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Domenica 1 maggio 2022 - 2 di Pasqua (Gv 21,1-19)

Dopo la morte in croce del Maestro, i giorni dei discepoli sono colmi di pensieri, pieni di ricordi e di amarezza. Sembra che la parentesi dei tre anni trascorsi con il Maestro sia finita nel modo più drammatico. Per i sette discepoli sono giorni a testa bassa, soprattutto per Pietro. Finiti i loro sogni tornano alla dura realtà di pescatori che conoscono anche il fallimento. Dice infatti il testo: «Ma in quella notte non presero nulla».

Dopo la morte in croce del Maestro, i giorni dei discepoli sono colmi di pensieri, pieni di ricordi e di amarezza. Sembra che la parentesi dei tre anni trascorsi con il Maestro sia finita nel modo più drammatico. Per i sette discepoli sono giorni a testa bassa, soprattutto per Pietro. Finiti i loro sogni tornano alla dura realtà di pescatori che conoscono anche il fallimento. Dice infatti il testo: «Ma in quella notte non presero nulla». È come dire: è stato bello, ma ora bisogna voltare pagina. Eppure quando le reti sono vuote Gesù invita loro a riprendere il largo e gettare le reti. Quella Parola familiare permette loro di riconoscere che «È il Signore». Al ritorno con le reti piene di pesci, i discepoli stanchi trovano un fuoco acceso e una grigliata di pesce con del pane. Poi Egli pone tre brevi e imbarazzanti domande a Pietro: Alle prime due domande «Mi ami?», risponde: «Certo tu lo sai che ti voglio bene»; alla terza domanda Gesù abbassa la richiesta: «Mi vuoi bene?» e Pietro, rattristato per l’insistenza, risponde «Signore tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene». Pietro sembra dire: se non cerchi discepoli perfetti puoi chiamarmi e io ti seguo.

Come i discepoli del vangelo vedremo cambiare la nostra vita quando riusciremo a percepire Questo Signore nelle piccole storie feriali che fanno la nostra storia. Il Risorto lo si incontra nella vita, nelle persone e non nei recinti sacri. Non raramente si cerca Dio in fatti straordinari, nelle apparizioni, perché non lo “vediamo” nostra vita. Lo si cerca fuori, quando in realtà egli appare dentro la grotta del nostro cuore. Sono in molti i reduci da raduni oceanici, da pellegrinaggi straordinari, da esperienze cosiddette forti, che constatano amaramente la propria fragilità nel tirare a riva le quotidiane reti vuote. Gesù non rimprovera chi torna a reti vuote, non accusa, non chiede spiegazioni, perché per lui nessuna persona è il suo peccato. A Gesù non importa del tradimento di Pietro e delle nostre infedeltà, ma chiede di amarlo come siamo capaci. Interrogando Pietro Gesù interroga anche ciascuno di noi: «Mi ami? Mi vuoi bene?». Se l’amore che impegna tutta la vita ci fa paura, se è troppo, ci chiede almeno di volergli bene. Pietro ha compreso che seguire questo Maestro non significa fare carriera, comandare, ma passare per la croce. L’esperienza dei discepoli del vangelo ci sta dicendo che è meglio una fede imperfetta e umile che con le reti vuote torna sempre da Gesù, piuttosto di una fede forte e presuntuosa che rende orgogliosi e arroganti.

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Domenica 24 aprile 2022 - 2a di Pasqua - C (Gv 20,19-31)

Dopo il mattino di Pasqua i vangeli ci pongono una domanda: come incontrare il Risorto? Del gruppo dei discepoli il racconto ci dice due cose: la paura che fa chiudere le porte e la voglia di stare insieme. Di fronte alla paura di essere riconosciuti e di fare la stessa fine del maestro, i discepoli non si separano, ma fanno gruppo, perché nello stare insieme la paura crea meno ansia.

Dopo il mattino di Pasqua i vangeli ci pongono una domanda: come incontrare il Risorto? Del gruppo dei discepoli il racconto ci dice due cose: la paura che fa chiudere le porte e la voglia di stare insieme. Di fronte alla paura di essere riconosciuti e di fare la stessa fine del maestro, i discepoli non si separano, ma fanno gruppo, perché nello stare insieme la paura crea meno ansia. Tommaso non crede ai suoi amici che sotto la croce sono scappati, non crede a Pietro che per tre volte l’aveva rinnegato. E a chi diceva di aver visto il Risorto risponde: «Se non vedo, se non metto il mio dito… io non credo». Le porte chiuse non fermano il Risorto che entra e si pone in mezzo alla loro paura, là dove l’aria sembrava mancare. Il risorto non rimprovera Tommaso, ma mostra le mani dicendo: metti, guarda, tendi la mano, tocca. La risurrezione non ha rimarginato le ferite dei chiodi, perché rimangono aperte per testimoniare il vertice dell’amore. In realtà Tommaso non tocca i fori dei chiodi, ma crede alla sua parola che spezza, disturba, frantuma e porta pace. La sua è una “pace crocifissa”. Chi cerca la pace e non è disposto a pagare un prezzo, porterà la guerra.

Il discepolo Tommaso ci assomiglia, noi che per credere, come lui, non ci accontentiamo di ascoltare, ma vogliamo toccare. Ci sentiamo vicini alla sua fede dubbiosa, dimenticando che il dubbio è il lubrificante della fede, come è accaduto a Maria dopo l’annuncio dell’angelo. Il vangelo spesso ci fa saltare i passaggi che portano alla meta della fede dicendo: “vide e credette. Tommaso ci fa sperimentare la fatica di credere e offrendosi così come l’autentico umano credente. È forte la tentazione di credere solo a ciò che si vede e si tocca: è il credere al denaro, al mercato, alle multinazionali... Ciò che si vede è il trionfo della potenza militare, eppure siamo chiamati a credere che i beati sono i non violenti. Ciò che trionfa è la falsità spesso tele-diffusa, invasiva, suadente, eppure siamo chiamati a credere nella forza disarmata del Vangelo. Qual è allora la prova della risurrezione? È la sofferenza di chi paga il prezzo per amore degli altri. Questa è l’onnipotenza del Signore risorto, perché le sue ferite diventano feritoie d’amore. Aver letto molto sull’amore è conoscenza, ma essere amati è un’altra cosa. È l’esperienza che produce la vera conoscenza. Le nostre liturgie non ci devono soltanto parlare di Dio, ma farcelo sentire, toccare, sperimentare.

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Domenica di Risurrezione 17-04-2022 (Gv 20,1-9)

L’annuncio di Pasqua comincia con una corsa: quella di Maria che corse dal discepolo Simone e insieme corrono al sepolcro. Perché tutti corrono? Perché chi ci vuole bene, merita la fretta di incontrarlo. La risurrezione riguarda i vivi: è un “modo di vivere” già nel presente. Il racconto del vangelo ci descrive la Chiesa, come il gruppo di quelli che sanno aspettarsi, perché tutti hanno un passo diverso e la fede si vive insieme, mai da soli.

L’annuncio di Pasqua comincia con una corsa: quella di Maria che corse dal discepolo Simone e insieme corrono al sepolcro. Perché tutti corrono? Perché chi ci vuole bene, merita la fretta di incontrarlo. La risurrezione riguarda i vivi: è un “modo di vivere” già nel presente. Il racconto del vangelo ci descrive la Chiesa, come il gruppo di quelli che sanno aspettarsi, perché tutti hanno un passo diverso e la fede si vive insieme, mai da soli. È una corsa dove qualcuno arriva prima, ma ha la pazienza di aspettare l’altro. Giovanni arriva prima e crede perché i segni di un sepolcro vuoto parlano solo a un cuore che sa leggerli. La fede non è evidente, mentre la croce, il dolore lo è. Credere non significa comprendere tutto, ma fidarsi che in tutto, anche in ciò che non si capisce, si nasconde un senso. E sono tante le domande senza risposta. Perché una persona a cui abbiamo voluto bene arriva a tradirci? Perché una persona cara ci viene rubata con un incidente o con una malattia? Perché il mondo si trova ad affrontare una tempesta di odio e di rancore che sembra non finire mai? E quando il cuore è appesantito, si blocca e non riesce più a sperare. La fede è un percorso faticoso, tipico di chi si lascia guarire dalle ferite della sfiducia, del tradimento, della delusione. 

