Domenica 14 dicembre 2025 - 3 Avvento – A (Mt 11,2-11)
Giovanni, il profeta tutto d’un pezzo, manda a dire a Gesù dal carcere: «Sei tu o dobbiamo attenderne un altro?». Sei tu il Messia o ci siamo sbagliati?
Giovanni, il profeta tutto d’un pezzo, manda a dire a Gesù dal carcere: «Sei tu o dobbiamo attenderne un altro?». Sei tu il Messia o ci siamo sbagliati? Non è solo la domanda di Giovani, ma anche la nostra. E Gesù risponde con i fatti: i ciechi, gli zoppi, i lebbrosi, i sordi, i morti, i poveri, recuperano la vita. Dov’è la voce che sentenzia sui peccatori? Dov’è l’accetta tagliente del Battista? Dov’è il fuoco che brucia i corrotti? Gesù risponde: «Beato chi non si scandalizza di me!». Il suo messaggio non è dalla parte della maggioranza, ma cambia il volto di Dio e del potere: mette i pubblici peccatori e prostitute prima dei sacerdoti, fa dei poveri i sovrani del suo regno, entra nelle ferite del mondo e delle persone. Egli fa storia non partendo da una legge, non muovendo da pratiche religiose, ma dall’ascolto del dolore della gente.
Ma che Dio è quello di Gesù? È lo scandalo della misericordia. Perdona l’imperdonabile e ama chi non se lo merita. Non brucia i peccatori, ma siede a tavola con loro. È possibile che questo Dio non distrugga i malvagi, ma li benedica con il sole e la pioggia? Il Battista interpreta la nostra fatica di credere. È la tentazione che sempre ritorna anche oggi nella chiesa, di quei gruppi di credenti che si sentono super-cattolici. Perché questo Messia non separa le mele marce che fanno marcire anche le buone? Il non credente che è in me, disilluso, mi contesta: “hai tanto pregato e la pace non è arrivata”! in realtà il mondo non è inguaribile, ma un ammalato affidato alle nostre cure. La risposta di Gesù è un programma del tutto laico: sei credibile se la tua presenza asciunga qualche lacrima, se restituisci dignità a chi l’ha perduta, se aiuti anche una sola persona a vivere meglio.
Immacolata - A 8 dicembre 2025 - (Lc 1,26-38)
L’espressione Maria immacolata può prestarsi a confusione. Ancora oggi alcuni pensano che evochi la concezione verginale di Gesù, mentre significa che è stata protetta da ogni macchia di peccato.
L’espressione Maria immacolata può prestarsi a confusione. Ancora oggi alcuni pensano che evochi la concezione verginale di Gesù, mentre significa che è stata protetta da ogni macchia di peccato. È la madre che si fa serva fedele, accoglie la Parola e la partorisce. Le madri partoriscono e rinnovano il mondo. Nessuna guerra, incendio o cataclisma le ferma, agiscono per amore alla vita. «Non temere Maria» le dice l’angelo. E quando si sente dire che «Nulla è impossibile a Dio», si dichiara sua serva. La psicanalisi ci dice che siamo condizionati dal passato, mentre Maria è condizionata dal futuro. Pur fidandosi Maria sperimenta momenti di gioia e di dolore: tocca con mano che la vita non è facile. È faticoso restare quando non si può fare nulla, ma lei rimane, portando dentro fatti che non capisce, avvenimenti umanamente senza senso.
Mi piace questa donna! Si accorge se nei momenti più duri manca l’amore, è attenta alle difficoltà come alle nozze di Cana, sotto la croce non scappa. Ogni persona che sta per morire chiama “mamma”. È una donna umile senza diventare servile, è paziente senza diventare ostinata, è gioiosa senza diventare superficiale, è silenziosa senza diventare invadente, è madre senza cercare espedienti della scienza, è luminosa senza abbagliare nessuno, è fedele senza pretendere di essere la prima donna, è paziente senza diventare ansiosa. Lo stile di Maria può risvegliare la nostra umanità oggi così inquieta, così delusa, in cui manca la libertà di lasciarsi turbare, la pazienza di durare, il coraggio di osare la domanda. Eppure anche oggi ci sono gli angeli che vengono a trovarci, vestiti nei modi più diversi, e li riconosciamo solo quando se ne sono andati.
Domenica 7 dicembre 2025 - 2 Avvento A (Mt 3,1-12)
Nel vangelo si alza forte il grido di Giovanni Battista il battezzatore: «Convertiteti, perché il regno dei cieli è vicino». Un racconto ebraico si dice che un discepolo riferì al suo maestro: “È arrivato il Messia” e il maestro rispose: “Come può essere venuto il Messia se niente nel mondo è cambiato?”.
Nel vangelo si alza forte il grido di Giovanni Battista il battezzatore: «Convertiteti, perché il regno dei cieli è vicino». Un racconto ebraico si dice che un discepolo riferì al suo maestro: “È arrivato il Messia” e il maestro rispose: “Come può essere venuto il Messia se niente nel mondo è cambiato?”. È questa lobiezione che talvolta viene posta ai cristiani: come potete credere in un mondo nuovo se tutto è come prima? Chi è forte continua a schiacciare i deboli, la dignità della persona è calpestata, il virus della discordia è ancora vivo, le guerre sembrano nascere come i funghi. In realtà non è Dio in ritardo, ma sono i nostri occhi non ancora pronti a “riconoscerlo”. Egli viene non accanto a noi, ma dentro di noi, nel cuore, nel centro della nostra esistenza. Viene con il soffio della sua Parola che spazza via la pula e lascia sull’aia solo i preziosi chicchi, viene con il silenzio del suo amore che taglia non l’albero della nostra vita, ma le radici del male che non portano frutto.
