, ma perché quella persona in qualche modo ci interpreta personalmente.