Gesù non ha spiegato il dolore, non ha spiegato la croce: è risorto! Nella storia dell’umanità manca un corpo alla contabilità degli uccisi. Gesù risorto ci sta difendo oggi che l’amore è più forte della morte: il vero nemico della morte è l’amore. Siamo discepoli di un Dio vivo. È Risorto per chi si sente abbandonato da tutti, per chi non riesce a riprendere tra le mani la sua vita, per chi da anni si prende cura giorno e notte di un figlio malato. È Risorto per chi dopo mesi di incertezza ha preso una decisione importante che lo rimette in piedi, per chi fa Pasqua lontano dalla famiglia e per chi una famiglia non ce l’ha più. È Risorto per chi non si lascia cercare da Dio e Lui ostinato continua a volergli bene. È Risorto per dire a chi decide di “amare” che non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno che non rotoli via.Pasqua non è il ricordo di un evento passato, ma significa essere testimoni oggi che Gesù è vivo. È rispondere quando sentiamo grida di morte, è aprire gli occhi quando vediamo le ferite, è continuare a sperare quando la vita ci troviamo incatenati dalla vita, dalla speculazione del mercato, dalle guerre, dalla devastazione ambientale, dal traffico di persone, dalle armi, dalle droghe, dalla violenza di milizie fasciste, dall´odio e dalle divisioni. Fare Pasqua è essere testimoni che Gesù vive, con la stessa fedeltà delle donne sempre pronte a star vicino a chi è crocifisso o sepolto nelle carceri, negli ospedali, nelle case di riposo, nonostante l’incredulità degli apostoli che, anche se consacrati, si chiudono nei loro templi, nei loro moralismi, nella loro arroganza. Gesù è vivo, cammina con noi, tra noi. Pasqua ci dice che chi ama non muore mai!

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Domenica 10 aprile 2022 - C (Lc 22,14-23,56)

Il racconto della passione, nella domenica delle Palme, pone al centro Gesù in croce. Ma a differenza degli evangelisti Marco e Matteo, il Cristo di Luca non appare come un condannato sofferente e insanguinato, perché elimina ogni asprezza e violenza accentuando la docilità, la mitezza del Crocifisso.

Il racconto della passione, nella domenica delle Palme, pone al centro Gesù in croce. Ma a differenza degli evangelisti Marco e Matteo, il Cristo di Luca non appare come un condannato sofferente e insanguinato, perché elimina ogni asprezza e violenza accentuando la docilità, la mitezza del Crocifisso. Luca ha un certo pudore nel presentare la crocifissione, quasi voglia smorzare la responsabilità dei presenti. Egli descrive la crocifissione come uno «spettacolo» da contemplare, da partecipare, perché riguarda tutti: i presenti sotto la croce e noi oggi. Al centro c’è Gesù in croce provocato per tre volte dai capi, dai soldati, dal malfattore:fai un miracolo, scendi dalla croce e ti crederemo!Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Lui no. Il nostro è il Dio differente, che non ci salva dalla sofferenza, ma nella sofferenza: non la toglie, ma la porta con noi. Non gli è bastato lavare i piedi, non è stato sufficiente lasciarsi tradire, offendere e ferire, ora si lascia vedere a braccia spalancate sulla croce, pronto ad abbracciare ciascuno di noi e dirci: ti voglio bene, così come sei.

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Domenica 3 aprile 2022 - 5 C - quaresima (Gv 8,1-11)

Ci sono voluti circa tre secoli perché questo racconto trovasse ospitalità nel Vangelo. Il fatto che Gesù salvasse un’adultera, era considerato uno scandalo enorme! Gesù è nel tempio e gli esperti di Dio gli portano una donna sorpresa in adulterio, per essere giudicata e condannata secondo la legge con lapidazione. Per questi esperti è una figura senza nome, non è una persona: è una cosa.

Ci sono voluti circa tre secoli perché questo racconto trovasse ospitalità nel Vangelo. Il fatto che Gesù salvasse un’adultera, era considerato uno scandalo enorme! Gesù è nel tempio e gli esperti di Dio gli portano una donna sorpresa in adulterio, per essere giudicata e condannata secondo la legge con lapidazione. Per questi esperti è una figura senza nome, non è una persona: è una cosa. In realtà l’obiettivo di scribi e farisei non è la donna, ma Gesù al quale gli tendono una trappola. Se infatti il maestro si schiera a favore della donna si mette contro la legge, se si mette contro l’adultera si contraddice condannandola a morte. In realtà Gesù si rifà alla legge inscritta nel cuore di ogni uomo. Invita tutti ad abbassare lo sguardo giudicante, a tacere, a mettersi non ai piedi di un codice penale, ma del mistero di una persona. E dice poche parole lapidarie: «Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei». Non le domanda di confessare la colpa, non le chiede se si è pentita, ma la apre al futuro: «Va e d’ora in poi non peccare più». Non le domanda che cosa ha fatto, ma le indica che cosa potrà fare: in libertà potrà tornare ad amare in modo nuovo. 

Gesù non è un moralista, ma mette al centro la persona con tutte le sue lacrime e i suoi sorrisi, la sua carne sofferente e la sua voglia di riscatto. Dice a quella donna: tu non sei l’adultera di questa notte, ma la donna capace di tornare ad amare nel modo migliore. E a noi ripete: tu non sei il tuo sbaglio, ma vali molto di più, tu non sei la tua ombra, ma dentro di te si nasconde una luce che non vedi. Tante persone vivono in una sorta di ergastolo interiore, schiacciate da sensi di colpa per errori passati. Gesù apre le porte delle nostre prigioni, smonta i tribunali su cui spesso trasciniamo noi stessi e gli altri. E domanda: dove sono gli esperti nel vedere solo i peccati negli altri e non dentro di sé? Quelli che sanno solo lapidare e seppellire di pietre, dove sono? Gesù non condanna, non giustifica l’adulterio, non banalizza la colpa, ma fa ripartire la vita, riapre il futuro. Egli descrive il volto di un Dio più grande del nostro cuore. Il giorno del venerdì santo metterà se stesso al posto di quella donna, al posto di tutti i colpevoli e condannati e si lascerà uccidere da quel potere considerato di origine divina, spezzando così la catena malefica di una terribile e sbagliata idea di Dio. 

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Domenica 27 marzo 2022 - 4 C - (Lc 15,1-3.11-32)

L’obiettivo del vangelo di oggi è far cambiare l’idea su Dio. Gesù sarà crocifisso proprio perché ha descritto un volto di Dio diverso da quello sempre creduto. Non è un Dio che punisce i peccatori, ma li accoglie, li abbraccia. Nella parabola Gesù racconta di un padre che aveva due figli.