«Convertitevi» non significa fare un gesto generoso, ma cambiare lo sguardo, la mentalità, il cuore. Non una verniciata morale, ma uno spostamento di direzione. Nessuna appartenenza alla religione garantisce, nessun battesimo da solo ti salva, nessuna parentela di persone devote assicura, nessuna candela o incenso proteggono... Solo un cuore nuovo rende vere le persone. Quando il profeta dice che il lupo dimorerà con l’agnello, il leone con il bue, il bambino con il serpente, è proprio un sogno? Le contraddizioni non mancano, tuttavia, esistono anche gli abracci tra nemici, il saluto tra parenti feriti, la stretta di mano tra l’arabo e l’ebreo, l’intesa tra il russo e l’ucraino, l’armonia tra il bianco e il nero, la riconciliazione tra sposi separati, il perdono tra ladri e rapinati, il “com-patimento”tra l’infedele e il tradito… Tutti questi sono germogli di persone che stanno diventando un popolo.
Domenica 30 novembre 2025 - 1 Avvento A (Mt 24, 37-44)
Questa domenica di Avvento è la prima di un nuovo anno liturgico. La venuta del Signore è derscritta come quella del ladro, non perché viene a rubare, ma perché viene nell’ora che non immaginiamo.
Questa domenica di Avvento è la prima di un nuovo anno liturgico. La venuta del Signore è derscritta come quella del ladro, non perché viene a rubare, ma perché viene nell’ora che non immaginiamo. L’invito è di vegliare, di rimanere svegli, di non prendere sonno. Nel vangelo si dice che nei giorni di Noè la gente mangiava e beveva, si sposava e metteva al mondo figli. Ma che facevano di male? Niente, ma vivevano superficialmente, non si accorsero di nulla, finchè non venne il diluvio che li travolse. Si tratta di alzare lo sguardo senza accontentarci di essere sazi, senza cercare la proprietà che ci manca… Due uomini saranno nel campo, dice Gesù, ma solo uno verrà preso e l’altro lasciato, due donne macineranno, ma una verrà portata via e l’altra lasciata. Non si parla dell’angelo della morte, ma di due modi diversi di abitare la vita: uno adulto e l’altro infantile.
Tenetevi pronti, ripete Gesù, perché è possibile vivere distratti: senza accorgersi neppure di chi ti sfiora nella tua casa, di chi ti rivolge la parola, di chi ti cerca con occhi di lacrime asciutte. Il rischio è di vivere senza capire che nessun genitore mette i figli su una barca, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra. Il pericolo è di vivere addormentati senza riconoscere i germogli che in silenzio non smettono di sbocciare. Il diluvio è sempre in agguato per tutti: basta un dispiacere, un insuccesso, una malattia, un incidente, una delusione del cuore… Sono almeno due i modi di vivere, dice Gesù: uno è di chi è chinato sul suo piatto e l’altro che spezza il pane e l’amore con altri. Tra questi due uno non si accorge di nulla, l’altro è pronto all’incontro con il Signore che nasce. Avvento non è attendere il Bambino che nasce, lui è già nato, ma aspettare che nasca in me.
Domenica 26 novembre 2023 - Cristo re A (Mt 25, 31-46)
«Ciò che avete fatto ai miei fratelli, è a me che l’avete fatto». Gesù ci sta dicendo che il povero è il cielo di Dio. Nel suo cielo noi entreremo solo se saremo entrati nella vita del povero.
«Ciò che avete fatto ai miei fratelli, è a me che l’avete fatto». Gesù ci sta dicendo che il povero è il cielo di Dio. Nel suo cielo noi entreremo solo se saremo entrati nella vita del povero. Un detto ebraico dice: se un uomo chiede il tuo aiuto, non dirgli devotamente “rivolgiti a Dio, abbi fiducia, poni in Lui la tua sofferenza”, ma agisci come se Dio non ci fosse, come se in quel momento al mondo ci fossi solo tu per aiutarlo. Non si tratta di compiere opere di misericordia e di giustizia sociale per guadagnarci la salvezza, il paradiso, ma le opere che compiamo a favore di chi è in difficoltà dimostrano che siamo già stati salvati. La nostra mano tesa non è la causa della salvezza, ma la prova che Dio ci ha salvati e ci ha resi capaci di aiutare altri a stare meglio. Alla fine questo Re non chiederà se abbiamo fatto qualcosa per Lui, ma per chi ha bisogno.
Da piccoli siamo stati educati con domande e risposte del catechismo. Una domanda chiedeva: “Per quale fine Dio ci ha creati?” E la riposta da imparare a memoria era: “Per conoscere, amare e servire Dio in questa vita e goderlo per tutta l’eternità”. Nella risposta mancava una parte essenziale: come servire Dio, se non in chi ha fame, in chi ha sete, in chi era straniero, nudo, malato, in carcere? Il giudizio finale non sarà sugli atti di culto, sul numero delle preghiere o sulle cose che ci hanno fatto arrabbiare nella vita, ma sulla qualità delle relazioni che abbiamo costruito con gli altri. Avremo sorprese che non immaginiamo: non credenti e senza dio che passeranno avanti a coloro che magari si sono illusi di una religiosità formale e di convenienza. Il rischio dei paraticanti è di accontentarsi di fare “gargarismi” domenicali con il nome di Dio e usarlo come bastone per schiacciare gli altri, non facendosi trovare agli appuntamenti con chi è nel bisogno. La separazione finale non sarà secondo l’etnia, ma morale: tra giusti e ingiusti, tra quando siamo stati pecore e quando capre.
Domenica 19 novembre - 33 A (Mt 25,14-30)
La parabola del vangelo ci porta a verificare la nostra idea di Dio. Sono ancora molti i cristiani che pensano Dio come un ragioniere spietato che fa pivere dal cielo, quasi magicamente, favori e preferenze, in base ai meriti.
La parabola del vangelo ci porta a verificare la nostra idea di Dio. Sono ancora molti i cristiani che pensano Dio come un ragioniere spietato che fa pivere dal cielo, quasi magicamente, favori e preferenze, in base ai meriti. O qualcuno lo pensa come un vigile urbano che che si diverte a multare ogni nostra infrazione. Nella parabola emergono due visioni opposte della vita: l’esistenza come un’opportunità da vivere con serenità, oppure come un tribunale che fa paura. Si parla un ricco signore che alla sua partenza consegna a tre dipendenti i suoi talenti, secondo le capacità di ciascuno. Al suo ritorno i primi due li riconsegnano trafficati in modo diverso, il terzo restotuisce quello che ha sotterrato. I primi due si sentono dire: «sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto». Il terzo nel giustificarsi dicendo «so che sei un uomo duro», si sente chiamare «servo inutile». La paura del padrone paralizza, blocca, imprigiona.
Il talento è la nostra vita. Chi la vive seduto in panchina per paura di rischiare la difende, la protegge e quindi la impoverisce. La paura della vita paralizza. Chi non si sposa per la paura che il matrimonio fallisca, chi non mette al mondo figli per paura crescano male, chi non attraversa mai la strada per paura di un incidente, chi non semina mai perché il brutto tempo può compromettere il raccolto, vive paralizzato. Il problema non è passare la vita a invidiarci l’un l’altro, a giudicare se una persona ha o meno i “numeri”, ma si tratta di far fruttare ciò che ciascuno ha ricevuto. Dio non vuole indietro i suoi talenti, ma vuol vederli fruttificati secondo le diverse capacità. Tutti siamo suoi figli, ma non figli uguali. Egli non mi chiederà perché non sono stato come Mosè, come un profeta, come un santo, ma soltanto perché non sono stato me stesso. Ogni persona è un talento per gli altri, ma se non viene valorizzata, Dio la chiama «inutile». La paura di incontrare gli altri blocca la crescita!
Domenica 12 novembre 2023 - 32 A (Mt 25,1-13)
Nel vangelo si racconta una strana festa di matrimonio. Non sembra esserci la sposa. Lo sposo arriva a mezzanotte e porta con sé cinque ragazze sagge e rovina la festa alle altre cinque, sbattendo loro la porta in faccia.
Nel vangelo si racconta una strana festa di matrimonio. Non sembra esserci la sposa. Lo sposo arriva a mezzanotte e porta con sé cinque ragazze sagge e rovina la festa alle altre cinque, sbattendo loro la porta in faccia. E che cosa dire di tutte queste dieci ragazze che si addormentano? Matteo richiama la comunità alla vigilanza, che sentendo il peso tempo e l’affanno dell’attesa si addormenta, incrocia le braccia. Questa comunità non è fatta di perfetti, di eroi, di modelli a imitare. Siamo noi, vigilanti e dormienti, che sentiamo il peso della notte, come delle sentinelle che perdono la pazienza perché non vedono mai arrivare l’alba. Le dieci ragazze, quelle con l’olio nelle lampade e quelle senza, entrano nel sonno: fanno un pisolino. Tuttavia nel pieno della notte, quando ormai si pensava che la festa fosse compromessa, un grido rompe il silenzio: «Ecco lo sposo!». Le cinque ragazze con le lampade accese gli vanno incontro, mentre quelle senza olio ne chiedono, ma l’olio non si può scambiare. E a chi chiede di entrare alla festa senza luce lo sposo risponde duramente: «non vi conosco».
L’alternativa che il vangelo richiama è in fondo tra il vivere accesi o il vivere spenti. Anche noi attraversiamo lunghe notti di buio, continuiamo a sperare e non vediamo segni di cambiamento: rischiamo di stancarci, di rassegnarci. Cominciamo a spegnerci proprio come la luce della lampada che senza olio diventa sempre più debole. La notte avanza e Dio sembra non tenderci la mano. Ci addormentiamo come le dieci ragazze della parabola, perché il sonno ci vince, o forse perché non vogliamo vedere in faccia la cruda realtà. Il vangelo tuttavia ci rassicura. La notte finisce e proprio nel momento più buio, a mezzanotte, chi attende è svegliato da un grido: lo sposo è arrivato, la festa della vita continua. L’unico olio che lo sposo conosce è quello dell’amore, che nessuno può dare all’altro. Senza l’olio delle altre persone, infatti, la mia lampada si sarebbe spenta mille volte. Nessuno di noi può tener accesa la lampada della vita senza l’olio degli altri! Ecco la buona notizia di oggi: anche nel cuore delle notti più buie la forza dell’amore ci fa luce per continuare a camminare.
Domenica 5 novembre 2023 - 31 A (Mt 23,1-12)
Nel vangelo Gesù accusa duramente le autorità religiose del giudaismo nelle persone di scribi e farisei. Tre sono gli errori che denuncia e che svuotano la vita.
Nel vangelo Gesù accusa duramente le autorità religiose del giudaismo nelle persone di scribi e farisei. Tre sono gli errori che denuncia e che svuotano la vita. Innanzitutto contesta l’ipocrisia: dicono e non fanno. È la falsità delle figure religiose che si mostrano devote e perché potenti pretendono le persone al loro servizio. Inoltre Gesù denuncia la vanità di chi si sente religioso e fa di tutto per essere apprezzato, applaudito e ammirato nelle piazze. Infine denuncia il gusto del potere: essi impongono regole pesanti da portare, rischiano di spacciare come “volontà di Dio” precetti che sono loro invenzione. Gesù, per rendere autentica la vita, capovolge questi comportamenti e parla di un agire nascosto invece dell’apparire, della semplicità invece della doppiezza, del servizio invece del potere. Questa è la strada contromano di Gesù: Dio non tiene il mondo ai suoi piedi, ma si mette ai piedi di tutti per lavarli, guarirli, servirli.