L’obiettivo del vangelo di oggi è far cambiare l’idea su Dio. Gesù sarà crocifisso proprio perché ha descritto un volto di Dio diverso da quello sempre creduto. Non è un Dio che punisce i peccatori, ma li accoglie, li abbraccia. Nella parabola Gesù racconta di un padre che aveva due figli. Un giorno, il più giovane se ne va, ma pretende l’eredità, come se il padre fosse per lui già morto. Il padre lo lascia andare, anche se sa che si farà del male, mentre il fratello maggiore continua la sua vita tutta casa e lavoro. I due fratelli non si incontreranno mai. Il maggiore non lo chiamerà mai “fratello” e dirà al padre: «Questo tu figlio…». Chi se n’è andato pensa la vita come un divertimento e capisce a sue spese che non è così: tocca il fondo e dopo essere stato “fuori di sé”, “ritorna in sé”. Torna perché gli conviene. Ma il figlio maggiore si offende per la festa in onore del fratello che giudica sbagliato. In realtà nessuno dei due figli ha capito bene il padre che va incontro a tutti e due che erano fuori casa. Anche il maggiore rimane fuori pur essendo in casa. Al termine della parabola non sappiamo se i due figli abbiano cambiato idea sul padre. 

Quale volto di Dio emerge? È un padre pazzo d’amore. Non vede altro che questo figlio sfaticato, vizioso, sporco e abbattuto. L’amore eclissa tutto. Non è un Dio attento a quelli “di casa”, ai presunti buoni, religiosi, perbene, ma un Dio partigiano, assolutamente schierato dalla parte delle creature ferite, peccatrici, fragili, perdute, disperate, ammalate, affamate. Come discepoli e come chiesa di questo Signore, siamo chiamati a fare “corpo” con chi nella vita fa più fatica, con chi è etichettato dal pregiudizio dell’esclusione, con chi si è perso per strada, con chi ha visto fallire i suoi progetti, con chi ha perso fiducia in sé e negli altri, con chi è affondato nei sentieri del nulla, con chi è rotolato nell’ansia e nel panico… Quale conversione ci è chiesta! Le nostre chiese rischiano spesso di essere gruppi in cui si entra con la tessera del moralismo, con i banchi e i posti tutti igienizzati, con tutti i dogmi ben precisi. Salvo poi nascondere sotto il tappeto le più terribili violenze, i comportamenti più infettati, le scelte più contaminate. La chiesa dei buoni, dei presunti buoni, delle amicizie altolocate ha fatto un disastro, rischia di diventare una palazzina per una setta triste e isolata. Dio non abbraccia per primo il figlio maggiore che è in casa, il presunto buono che ha tutte le idee chiare e tutte le carte in regola, ma quel figlio che torna senza il certificato di buona condotta o di sana e robusta costituzione, perché il suo amore è senza barriere.

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Domenica 20 marzo 2022 - 3 Quaresima (Lc 13,1-9)

Mentre Gesù sta andando a Gerusalemme alcuni riferiscono dell’uccisione di alcuni Galilei da parte di Pilato mentre andavano a offrire i loro sacrifici per la Pasqua. E Gesù interviene dicendo: credete fossero più peccatori di altri? e aggiunge: o quelle diciotto persone uccise dal crollo della torre di Siloe pensate fossero più colpevoli di tutti? Le disgrazie – dice Gesù – non sono il castigo di Dio per punire chi sbaglia. Non è Dio che arma la mano di Pilato o che fa cadere la torre. Dio non produce morte.

Mentre Gesù sta andando a Gerusalemme alcuni riferiscono dell’uccisione di alcuni Galilei da parte di Pilato mentre andavano a offrire i loro sacrifici per la Pasqua. E Gesù interviene dicendo: credete fossero più peccatori di altri? e aggiunge: o quelle diciotto persone uccise dal crollo della torre di Siloe pensate fossero più colpevoli di tutti? Le disgrazie – dice Gesù – non sono il castigo di Dio per punire chi sbaglia. Non è Dio che arma la mano di Pilato o che fa cadere la torre. Dio non produce morte. La vita non si svolge nell’aula di un tribunale. Eppure nasce la domanda: che cosa ho fatto di male per meritarmi questo? Il problema è coltivare l’idea sbagliata di Dio. Si tratta allora di cambiare il nostro modo di pensare Dio, di convertirci. Gesù completa ciò che sta dicendo con la parabola del fico che non produce frutto e il vignaiolo che chiede al padrone ancora pazienza, impegnandosi a zapparlo e concimarlo. È Dio che nella sua misericordia rimane in attesa. Davanti agli abusi militari, a tanto dolore, ci chiediamo per quanto tempo dobbiamo concimare il fico perché dia frutto? Non è forse meglio credere a un padrone che premia e  soprattutto castiga? Quanti Pilati continueranno a reprimere la libertà? Quante torri dovranno cadere sotterrando degli innocenti?

Nasce per noi la domanda: Dio è il padrone o il vignaiolo paziente? Sbagliarsi su Dio è un dramma pericoloso, è la cosa peggiore che ci può capitare, perché di conseguenza ci sbagliamo sul mondo sull’uomo su noi stessi. Il rischio è di usare il nome di Dio per i propri interessi. La storia è attraversata dal grido accecato di potenti, dittatori ma non solo, che invocano Dio per legittimare la violenza. La religione usata dalla politica è un fatto di drammatica attualità e una costante della storia.Gli esempi non mancano. “Gott mit uns”, era scritto in tedescosullafibbiadella cintura dei soldatitedeschi, che significa: «Dio è con noi». Lo stesso Mussolini era considerato l’uomo mandato dalla Provvidenza! George W. Bush dichiarando guerra all’Irak disse:«Dio è con noi!» e il dittatoreirachenoSaddam Hussein, replicò con le stesseparole «Dio è con noi».Il terrorista di matrice islamica prima di uccidere grida: «Dio è grande». Nei giorni scorsi Putin ha citato il vangelo di Giovanni: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».Parole che in bocca a chi ha dato il via all’operazione militare russa in Ucraina provocano sconcerto e irritazione. Usare Dio per giustificare il male è una bestemmia! Papa Francesco non usa il vangelo, ma lo serve, dicendo: «In nome di Dio fermate la guerra!». L’appello di Gesù è un lamento, una supplica: convertiteti, altrimenti perirete tutti! Cambiate la politica immorale, l’economia che uccide i poveri, la finanza padrona, la fede nelle armi. È Dio che prega l’uomo, che ci implora: tornare a essere umani!

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Domenica 13 marzo 2022 - 2 Quaresima - C (Lc 9,28b-36)

Il racconto della trasfigurazione ci vuole trasmettere un messaggio prezioso. Mentre Gesù si sta avviando verso Gerusalemme, verso la croce, chiede ai discepoli di rinnegare se stessi e di seguirlo sulla stessa strada. Egli sembra dire: chi mi vuole seguire si prepari al peggio. Gesù avverte che l’opposizione cresce attorno a lui, si sente come accerchiato: si rende conto dello sconforto, della delusione e del dolore dei discepoli.

Il racconto della trasfigurazione ci vuole trasmettere un messaggio prezioso. Mentre Gesù si sta avviando verso Gerusalemme, verso la croce, chiede ai discepoli di rinnegare se stessi e di seguirlo sulla stessa strada. Egli sembra dire: chi mi vuole seguire si prepari al peggio. Gesù avverte che l’opposizione cresce attorno a lui, si sente come accerchiato: si rende conto dello sconforto, della delusione e del dolore dei discepoli. Essi pensano: seguire questo maestro è stato solo un bel sogno? Si domandano: dove stiamo andando? Per questo Gesù prende con sé tre discepoli, i più ribelli, e sale sul monte a pregare. Lontano dalla folla, in una scena di intimità, possono così scambiare i loro dubbi e la loro incertezza con il maestro. Mentre prega Gesù cambia figura, si illumina. Appaiono Mosè, che rappresenta la legge ed Elia che rappresenta i profeti. È a questo punto che Pietro recita ancora una volta il ruolo del diavolo: Maestro è bello stare qui, piantiamo le tende! Vuole che Gesù si manifesti come il Messia atteso. Per il lui il Messia è chi fa osservare la Legge. Ma, da una nube, una voce dal cielo rivela la verità di Gesù: «Questo è mio figlio, il preferito; ascoltatelo!».