Il ritratto offerto da Gesù nel confronto delle autorità religiose è davvero pesante. Egli fotografa con durezza l’“ipocrita”, cioè l’attore di teatro, il moralista che invoca leggi sempre più dure…, ma per gli altri. La tentazione dei farisei è la nostra, quando ci accontentiamo di dire con le parole, quando siamo severi e duri con gli altri per mostrarci più vicini a Dio. Gesù denuncia l’ipocrisia, il formalismo, l’esibizionismo, l’incoerenza, l’arroganza, la ricerca degli ossequi, il carrierismo delle persone religiose… Come gli scribi e farisei sono malati di vanità e fanno della religione il loro palcoscenico, così ogni occasione è buona anche per noi di esibire la nostra presunta religiosità. I più a rischio di falsità siamo noi persone religiose che vogliamo apparire buoni. Il rischio è di servire gli ultimi e sedere a tavola con i primi! Gesù denuncia chi insegna bene e razzola male, smaschera il piccolo fariseo che c’è in noi e mostra che la grandezza si misura dal grembiule che si indossa.
1 novembre 2023 - A (Mt 5,1-12a)
“Festa di tutti i santi”. È facile pensare a figure umane straordinarie, festa di alcuni privilegiati, di pochi che hanno compiuto miracoli, di quelli quelli le cui reliquie sono sugli altari. In realtà, solo Dio è santo e i battezzati partecipano di questa bontà.
“Festa di tutti i santi”. È facile pensare a figure umane straordinarie, festa di alcuni privilegiati, di pochi che hanno compiuto miracoli, di quelli quelli le cui reliquie sono sugli altari. In realtà, solo Dio è santo e i battezzati partecipano di questa bontà. Forse dimentichiamo che l’unico canonizzato da Gesù, senza se e senza ma, fu un ladrone al suo fianco sulla croce, quando gli disse: «Oggi sarai con me in paradiso». Lo stesso Gesù oggi ci dice che la santità non è nei miracoli, perché proclama beati donne e uomini comuni. E non per chissà quali gesti, ma semplicemente perché piccoli e non arroganti, amanti della giustizia e non menefreghisti, perché pazienti e non violenti, comprensivi e non superbi, tutti di un pezzo e non ricattabili, pacificatori che non soffiano sul fuoco, disposti a pagare di persona piuttosto che cercare tornaconti. La santità ci porta così alle nostre case, alle nostre parentele, ai nostri vicini di casa… In questo modo la reliquia della nostra bontà la teniamo sull’altare del nostro cuore.
Dicendo «beati i poveri» Gesù capovolge la mentalità odierna che ripete:è felice chi è ricco, chi è vincente, chi la fa franca, chi si appoggia ai potenti, chi fa bella figura, chi gira le spalle agli altri, chi pensa solo al proprio granaio…Le parole di Gesù «beati i poveri» non vanno lette in modo consolatorio, pio o devoto, ma è un invito alla lotta, a uscire dalle mille fabbriche di felicità del fare soldi, fare carriera, fare sesso, fare immagine… senza limiti. I mercati di oggi ci invitano a prendere questo “treno del benessere” pensando solo a noi stessi. I santi li conosciamo anche noi e non sono dei fantasmi! Non conosci anche tu «poveri in spirito?», quando dici: “quello è un uomo buono, quella una donna buona”. Uomini e donne che hanno nel cuore la giustizia, negli occhi la misericordia, nel volto la passione della riconciliazione, nella bocca il gusto della pace, nelle mani la difesa della dignità umana, nella pelle la delicatezza per chi è ferito… Anche tu sei chiamato “beato” quando canti in questo coro.
1 novembre 2023 - al Cimitero
La morte è un’esperienza quotidiana che sperimentiamo negli altri attraverso la malattia, la sofferenza, i lutti.
«Gesù [nel Getzemani] si mise in ginocchio e pregò così: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà". Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Allora dal cielo venne unangelo a Gesù per confortarlo; Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra» (Lc 22,41-44).
La morte è un’esperienza quotidiana che sperimentiamo negli altri attraverso la malattia, la sofferenza, i lutti. La morte nella forma umana della vita porta sempre con sé un’ingiustizia atroce. Arriva sempre prematuramente, anche per un grande anziano, perché la vita vorrebbe che ce ne fosse ancora. La morte arriva con violenza e non c’è mai naturalezza nella morte. Una pianta, un’ape, un cane, muoiono naturalmente dopo aver esaurito il loro ciclo vitale. Essi periscono, ma non muoiono. Periscono nel senso che obbediscono alla legge che regola il ritmo della natura. Diversamente la morte dell’uomo è sempre innaturale, capita troppo presto. Il libro biblico del Qohelet, ma anche nei bar si dice: “tutti abbiamo i giorni contati”. Li ha contati la pianta, l’ape, il cane, li ha contati la vita umana. Qual è la differenza? È che noi li contiamo: non li conta la pianta, l’ape e il cane. L’uomo comincia a morire quando inizia a nascere: Secondo Freud, padre della psicanalisi, l’uomo religioso spaventato dalla morte si rifiuta dietro lo scudo del padre, che prende il nome di Dio. Abbiamo i giorni contati e la religione sarebbe una fuga dalla realtà troppo dura. Meglio quindi rifugiarsi come un bambino sotto le coperte religiose.