Seguire Gesù è mettersi sui suoi passi anche quando sono in salita e se ascoltiamo la sua voce cambiamo il nostro modo di guardare la realtà spesso contradditoria. Non possiamo pretendere di essere sani in un mondo malato! Spesso è il trionfo dei ladri, degli sfruttatori, di ricchi sempre più ricchi, di persone vergognose che fanno la morale agli altri, la stagione dei prepotenti… Gesù si trasfigura mentre prega. La preghiera è la diplomazia parallela affidata alla comunità cristiana:quando i potenti della terra si incontrano la Chiesa prega. Spesso confondiamo la preghiera con il recitare preghiere. Mentre scoppiano le bombe che sfigurano le persone e i popoli, non manca chi considera la preghiera un modo per non impegnarsi, un’inutile perdita di tempo: si vogliono vederesubito i risultati. Il rischio opposto è di pensare la preghiera come una magia, che diventa efficace solo quando realizza ciò che si desidera. In realtà a volte si possono vedere i frutti, ma in altri momenti si cammina solo con lo sguardo verso la meta, sorretti dalla fede che fa vedere la fedeltà di Dio che non abbandona mai nessuno. Pietro, e noi insieme, non abbiamo ancora capito che Cristo ci domanda di obbedire a una sola legge: quella dell’amore. In questi giorni pensavo che anche i soldati ucraini e russi pregano il cielo: tutti sperano di resistere, di vincere, di mettere l’altro sotto i propri piedi. Ma questa non è preghiera cristiana, questo è un modo per mettere Cristo sotto i propri piedi. Chi prega Cristo ascolta l’altro, gli apre la porta, lo abbraccia e se lo guarda dall’alto in basso è solo per tendergli la mano.

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Domenica 6 marzo 2022 - 1- quaresima - C (Lc 4,1-13)

Con la quaresima ci inoltriamo nel deserto quaranta giorni per verificare la direzione dei nostri passi e riprogrammare il cammino dietro al Maestro. Nel deserto si è soli, non c’è nessun altro: soli con se stessi per far emergere quello che si ha dentro. E proprio nel deserto Gesù è tentato dal diavolo. Con che cosa si può tentare un uomo come Gesù ? Non con i soldi, con il potere, le donne… ma con il bene. È lo scontro tra due maestri sulla parola di Dio.

Con la quaresima ci inoltriamo nel deserto quaranta giorni per verificare la direzione dei nostri passi e riprogrammare il cammino dietro al Maestro. Nel deserto si è soli, non c’è nessun altro: soli con se stessi per far emergere quello che si ha dentro. E proprio nel deserto Gesù è tentato dal diavolo. Con che cosa si può tentare un uomo come Gesù ? Non con i soldi, con il potere, le donne… ma con il bene. È lo scontro tra due maestri sulla parola di Dio. Il diavolo inizia dicendo: “dì alla pietra che diventi pane”. È la tentazione di mettere al centro della vita i beni, il denaro, le sicurezze economiche. Inoltre, lo tenta di scendere a compromessi accettando di vendere la sua dignità: «Ti darò tutto questo potere… se ti prostrerai”. Infine, lo tenta perché sfidi Dio chiedendo un miracolo: “Se tu sei Figlio di Dio gettati giù, i tuoi angeli ti salveranno”. Ma Gesù risponde: no, io so che Dio è presente, ma a modo suo, non a modo mio. Forse non risponde a tutto ciò che gli chiedo, ma so che non mi fa mancare ciò di cui ho bisogno. È così che il diavolo esce sconfitto.

Le tentazioni di Gesù dicono la sua e la nostra lotta quotidiana tra amore ed egoismo, tra paura e fiducia, tra pensare a se stessi ofidarsi di Dio. Sono le prove della vita. Il termine “diavolo” è un linguaggio che “personalizza” il male. A seconda delle stagioni egli veste pantaloni, gonna, cappello, tuta mimetica militare, cappotto elegante, divisa, stracci, occhiali… Diavolo è l’egoismo, la guerra, l’industria delle armi, lo stupro, lo sfruttamento, l’ingiustizia, la schiavitù, l’inquinamento… Questi sono i diavoli del mondo creati dall’uomo! Se ci pensiamo bene il male si presenta come il bene. Alla base dei totalitarismi c’è sempre il voler creare il paradiso. Pensiamo a Polpot, Stalin, Hitler, Tito… sembra non riusciamo a imparare nulla dalla storia! A noi il male piace tantissimo, siamo attratti, ci interessa.Celine diceva: «Se gli uomini odiassero la guerra, semplicemente non la farebbero: agli uomini la guerra piace». Anche in questi giorni l’uomo dimostra di non saper resistere alla seduzione di voler essere dio degli altri: il Davide di Golia. Per favore non semplifichiamo la complessità, perché le responsabilità non sono di uno, ma di molti. La cosa più triste di questi giorni sono le vittime. Un vescovo ortodosso dell’Ucraina ha chiesto alle autorità russe di recuperare le salme per dar loro sepoltura, ma il governo federale ha risposto di non riconoscere nessuna vittima! Ignazio Silone scrisse: «La tentazione del potere è la più diabolica che possa essere tesa all’uomo, se Satana osò proporla perfino a Cristo. Con Lui non ci riuscì, ma riesce con i suoi vicari». Gesù tentato ci insegna che per attraversare le tentazioni occorre imparare a dialogare anche con il diavolo.

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Domenica 27 febbraio 2022 - 7 - C (Lc 6,39-45)

Con alcuni paragoni Gesù presenta e precisa il tema della nuova legge e del vero discepolo. Il primo paragone che dice «se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadono in un fosso», non è riferito soltanto ai farisei e agli scribi, ma applicato direttamente ai discepoli che si stanno formando per essere i maestri di domani.

Con alcuni paragoni Gesù presenta e precisa il tema della nuova legge e del vero discepolo. Il primo paragone che dice «se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadono in un fosso», non è riferito soltanto ai farisei e agli scribi, ma applicato direttamente ai discepoli che si stanno formando per essere i maestri di domani. Oggi sono cieche le guide dei nostri popoli quando ci precipitano nella voragine di avidità, di guerre, speculazioni, distruzioni, violenze e tante morti. Ciechi sono anche quei discepoli che si credono superiori al Maestro, forti della loro abilità. Il secondo paragone si riferisce alla pagliuzza e la trave. Gesù invita a trovare il coraggio della correzione fraterna, per evitare la falsità di usare due pesi e due misure: una per gli altri e una per se stessi. Il terzo paragone, dell’albero buono e dell’albero cattivo, pare far riferimento alle opere. Sembra dire: giudicate l’uomo da quello che fa! Perciò se volete essere credibili siate coerenti nelle azioni. Non solo, ma vigilare sul cuore perché è dall’interno che provengono le azioni buone e cattive.

Nella nostra vita tutti seguiamo delle guide, delle persone che ci influenzano, siano essi educatori, politici, cantanti, preti…, ma occorre vigilare quando qualcuno è abitato dalla pretesa di diventare maestro degli altri, giudicandoli. Chi ha ruoli di responsabilità è più a rischio di altri quando, sostituendosi al Maestro, mette in bocca a Lui convinzioni proprie. Il discepolo è anche attraversato dal rischio dell’ipocrisia, tipico di chi recita sul palcoscenico come un attore di teatro. L’espressione “Senti chi parla. Da che pulpito viene la predica!”, allude spesso agli ambienti clericali, ma non solo, dove c’è il rischio di predicare bene e di razzolare male. Il difetto dell’altro lo vediamo come trave e il nostro come pagliuzza. Siamo benevoli con noi stessi e spietati con gli altri. Facilmente ci sentiamo a posto: non uccido, non rubo, tutte le domeniche vado a messa, sono prete… sono certamente migliore degli altri. Nella religiosità la falsità può essere peggio del Covid-19! Se è vero che dai frutti si riconoscono gli alberi, rimane altrettanto vero che Dio non cerca alberi senza difetto, senza un ramo spezzato, senza una ferita sulla corteccia, senza una cicatrice sul tronco, ma alberi carichi di frutto, rami piegati dal peso del raccolto, tralci pieni di grappoli, tronchi intagliati che versano lacrime…, senza mai dimenticare che il frutto “ammaccato” ha più sapore, come le persone.

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Domenica 20 febbraio 2022 - 7 - C (Lc 6,27-38)

In questa domenica il vangelo di Luca parla non della legge dell’amore, che possiamo chiamare della «nuova giustizia», della differenza fra il discepolo e il mondo. Non più della vecchia giustizia che ama chi ci ama, che dà a chi poi restituisce, ma della giustizia dell’amare e del dare gratis. Amare chi ci ama e prestare a chi ci restituisce è l’onestà dei peccatori, non del discepolo.

In questa domenica il vangelo di Luca parla della legge dell’amore, che possiamo chiamare della «nuova giustizia», della differenza fra il discepolo e il mondo. Non più della vecchia giustizia che ama chi ci ama, che dà a chi poi restituisce, ma della giustizia dell’amare e del dare gratis. Amare chi ci ama e prestare a chi ci restituisce è l’onestà dei peccatori, non del discepolo. Criterio della giustizia di Gesù è il comportamento del Padre, che è benevolo anche verso l’in-grato, verso chi non esprimere gratitudine, verso chi non ricambia. Gesù sintetizza l’atteggiamento del discepolo richiamando quello del Padre: «Diventate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro». Noi siamo ancora legati alla logica: peccato, castigo, pentimento, perdono. In realtà per Gesù il perdono precede sempre la conversione. La misericordia consiste nell’amore ostinato, che rimane saldo anche se non corrisposto, addirittura anche se tradito. Di conseguenza la parentela con Dio, che non si vede, è resa concreta e visibile dalla qualità dei nostri comportamenti verso gli altri. La nuova giustizia di Gesù che rompe lo schema della reciprocità è produttiva e possibile.

Gesù sembra dire: Chi vi vede capisce che siete miei discepoli? Se amate chi vi ama non fate nulla di strano, perché lo fanno tutti, anche chi dice di non credere. Il rischio è di aver ridotto il cristianesimo a una serie di principi morali, quasi l’elogio del buon senso. Caro Gesù possiamo accettare di comportarci bene con chi si comporta bene con noi, ma “amare i nemici” è davvero troppo! In realtà egli ci chiede questo perché Dio fa così con noi. Gesù passa dalla regola d’oro negativa “non fate agli altri ciò che non volete sia fatto a voi” (che già l’Antico testamento e Confucio insegnavano) a quella positiva: “ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. Che cosa desideriamo per noi? Vogliamo essere amati, abbracciati, benedetti, perdonati e proprio questo il discepolo darà agli altri. In altre parole: ciò che desideri per te, donalo all’altro, altrimenti saprai solo prendere, possedere, violentare, distruggere. Talvolta abbiamo detto “ti perdono“ e poi l’abbiamo fatta pagare con i graffi e con i silenzi. Ci siamo sentiti “rimborsati” solo per aver umiliato gli altri. ci siamo imprigionati nel nostro ancora: un veleno che si annida dentro di noi. Lo stesso Martin Luther King diceva ai sui nemici: «Fateci quello che volete e noi vi ameremo ancora, metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora, lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri bambini e noi vi ameremo ancora». Questo è vangelo autentico!

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Sergio Gaburro Sergio Gaburro

Domenica 13 febbraio 2022 - 6 C - (Lc 6,17.20-26)

Gesù scendendo dalla montagna su una pianura rivolge il suo discorso a tutti. Sullo sfondo c’è una grande folla di ebrei e di pagani, ma la sua parola sembra particolarmente rivolta ai discepoli. In questo quadro le beatitudini assumono un senso preciso per dire che il Regno di Dio è arrivato. A differenza dell’evangelista Matteo che pone l’accento su atteggiamenti etici, Luca sembra aver di mira dei contesti di fatto, situazioni scandalose accanto a un mondo ricco e festaiolo. Gesù parla del segreto della felicità di cui tutti siamo mendicanti.

Gesù scendendo dalla montagna su una pianura rivolge il suo discorso a tutti. Sullo sfondo c’è una grande folla di ebrei e di pagani, ma la sua parola sembra particolarmente rivolta ai discepoli. In questo quadro le beatitudini assumono un senso preciso per dire che il Regno di Dio è arrivato. A differenza dell’evangelista Matteo che pone l’accento su atteggiamenti etici, Luca sembra aver di mira dei contesti di fatto, situazioni scandalose accanto a un mondo ricco e festaiolo. Gesù parla del segreto della felicità di cui tutti siamo mendicanti. Incontrando persone rese povere dai potenti, Gesù dice loro: Beati voi, che non possedete nulla, perché Dio è il vostro re! Non è forse una presa in giro? Lo sarebbe se Gesù stesse parlando da una villa di Gerusalemme, ma egli non porta denaro, cammina scalzo, non ha due tuniche. Prima di proclamare le beatitudini Gesù le ha vissute: ha cercato i poveri, li ha amati e questi lo capiscono. Il motivo della loro felicità non è la povertà, ma il fatto che Dio è dalla loro parte: oggi i poveri sono amati da Dio. Quelli che non interessano a nessuno interessano a Dio. Le beatitudini sono un severo giudizio sul mondo ricco che confonde la felicità con l’accumulo di cose, la gioia con le proprietà, la beatititudine con il far soldi.

Quando Gesù dice:Beati voi poveri, quando avete fame, piangete, vi insultano…è facile immaginare la reazione dei presenti.Non è che il Maestro si sia confuso? È davvero felice chi soffre?In realtà il suo non è un inno alla sofferenza. Chi piange è felice non perché Dio ama il dolore, ma perché è più vicino a chi ha il cuore ferito. Dio non salva l’uomo “dalle” lacrime, ma “nelle” lacrime, non lo protegge“dal” pianto, ma“nel” pianto. Gesù capovolge la nostra mentalità. Noi ci illudiamo che avendo un bel lavoro, una solidità economica, una bella casa, una posizione, siamo felici. Chi raggiunge questi obiettivi avrà un’amara sorpresa: non basteranno. Gesù chiama felice chi sa di non farcela da solo e dice “guai” a chi, nel benessere, ignora del dolore degli altri. L’espressione «Guai a voi», che Gesù ripete quattro volte, si rifà al lamento funebre ebraico per dire:le mie condoglianze. In questo modo Gesù non minaccia, ma piange come già morti quelli che non sanno amare. Gesù sta dicendo che la felicità non è il traguardo, ma la strada che ci porta al tragaurdo. Le beatitudini parlano a noi discepoli delle folle, del modo in cui occorre guardare i poveri che riempiono il mondo: siamo chiamati a guardarli con gli occhi di Dio.

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Domenica 6 febbraio 2022 - 5 - C - (Lc 5,1-11)

Il vangelo ci racconta che l’incontro con Gesù trasforma radicalmente la vita di quattro pescatori. Hanno concluso una notte di pesca e tornano a riva con le reti vuote. Il loro umore è pessimo e in questo momento di crisi Gesù sale su una delle due barche cariche di delusione, invitando Simone a scostarsi da riva per insegnare alle folle dalla barca. Simone, l’uomo abituato a lavorare con le reti e non con i libri, ascoltando quel Nazareno, si sarà detto: sono i soliti discorsi religiosi, tante belle parole che non servono, perché la vita è un’altra cosa.