Gesù non è immortale come le divinità pagane, non scappa dalla morte ma la incontra ma incontra la morte, fa l’esperienza traumatica che comporta, attraversa quel buio. La morte fa parte della vita. Noi tutti facciamo l’esperienza della morte del padre, della madre, di chi amiamo, del fratello, dell’amico… Nel Getzemani il corpo di Gesù suda sangue, trema, è angosciato e si rivolge a Dio-Padre dicendo: “Lasciami vivere ancora!”. Allontana il calice amaro della morte! È una preghiera umanissima di chi vuole vivere, perché il cuore della sua predicazione è la vita. Egli insegna che ciò che ha valore è la vita quando sa essere viva. Non fa la morale, ma chiede: la tua vita è viva? O vivi solo fisicamente come un morto che cammina? O la tua vita è un’ombra della vita? Per Gesù chi si allontana dalla Legge? Chi non rende la sua vita viva. L’albero della nostra vita si giudica dai frutti. Chi cade nel peccato è colui che si chiude, che non sa amare, che ha paura della vita. La paura della vita e quella della morte sono le stesse. Tutta la predicazione di Gesù è immersa nella vita: mangia con i peccatori, si lascia profumare da una prostituta… Gesù non è immortale: muore sulla croce. Io sono morto, ma vivo per sempre. In quanto morto, vivo per sempre.
Quando facciamo esperienza della perdita di una persona, del lutto, noi tocchiamo un vuoto, una camera vuota, un letto vuoto, un sedia a tavola vuota… Il dolore del vuoto (non posso più vederla, toccarla, sentire la sua voce…) è anche esperienza dell’amore. Il dolore è mescolato all’amore e il pianto è prova dell’amore. Gesù non è più tra i vivi, la persona cara non è più tra i vivi, non si lascia toccare e proprio in questo contatto senza contatto che si struttura la fede. È tra i morti, ma è ancora vivo dentro di me: porto con me una parola che mi fatto crescere, custodisco dentro un suo consiglio che mi ha salvato dal pericolo, conservo uno sguardo che mi ha perdonato, nessuno mi può rubare la sua presenza dentro di me che ancora oggi mi parla e mi tiene in piedi, perché chi ama non muore mai! Questa è la risurrezione.
Il giorno della morte e al morire di ogni giorno
ringraziamo il seno che ci nutrì e le braccia che ci ressero,
chi ci insegnò a camminare, a parlare, a leggere e scrivere
chi costruì il tetto che ci ripara, chi mille volte preparò la tavola
chi ci diede un esempio, chi ci mostrò il cielo
chi ci trasmise coraggio e ci tracciò sentieri
chi ci fece compagnia, chi ci donò il suo bacio e il suo abbraccio
chi ci ascoltò attento e paziente, chi ci sollevò nella caduta
e chi ci sarà vicino nel passo del morire. (Luca Sassetti)
Domenica 29 ottobre 2023 - 30 A (Mt 22,34-40)
«Qual è il più grande e primo comandamento?». È la domanda che un esperto delle Scritture chiede a Gesù. Lo sapevano tutti gli ebrei qual era: amare Dio e il prossimo. La genialità di Gesù, da buon ebreo e in sintonia con la Legge, consiste nel collegare i due comandamenti.
«Qual è il più grande e primo comandamento?». È la domanda che un esperto delle Scritture chiede a Gesù. Lo sapevano tutti gli ebrei qual era: amare Dio e il prossimo. La genialità di Gesù, da buon ebreo e in sintonia con la Legge, consiste nel collegare i due comandamenti. Il primo “amare Dio” non sta in piedi senza il secondo “amare il prossimo” e il secondo, cioè amare il prossimo come se stessi, trova la sua origine nel primo. Gesù sta dicendo: ama il tuo Signore e ama il tuo prossimo, come ami te stesso. Perché se non ami te stesso non sarai capace di amare nessuno. Se non ti vuoi bene, non puoi voler bene ad altri. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. L’odio, infatti, è spesso una variante impazzita dell’amore, mentre l’indifferenza riduce l’altro a un nulla: non si vede, non esiste. La novità del cristianesimo non è l’amore, perché tutti ne parlano, tutti lo raccomandano, a proposito e a sproposito, ma l’amore come quello di Cristo.
Gli esseri umani in generale amano, ma il cristiano ama al modo di Gesù. L’amore non è un gesto di Gesù, ma la sua persona, che ama quando lava i piedi ai discepoli, quando piange per l’amico morto, quando gode per il nardo profumato che Maria cosparge sui suoi piedi e poi li asciuga con i capelli, quando si rivolge al traditore chiamandolo amico, quando prega per chi lo uccide… Amatevi – dice Gesù – come io vi ho amati. Non quanto, ma come. Non conta la quantità, ma lo stile, il cuore. E amare, lo sappiamo è un’azione mai finita. Tutta la Legge è appesa a questi due comandamenti. Come una porta sta sospesa su due cardini, uno più alto e uno più basso, così la porta non gira su un cardine solo. Così la vita gira amando bene io e il prossimo. È davvero strano che nel vangelo una persona religiosa, un esperto della Legge, chieda a Gesù qual è il grande comandamento. Sembra un paradosso: più si è vicini alla religione e più è difficile accogliere Dio. Per esperienza non sappiamo mai se chi dice di amare Dio, lo ami davvero. Ma sappiamo che chi ama l’uomo, lo sappia o no, ama Dio.
«È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». I farisei dicono di voler chiedere un parere a Gesù, ma in realtà è un tranello. Se risponde di “sì” sarà accusato di mettersi contro Dio deludendo le attese dei poveri, se risponde di “no” si metterà contro il potere politico.
Domenica 15 ottobre 2023 - 28 A (Mt 22,1-14)
Nella parabola del vangelo tutto comincia con un invito. Non un obbligo o un dovere, ma un invito. Gesù si rivolge ai capi religiosi e li richiama perché recuperino il coraggio di guardare alle proprie stanchezze, ai propri “rifiuti”, alle proprie illusioni. Tre i colpi di scena.