Il vangelo ci racconta che l’incontro con Gesù trasforma radicalmente la vita di quattro pescatori. Hanno concluso una notte di pesca e tornano a riva con le reti vuote. Il loro umore è pessimo e in questo momento di crisi Gesù sale su una delle due barche cariche di delusione, invitando Simone a scostarsi da riva per insegnare alle folle dalla barca. Simone, l’uomo abituato a lavorare con le reti e non con i libri, ascoltando quel Nazareno, si sarà detto: sono i soliti discorsi religiosi, tante belle parole che non servono, perché la vita è un’altra cosa. Finito di parlare Gesù dice a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone si sente interpellato e pur cosciente che la sua esperienza di pescatore non è servita, sulla parola di Gesù getta le reti. È una scommessa. Queste si riempiono e in ginocchio davanti a Gesù si confessa: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». E Gesù gli ridà fiducia con le parole: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini». Pescherai le persone in affanno per ridare loro vita. Fu così che lasciate le barche lo seguirono.

Accade anche a noi di faticare giorno e notte senza prendere nessun pesce, tanto da chiederci: vale ancora la pena pescare? Vale ancora la pena seminare? È proprio in questi momenti di frustrazione che Gesù ci parla non dal pulpito di una chiesa, di una cattedrale, ma dal pulpito laico della barca della nostra vita. Egli ci dice: Coraggio, non aver paura, anche tu, come Simone, farai vivere la gente! Non fare finta di non essere disonesto, sleale, falso, perché se hai vissuto nel mare della vita, hai delle ferite, se sei una persona vera, conosci le debolezze e le crisi. Dio non ama il peccato, ma il peccatore che sei tu e quando gli dico: allontanati da me perché sono una persona impura, lui rimane, non ti giudica e non ti assolve. Ti affida un compito: pescare le persone dal loro fango e portarle a galla, alla vita. Nessuno è senza una piccola barca e Gesù sale su ogni imbarcazione che sta galleggiando nella vita, per invitarci a non contare solo sulle nostre forze. Come Simone possiamo dire: Maestro stiamo faticando da una vita e non abbiamo preso nulla: «ma sulla tua Parola getterò le reti». È bello il “ma” di Simone e quello nostro, il “ma” della fiducia, di chi lavora sulla sua Parola, di chi non crede ai sui continui fallimenti, ma a un Dio che ogni mattina gli dice di svegliarsi e di riprovare a seguirlo. 

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Domenica 30 gennaio 2022 - 4 - C (Lc 4,21-30)

Nella sinagoga di Nazareth si passa velocemente dall’entusiasmo al rifiuto quando Gesù nella sua predica dice: «Oggi si è compiuta questa Scrittura!». Dicendo di essere Lui la buona notizia l’entusiasmo passa in fretta perché i compaesani l’hanno già catalogato dicendo: ma stiamo scherzando? Non è costui il figlio di Giuseppe? Il Messia non può che essere diverso, grandioso, onnipotente!

Nella sinagoga di Nazareth si passa velocemente dall’entusiasmo al rifiuto quando Gesù nella sua predica dice: «Oggi si è compiuta questa Scrittura!». Dicendo di essere Lui la buona notizia l’entusiasmo passa in fretta perché i compaesani l’hanno già catalogato dicendo: ma stiamo scherzando? Non è costui il figlio di Giuseppe? Il Messia non può che essere diverso, grandioso, onnipotente! Tutti si fanno la domanda: Che cos’ha quest’uomo più di me? La gente con cui è cresciuto non si accontenta della sua parola, ma vuole miracoli, un guaritore a disposizione, pronto per ogni dolore. Qualcuno dice ancora oggi: se fossi vissuto al tempo di Gesù, se l’avessi visto gli avrei creduto. Non è proprio vero, perché i suoi non lo riconobbero! Al rifiuto Gesù risponde raccontando un Dio che aiuta la vedova straniera di Sarepta, che guarisce il lebbroso capo dell’esercito del re di Siria. Sembra che solo gli stranieri riconoscano l’azione di Dio, mentre i compaesani non cercano Dio, ma solo i propri vantaggi. I suoi nemici sono proprio tra coloro con cui è cresciuto, al suo paese, tra i suoi parenti.

A Nazareth Gesù tocca un nervo scoperto dicendo: vi siete sbagliati su Dio! Denuncia il fatto di aver ridotto Dio a un distributore di grazie, all’aver impoverito la fede a un baratto: io vengo a messa la domenica se tu mi fa la grazia che chiedo; io ti amo se tu mi risolvi il mio problema, io ti prego se tu mi tieni lontano il Covid… Questo è un amore mercenario. Vogliamo un Dio a nostra diposizione, uno che ci stupisca, non uno che ci cambi il cuore. Gesù sa bene che con pane e miracoli non si liberano le persone, ma ci si impossessa di loro: ci si fa obbedire ma non amare. Spesso ci si ferma agli scandali della Chiesa, al prete di turno, ma ciò che deve attirare la nostra attenzione non è il messaggero di turno, ma il messaggio. Anche noi come quelli di Nazareth preferiamo i miracoli alla parola di Dio, con il rischio di svuotare prima o poi il nostro tempio di Gesù. In realtà i miracoli accadono, basta riconoscerli. Mamme e papà che restano in piedi dopo il dramma di un figlio morto, famiglie e parenti disarmarsi di avvocati e perdonare la violenza subita, donne violate e uomini traditi riprendere a sorridere e ad amare, persone che alla maniera di Gesù  non hanno patria se non il mondo, non hanno casa se non il dolore e il bisogno di ogni uomo. Adorare un Dio sbagliato è peggio di chi dice di non aver fede! La fede sbagliata genera un istinto di morte: vogliono eliminare lo scomodo Gesù. Ma ecco un finale a sorpresa. Gesù non scappa, non si nasconde, non si arrende, ma continua a passare in mezzo a noi.

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Domenica 23 gennaio 2022 -3 C (Lc 1,1-4; 4,14-21)

Il vangelo di questa domenica ci descrive Gesù nella sinagoga di Nazareth, dove incontra una durissima opposizione. L’evangelista Luca è preoccupato di dire che per presentarci la figura di Gesù ha dovuto compiere ricerche accurate sulla sua vita e sugli incontri che ha avuto, perché ci rendessimo conto della solidità dei suoi insegnamenti.

Il vangelo di questa domenica ci descrive Gesù nella sinagoga di Nazareth, dove incontra una durissima opposizione. L’evangelista Luca è preoccupato di dire che per presentarci la figura di Gesù ha dovuto compiere ricerche accurate sulla sua vita e sugli incontri che ha avuto, perché ci rendessimo conto della solidità dei suoi insegnamenti. Del resto quando amiamo una persona vogliamo conoscerla, ascoltare la sua storia e le sue esperienze. Ci viene detto che il suo insegnamento è “solido”. Il termine greco (ασφάλεια) indica qualcosa che non si sfalda, consistente, incrollabile, affidabile. La sua parola non è un enunciato di dottrina, non è un’allettante novità, una notizia stravagante o una delle ultime “trovate” per chi è curioso. Gesù, leggendo il testo di Isaia, si presenta come la buona notizia per i poveri, la libertà per i prigionieri, la vista ai ciechi, il tempo della benevolenza di Dio. Questi poveri, questi prigionieri, questi ciechi, queste persone scariche di speranza siamo noi. Per questo anche i nostri occhi rimangono «fissi su di Lui».

Come nella sinagoga di Nazareth anche nelle nostre comunità rischiamo di esserci innamorati dell’idea che Dio è un catechismo, ma nessuno si innamora di una legge, di una dottrina. Abbiamo speso molte forze per dire cosa è importante fare o non fare e pochissime per far conoscere la persona di Gesù. Come l’evangelista Luca anche noi non possiamo accontentarci di quello che si dice su di lui, ma dobbiamo verificare, conoscere, approfondire. Spesso si pensa che la fede male non fa e tuttavia è per chi sogna, per chi è ingenuo per cristiani minorenni. Eppure se ascoltata in profondità la parola delle Scritture è diversa dalle altre parole. La parola televisiva non raramente diventa arroganza, vuoto, prepotenza, assenza di pensiero. La chiacchiera prende il posto della riflessione, la voce più forte soffoca il dialogo, l’opinione del politico cerca voti... Anche noi cristiani troppo spesso diamo il primato al mercatino religioso devozionistico, piuttosto che alla Parola della Scrittura, ascoltiamo i messaggi no-vax di una presunta Madonna, senza che lei non ne sappia nulla. Il rischio è di usare la bandiera religiosa per sventolare le nostre convinzioni. Ed è così che si pensa di essere cristiani smettendo di tenere gli occhi fissi su Gesù!

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Domenica 16 gennaio 2022 - 2 B (Gv 2,1-11)

Il vangelo ci fa entrare nella festa di nozze che si svolge a Cana e ritrae Gesù in mezzo alla gente, mentre canta, ride, balla, mangia e beve, lontano dai nostri spiritualismi. Dio non si fa trovare nel deserto, non nel santuario, non sul monte Sion, ma a tavola. A un certo punto della festa viene a mancare il vino. Non è il pane che viene a mancare, non il necessario alla vita, ma il vino che non è indispensabile, perché si può mangiare anche senza il vino, ma se manca non si può fare festa perché il vino è segno di gioia.

Il vangelo ci fa entrare nella festa di nozze che si svolge a Cana e ritrae Gesù in mezzo alla gente, mentre canta, ride, balla, mangia e beve, lontano dai nostri spiritualismi. Dio non si fa trovare nel deserto, non nel santuario, non sul monte Sion, ma a tavola. A un certo punto della festa viene a mancare il vino. Non è il pane che viene a mancare, non il necessario alla vita, ma il vino che non è indispensabile, perché si può mangiare anche senza il vino, ma se manca non si può fare festa perché il vino è segno di gioia. Maria, la madre attenta, si fa interprete delle sei anfore vuote e indica ai servi la strada per uscire da questa situazione: «Fate quello che vi dirà». In altre parole rinvia i servi alla parola di Gesù. È il femminile capace di unire il dire e il fare: “fate il suo Vangelo, rendete azione la sua parola”. Ed è così che le giare piene di acqua si trasformano in vino. Troppo a lungo abbiamo pensato che alla gioia Dio preferisse la tristezza, alla festa il sacrificio, al piacere la rinuncia. Il Dio di Gesù è per la gioia, per la festa, per l’ebbrezza della vita.

Perché abbiamo trasformato il Dio cristiano in un Dio serio, che privilegia il dolore, che vuole solo sacrifici ed elemosine? Purtroppo spesso e volentieri abbiamo ricoperto il Vangelo con un velo di tristezza, quando a Cana ci sorprende un Dio della gioia, che non si arrende se viene a mancare. Quando la stanchezza e la ripetizione prendono il sopravvento tutti facciamo esperienza delle nostre sei anfore vuote di gioia. Ci rendiamo conto che manca qualcosa di vitale. L’acqua di queste anfore serviva ai giudei per purificarsi, per lavarsi secondi i vecchi riti, ma con quest’acqua non si può fare nessuna festa. Si dice che sono anfore di pietra, per indicare l’anfora della nostra vita quando si fa dura, insensibile, rigida, pietrificata. È la vita del credente quando si sclerotizza nei soliti rituali stantii, nelle devozioni ripetitive che non trasmettono nessuna gioia. A noi è richiesto di offrire a Lui le sei anfore della nostra umanità, dura come la pietra e povera come l’acqua, perché Lui trasformi questa povera acqua nel migliore dei vini, senza meritarlo e senza contare i bicchieri.

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9 gennaio 2022 - Battesimo del Signore (Lc 3,15-16.21-22)

Dopo trent’anni di vita in famiglia, Gesù entra in scena nel mondo non in modo spettacolare, ma in modo anonimo. In fila con tutti gli altri per farsi battezzare da Giovanni sembra uno sconosciuto. Lo vediamo in fila con i peccatori al Giordano e lo vedremo in mezzo a due ladroni sul calvario.

Dopo trent’anni di vita in famiglia, Gesù entra in scena nel mondo non in modo spettacolare, ma in modo anonimo. In fila con tutti gli altri per farsi battezzare da Giovanni sembra uno sconosciuto. Lo vediamo in fila con i peccatori al Giordano e lo vedremo in mezzo a due ladroni sul calvario. Per mostrarsi egli sceglie una via scandalosa che sarà lo stile di tutta la sua vita. Se il battesimo di acqua di Giovanni Battista chiedeva penitenza e segnalava il castigo, il battesimo in spirito di Gesù non è la resa dei conti, ma segna il tempo della misericordia. Anche per i peccatori c’è speranza, perché possono contare sull’amore ostinato di Dio. Innanzitutto, nel momento in cui Gesù riceve il battesimo, i cieli si aprono per dire che la maledizione dei cieli chiusi è finita ed è ristabilita la comunicazione tra cielo e terra; inoltre una voce rompe il silenzio e prendendo la parola Dio dichiara Gesù suo Figlio; infine su Gesù discende lo Spirito che dà inizio a una storia nuova. 

Con il suo battesimo Gesù ci sta dicendo che non basta ricevere il sacramento per dire di essere figli di Dio, se le nostre scelte non consistono nello stare in fila con tutti. Anche per noi c’è una voce dal cielo che ci dice: Tu sei mio figlio/a, mio compiacimento. Dio si compiace di te, perché sei il capolavoro uscito dalle sue mani. Ti sta dicendo: Nonostante tutto, tu mi piaci! Dio ti ama per ciò che sei ed essendo amato senza meritarlo sei chiamato ad amare i tuoi familiari, i tuoi figli per ciò che sono, non per come tu li vorresti o perché se lo meritano. Gesù si fa trovare in fila con i peccatori e quindi se vogliamo incontrarlo dobbiamo cercarlo nel nostro vicino di casa difficile da sopportare, in quel figlio malato da accudire, in quella persona che ha deciso di negarti il saluto, nel tuo datore di lavoro che non perde occasione per umiliarti. Rifiutare la compagnia dei peccatori, sentirsi diversi dagli altri, ritenersi migliori, significa compromettere l’incontro con Cristo, perché egli è venuto precisamente per i peccatori, per noi.

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6 gennaio 2022 - Epifania (Mt 2,1-12)

Il termine Epifania significa “manifestazione”. Questa festa ci dice che il Messia atteso da Israele non è un’offerta per alcuni, ma un dono per tutti, nessuno escluso. Se l’evangelista Luca descrive il Messia che si manifesta ai pastori, Matteo lo racconta che si mostra a dei magi, a degli stranieri e pagani. Lungo la storia questo racconto è stato talmente imbarazzante da essere trasformato in una sorta di fiaba carica di folclore, anziché cogliere il profondo significato che contiene.