Nella parabola del vangelo tutto comincia con un invito. Non un obbligo o un dovere, ma un invito. Gesù si rivolge ai capi religiosi e li richiama perché recuperino il coraggio di guardare alle proprie stanchezze, ai propri “rifiuti”, alle proprie illusioni. Tre i colpi di scena. Il primo consiste nel rifiuto degli invitati alle nozze per il figlio del re. La sala rimane vuota, perché all’invito si preferisce il campo e badare agli affari. Nel secondo colpo di scena il re, per riempire al sala, fa invitare a palazzo chi sta agli incroci delle strade: straccioni e poveracci. Terzo colpo di scena: fa buttare fuori dalla festa chi non ha l’abito nuziale. Ha invitato barboni, mendicanti e si meraviglia che uno sia messo male? Non si contesta l’abito indossato sulla pelle, ma quello che indossa il cuore. È rifiutato chi fisicamente entra nella sala, ma il suo interesse è altrove. È il dramma dell’uomo che si è sbagliato su Dio, che immagina un invito fatto di precetti domenicali, di credenze astratte, di proibizioni.
Noi pensiamo che Dio sia lontano e invece si trova dentro la sala della vita, nella sala del mondo. L’uomo, con la sua libertà, è il rischio di Dio! La parabola interroga anche noi quando ci sentiamo cristiani certificati, che rischiano di cullarsi nella falsa sicurezza di appartenere formalmente alla chiesa. Il rischio è di accontentarci degli adempimenti religiosi e del precetto festivo, come ciliegie sulla torta dei nostri comodi, dei nostri interessi. In realtà siamo chiesa in uscita a cercare agli incroci delle strade chi non sa più sperare, chi è nascosto dietro le siepi dei loro errori... Non importa chi sono: basta abbiano fame di vita. Forse oggi il re manderebbe i suoi servi nelle zone di guerra, a Lampedusa, alle stazioni ferroviarie delle grandi città. E secondo la parabola a cercare prima i cattivi e poi i buoni: uno scandalo per il fariseo che è in me! L’invito non è di passare la vita a indossare bei vestiti, ma a rivestire il cuore dei sentimenti di Cristo, a indossare la sua passione per chi ha bisogno. La sua sala non è piena di santi, ma di peccatori perdonati, di gente come noi: col fiatone, eppure mendicanti di senso.
Domenica 8 ottobre 2023 - 27 A (Mt 21,33-43)
La parabola narra l’intreccio della nostra infedeltà con la passione ostinata di Dio. La vigna è il popolo di Israele, il padrone è Dio, i contadini sono i capi del popolo, i servi, il Figlio è Gesù.
La parabola narra l’intreccio della nostra infedeltà con la passione ostinata di Dio. La vigna è il popolo di Israele, il padrone è Dio, i contadini sono i capi del popolo, i servi, il Figlio è Gesù. Il contadino Gesù vanga la vigna, la sgombra dai sassi, pianta scelte viti, costruisce una torre perché dall’alto si possa sorvegliare, scava un frantoio perché è sicuro che troverà frutto in abbondanza. Questa passione, tuttavia, contrasta con la violenza dei vignaioli che fanno piazza pulita dei servi e n nemmeno si fermano davanti al Figlio. È l’eterno intreccio tra l’amore di Dio e il nostro rifiuto. La parabola intona il canto dell’amore deluso, di una passione divina che nessun insuccesso può spegnere. Per Dio il bene possibile e sperato vale più della sconfitta patita. Egli non reagisce con vendette, ma dà la vigna a coloro che sanno produrre frutti buoni di giustizia, di onestà e di attenzione a chi ha bisogno.
Il vendemmiatore Gesù viene ogni giorno nelle persone che cercano pane, ascolto, un po’ di fiducia e di coraggio per continuare a vivere e non lasciarsi andare. Che cosa noi gli daremo? Un vino buono o uva acerba? Un ascolto del grido o l’indifferenza? Non raramente, nel benessere, ci prende l’ubriacatura dell’essere proprietari della vigna, vendemmiatori, quando in realtà siamo contadini, servi a tempo determinato. Se la vigna non è coltivata, Dio la dà quelli che conoscono la debolezza e la fragilità del vivere. La dà alle persone “non in regola”, agli “estranei nella chiesa”, a chi non si lascia ubriacare dal sentirsi padrone della vita. Sono piccole e tante le vigne ferite e segrete che in silenzio custodiscono con passione la loro famiglia e sono spesso il nucleo più sano degli operai della vigna. Sia che siamo vino buono, sia che siamo vino aspro, siamo sempre suoi: siamo sempre vigna amata da Dio.
Domenica 1 ottobre 2023 - 26 A (Mt 21,28-32)
Nel vangelo Gesù esprime una rovente accusa contro le autorità giudaiche e denuncia la loro contraddizione raccontando una storia familiare. Un uomo aveva due figli che chiede loro di andare a lavorare in quella che chiama “mia vigna”: il primo dice “non ne ho voglia”, poi ci ripensa e ci va; il secondo dice “si”, ma non ci va.
Nel vangelo Gesù esprime una rovente accusa contro le autorità giudaiche e denuncia la loro contraddizione raccontando una storia familiare. Un uomo aveva due figli che chiede loro di andare a lavorare in quella che chiama “mia vigna”: il primo dice “non ne ho voglia”, poi ci ripensa e ci va; il secondo dice “si”, ma non ci va. Quindi la domanda: Quale dei due ha fatto la volontà di Dio? Come hanno pensato i capi dei sacerdoti e degli anziani del tempio ci verrebbe da dire il primo, quello che dice “no” e poi va a lavorare. E Gesù reagisce dicendo: «i pubblici peccatori e le prostitute vi sorpassano”. Gesù voleva bene a queste due categorie di persone molto disprezzate, non perché approvasse ciò che facevano, ma perché era gente che provava a vivere magari anche sbagliando, che non si vergognava e non nascondeva le proprie ferite a differenza dei capi religiosi che si credevano giusti davanti a Dio.
Questi due figli interpretano il nostro cuore diviso. Siamo tutti contradditori e incerti, con due cuori: uno che dice “si” e uno che lo contraddice. Uno per il quale basta sembrare buoni, curare le apparenze e uno per il quale conta essere veri anche se nessuno vede e sa. Gesù non si illude: conosce bene come siamo fatti. Non esiste un terzo figlio ideale, della famiglia del mulino bianco. I due fratelli, così diversi, hanno in comune l’idea di un padre padrone. Ma il primo cambiando idea del padre va a lavorare, il secondo pensandolo come un padrone rimane un servo. Con chi ce l’ha Gesù? Con chi siede sulle poltrone della religione e giudica chi sbaglia. Egli ci ricorda: “proprio quelli che escludete sono i più vicini a me”, perché Dio è presente nella debolezza umana. Gandhi racconta che volendo farsi cristiano, dopo essere stato respinto alla porta della chiesa e invitato ad andare dove celebravano i negri commenta: «Anche se lì si parlava di Dio, lì non c’era amore e quindi non c’era neanche Dio».
Domenica 24 settembre 2023 - 25 A (Mt 20,1-16)
La parabola di Gesù non descrive un modello sociale, sindacale, ma presenta la sorpresa e la grandezza della bontà di Dio. Nella parabola il padrone dà la stessa paga agli operai della prima e dell’ultima ora, provocando un capovolgimento: «gli ultimi saranno primi e i primi ultimi».
La parabola di Gesù non descrive un modello sociale, sindacale, ma presenta la sorpresa e la grandezza della bontà di Dio. Nella parabola il padrone dà la stessa paga agli operai della prima e dell’ultima ora, provocando un capovolgimento: «gli ultimi saranno primi e i primi ultimi». Ma ciò non significa che i primi diventano ultimi, poiché restano primi. Nessuno diventa ultimo perché Dio stesso si è fatto ultimo, perché tutti diventassero primi. Dio fa questo perché è buono e anche giusto. A chi ha detto ti do uno, gli dà uno. I lavoratori della prima ora logicamente protestano, perché ciò che i lavoratori dell’ultima ora ricevono non è una paga, ma un regalo. Ma il padrone dice: chi mi impedisce di dare la stessa paga? O forse ti dà fastidio che io sia buono? Vedi di malocchio che io sia buono? Dio ragiona diversamente: non dà secondo i meriti, ma secondo il bisogno.
Il vangelo capovolge la nostra mentalità che pensa: peccatori vanno puniti, non amati! Com’è possibile? Non c’è più religione. Gli stranieri vanno respinti, non accolti. Vadano a casa loro, ci danno fastidio, non li vogliamo, non c’è posto, la barca è piena... L’amore dà fastidio ai discepoli e anche a noi. L’amore di Dio è fastidioso, perché non guarda al merito del lavoratore, ma alla sua fame, al suo bisogno. Alla domanda che il Signore rivolge anche a noi cristiani praticanti «ti dispiace che io sia buono?», potremmo rispondere:No, non mi dispiace, perché quell’operaio dell’ultima ora sono io Signore, un po’ pigro, un po’ bisognoso. Vieni a cercarmi anche se si è fatto tardi. Non mi dispiace che tu sia buono. Dopo l’utimo respiro ci presenteremo davanti a Dio con la giornata della nostra vita e se ci andrà bene saremo come il lavoratore dell’ultima ora. Avremo un’ora buona da far valere: quante ore abbiamo sciupato! Invocheremo la bontà di Dio e sarà buono anche con noi. Vivendo con Cristo, alla scuola del suo Vangelo anche noi possiamo diventare buoni come non lo siamo mai stati.
Domenica 17 settembre 2023 - 24 A (Mt 18,21-35)
Il vangelo di oggi tocca il tasto delicato del “perdono”. Pietro ha capito che occorre perdonare, ma vuole sia precisata una misura e, rispetto alla regola ebraica che chiedeva di perdonare tre volte, nell’interrogare Gesù fa il generoso: “Se il mio fratello commette colpe contro di me, basta che gli perdoni sette volte?”
Il vangelo di oggi tocca il tasto delicato del “perdono”. Pietro ha capito che occorre perdonare, ma vuole sia precisata una misura e, rispetto alla regola ebraica che chiedeva di perdonare tre volte, nell’interrogare Gesù fa il generoso: “Se il mio fratello commette colpe contro di me, basta che gli perdoni sette volte?” E Gesù lo spiazza dapprima dicendo “settanta volte sette” e poi con una parabola che capovolge i calcoli umani. Parla di un re compassionevole per il quale il dolore del servo debitore pesa più dell’oro. Scioglie il debito milionario del servo, qualcosa come il bilanzio di uno stato e “appena uscito”, dopo aver fatto l’esperienza del grande cuore del re, incontra un suo debitore che presolo per il collo, lo strangolava dicendo: Ridammi i miei centesimi. È chiaro il contrasto: lui perdonato per milioni, rivendica dal suo compagno gli spiccioli. In fondo, era suo diritto, agire in modo giusto e spietato. Eppure per Gesù l’unica unità di misura del perdono è perdonare senza misura.
Il perdono si mostra nell’esercizio dell’amore: è un’arte da imparare, un lavoro lento e faticoso. Accade che quando si crede di amare un altro in realtà si ama se stessi, la nostra immagine che vediamo riflessa nell’amato. Così amare vuol dire amarsi, accrescere il proprio “Io”. Eppure l’amore autentico si nutre della differenza e si matura spesso attraverso stagioni difficili e traumatiche. La libertà dell’altro mette in crisi il fantasma dell’appropriazione dell’amato e costringe a confrontarsi con la ferita aperta dei due cuori. Gesù chiede di “perdonare l’imperdonabile” e proprio nell’esercizio del perdono tocchiamo con mano, intatta e spigolosa, la differenza dell’altro. Gesù contesta la nostra mentalità contabile, del cristiano ragioniere. Se l’uomo pensa per equivalenza, Dio pensa per eccedenza. Perché devo perdonare? Perché così fa Dio la sera di ogni giornata con me! Prima di essere degni del perdono dell’altro occorre tuttavia perdonare se stessi. La cosa più difficicle. Ma chi non perdona se stesso, distrugge il ponte su cui egli stesso dovrà passare.
L’evangelista Matteo si rivolge alla comunità dando dei consigli per restare fedeli allo spirito di Gesù, che ha appena terminato di parlare dello scandalo che i credenti possono dare ai piccoli, agli emarginati, ai deboli. La prima fase che Gesù suggerisce è quella della correzione fraterna nei confronti di un fratello che ti offende.
Domenica 3 settembre 2023 - 22 A (Mt 16,21-27)
Gesù si è fatto parecchi nemici: è una figura incompresa, scomoda, che gli ha creato nemici. Ai suoi discepoli inizia a spiegare che doveva andare a Gerusalemme, là dove risiede il potere, il controllo religioso, nella tana del nemico.
Gesù si è fatto parecchi nemici: è una figura incompresa, scomoda, che gli ha creato nemici. Ai suoi discepoli inizia a spiegare che doveva andare a Gerusalemme, là dove risiede il potere, il controllo religioso, nella tana del nemico. E comincia a dire che «doveva molto soffrire e venire ucciso». Pietro reagisce e in disparte lo contesta, lo sgrida dicendo: «Questo non ti accadrà mai!». Pietro vive un momento di presunzione: rimprovera Dio. Vuole ricordargli come si deve comportare da Dio. E Gesù si volta e risponde a Pietro: Va dietro a me da buon discepolo, non pretendere di suggerire a Dio che cosa deve fare… A tutti i discepoli poi dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Gesù conduce i suoi al centro del cristianesimo, li invita a entrare nello scandalo della croce, rompe l’illusione di una vita cristiana “a buon prezzo”.
Con Pietro anche noi possiamo dire: Tu vuoi salvare questa storia a pezzi lasciandoti uccidere? Nel mondo i problemi non mancano, bisogna risolverli, e tu pensi di farlo finendo in croce? Ti illudi che il mondo si slavi per un crocifisso in più fra i milioni di crocifissi della storia! È una follia. Usa altri mezzi come il potere, la sacralità, il miracolo, l’autorità.Ed è proprio questo che Gesù rifiuta, scegliendo invece il servizio, l’amore, la misericordia, la giustizia, il cuore puro... Non raramente diciamo: la Chiesa canta fuori dal coro, è vecchia, interessa sempre meno. È vero che i battezzati sono ancora il 90%, ma i cristiani non sono quelli anagrafici. Continuiamo ad autocelebrarci in bagni di folla statisticamente irrilevanti, ci rifugiamo in ambienti rassicuranti quali parrocchie e associazioni, ma la gente tende alla ripetizione tradizionalista più che alla profezia. La formazione cristiana sembra essere rimasta all’asilo infantile. Forse come Chiesa ci stiamo allontanando dal Centro, dal paradosso della croce che va presa, non subita. Come tradurre le parole di Gesù? Se qualcuno vuol venire dietro a me, preda su di sé tutto l’amore di cui è capace e mi segua!
Domenica 27 agosto 2023 - 21 A (Mt 16,13-20)
Alla domanda «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo», per i discepoli risposta è facile: «Dicono che sei un profeta» come Elia, come il Battista, come Geremia… La gente ha capito la grandezza di Gesù, ma la riduce a qualcosa di già conosciuto.
Alla domanda «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo», per i discepoli risposta è facile: «Dicono che sei un profeta» come Elia, come il Battista, come Geremia… La gente ha capito la grandezza di Gesù, ma la riduce a qualcosa di già conosciuto. E Gesù incalza: «Ma voi, chi dite che io sia?». Nessuno può dare su Cristo risposte per sentito dire, accontentarsi delle parole di altri… della nonna, del prete, del papa. Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù li invita al silenzio: «Non ditelo a nessuno». È un invito a tenere il segreto, come se la risposta di Pietro, che suona come una definizione, dovesse essere protetta, difesa, da equivoci e tradimenti. Del resto ogni definizione si presta a equivoci, perché de-finire contiene la pretesa della fine, della parola ultima. Non basta dire Dio con le parole: Cristo non è ciò che dico di lui, ma ciò che vivo del suo stile, allo stesso modo della vita che non sta nelle mie parole sulla vita, ma nel mio viverla e patirla.
La domanda rivolta ai discepoli oggi è rivolta a me. Chi sono io per te? Cosa centro io con la tua vita?Quanto conto per te? La risposta può essere di tipo religioso o di fede. Quella religiosa si ferma al contenuto, magari imparato a catechismo, pensando di conoscere Dio in proporzione a ciò che sappiamo di Lui, alle informazioni in mio possesso. In questo senso è come presumere di dissetarsi conoscendo la formula dell’acqua… Oppure, in termini di fede, posso rispondere riferendomi alla vita concreta, perché la relazione con Cristo tocca le scelte che faccio, il mio modo di pensare, di vedere le cose, di incontrare le persone che amo, gli amici che frequento, le persone bisognose che non vedo, il lavoro che svolgo, il denaro che gestisco, il vestito che indosso, il cibo che mangio… Chi sono io per te? Tutti abbiamo bisogno che il vangelo ci metta in questione, per svegliarci dal sonno del sentirci a posto, perché le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, mentre le domande ci obbligano a guardare avanti e ci fanno camminare.