Il termine Epifania significa “manifestazione”. Questa festa ci dice che il Messia atteso da Israele non è un’offerta per alcuni, ma un dono per tutti, nessuno escluso. Se l’evangelista Luca descrive il Messia che si manifesta ai pastori, Matteo lo racconta che si mostra a dei magi, a degli stranieri e pagani. Lungo la storia questo racconto è stato talmente imbarazzante da essere trasformato in una sorta di fiaba carica di folclore, anziché cogliere il profondo significato che contiene. Il termine magi derivava dalla lingua del persiano antico assumendo per i giudei l’accezione negativa di maghi, ciarlatani e una positiva di sapienti, astrologi. Nel racconto non si dice che siano re e in base ai doni abbiamo stabilito il numero e il nome (Gaspare, Melchiorre, Baldassarre). Questi personaggi vengono da oriente, proprio per indicare che Cristo è un dono fatto a tutti. Se la Befana ci ha inculcato l’idea che i doni sono per i buoni, il bambino Gesù capovolge questa mentalità e ci insegna che i doni sono per tutti: per i buoni e per i cattivi, per chi se lo merita e chi non se lo merita. Del resto se i doni fossero solo per i buoni non sarebbe una buona notizia. Che Vangelo sarebbe? 

I Magi sono il modello del discepolo che si mette in ricerca, che cammina lasciandosi guidare dalla Parola che interpella e non lascia in pace. I Magi risaltano come i cercatori di Dio, mentre Erode, i sacerdoti e gli scribi, così vicini al Bambino l’hanno cercato per vie sbagliate. Anche a noi che ci diciamo cristiani, che ci vantiamo di essere cattolici, succede di avere il Messia così vicino, a due passi e di non saperlo riconoscere. Noi stessi preti e uomini di chiesa intenti a celebrare, a pregare, a leggere il testo biblico senza renderci conto che il Messia è più vicino di quanto pensiamo. Ci sono dei segni che domandano di essere interpretati: per Maria è un angelo, per Giuseppe un sogno, per i pastori un neonato, per i magi una stella, per Erode gli stessi magi. Anche sulla nostra strada troviamo dei segni che parlano di Lui come delle stelle luminose. Come possiamo diventare lettori di segni come i magi? Questi stranieri pagani ci dicono che l’uomo è una stella luminosa che ci passa accanto e ci fa luce. Forse talvolta siamo tutti delle stelle cadenti, eppure proprio nel cadere possiamo illuminare, fare luce mostrando i nostri limiti.

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2 gennaio 2022 - 2a dopo Natale (Gv 1,1-18)

In questa domenica l’annuncio del Natale è proposto dall’evangelista Giovanni là dove afferma che «Il Verbo divenne carne» (1,14a). La Parola divenne carne, divenne non semplicemente uomo, ma uomo legato alla terra, debole e fragile. Fra la Parola di Dio e l’uomo c’è una distanza incolmabile e tuttavia questa distanza è stata colmata: la Parola si è fatta carne, si è inserita nel mondo degli uomini. È entrata nella carne, cioè nell’uomo intero colto nella sua precarietà, nella sua debolezza, nel suo essere consegnato alla morte.

In questa domenica l’annuncio del Natale è proposto dall’evangelista Giovanni là dove afferma che «Il Verbo divenne carne» (1,14a). La Parola divenne carne, divenne non semplicemente uomo, ma uomo legato alla terra, debole e fragile. Fra la Parola di Dio e l’uomo c’è una distanza incolmabile e tuttavia questa distanza è stata colmata: la Parola si è fatta carne, si è inserita nel mondo degli uomini. È entrata nella carne, cioè nell’uomo intero colto nella sua precarietà, nella sua debolezza, nel suo essere consegnato alla morte. Non si tratta soltanto di una polemica nei confronti della mentalità giudaica che si rifiutava di vedere la presenza della gloria di Dio nella debolezza dell’uomo Gesù, ma soprattutto è più polemica nei confronti dell’uomo greco che pensava la separazione fra l’umano e il divino, lo spirito e la materia. Ecco l’annuncio di Natale: non si raggiunge Dio scappando dal mondo, ma diventando solidali con il mondo.

Il nostro Natale spesso si riduce all’aggiungere intorno alla tavola apparecchiata sedie vuote da tempo. Per una volta all’anno, come per i defunti, si va in visita al cerchio familiare spezzato. Il Natale dei mercanti non ci dà tregua: le vetrine, gli addobbi, la persecuzione della pubblicità preme a gomitate sui fianchi di tutti. I solitari si danno alla fuga in un viaggio o all’orgoglio di evitare gli incontri. Il vangelo mette sotto accusa questo Natale, insieme al Capodanno con la sua liturgia di ammucchiati intorno a un orologio con il bicchiere. Ma Natale è giorno della nascita di chi? Il vangelo dice: del suo contrario. Chi nasce è annunciato da una cometa che converge non sopra i palazzi e i centri commerciali, ma sopra una baracca. Essa porta la buona notizia che rallegra i modesti e inquieta i re. La notizia si fa largo dentro il corpo di carne di una ragazza di Israele, incinta fuorilegge, partoriente dove non c’è tetto, salvata dal mistero di amore del marito che l’ha difesa, gravida non di lui. Lì dentro la baracca, che oggi sgombererebbero le ruspe, lontano dalla casa e dai parenti a Nazareth, si annuncia festa per chi è stato messo alla porta e licenziato, per chi non ha da pagarsi il tetto, per chi è in affanno steso in una corsia, per chi sta dietro il filo spinato… Dopo un anno segnato da tanto dolore e fatica, questo nuovo anno sarà comunque un anno di conflitto, perché le tenebre si ostineranno a oscurare la luce, il mondo del mercato e dell’impero non lo riconoscerà, nemmeno i suoi lo accoglieranno. Ma il “piccolino fatto carne” sarà sempre in mezzo a noi per regalarci la sua presenza, la speranza fatta carne. 

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1 gennaio 2022 - Maria Madre di Dio (Lc 2,16-21)

Nel primo giorno dell’anno la liturgia festeggia Maria Madre di Dio, perché dare alla luce un figlio è una novità che investe la vita, che fa rinascere, che fa vedere il futuro in modo nuovo. Ciò che è nuovo costringe l’uomo a rimettersi in gioco in modo diverso, a mettere in discussione i vecchi equilibri e a reinventarne di nuovi. Non basta aggiungere anni alla vita, occorre aggiungere vita agli anni!

Nel primo giorno dell’anno la liturgia festeggia Maria Madre di Dio, perché dare alla luce un figlio è una novità che investe la vita, che fa rinascere, che fa vedere il futuro in modo nuovo. Ciò che è nuovo costringe l’uomo a rimettersi in gioco in modo diverso, a mettere in discussione i vecchi equilibri e a reinventarne di nuovi. Non basta aggiungere anni alla vita, occorre aggiungere vita agli anni! In questo primo giorno del nuovo anno viene ribadita la novità cristiana: quelli che la religione considera i più lontani da Dio, per il vangelo sono i più vicini a Lui. Sono i pastori che «senza paura andarono e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino adagiato nella mangiatoia». Che cosa trovano i pastori? Trovano un bambino neonato, una vita appena sbocciata, trovano un senso per la loro vita, perché in fondo questo è Gesù. Il vangelo ci racconta che i primi a incontrare il Bambino non sono degli addetti al sacro, ma dei pastori. Questi non erano i personaggi romantici che oggi riempiono i nostri presepi, ma erano considerati dei delinquenti, dei lontani da Dio, degli impuri. Erano selvatici come le pecore e le bestie che accudivano. Ecco il paradosso: quelli che il Messia avrebbe dovuto eliminare perché peccatori, diventano gli annunciatori della buona notizia, tanto da stupire chi li ascolta. Maria stessa non capisce, ma tiene dentro tutte queste cose esaminandole e cercandone il senso. È lo scandalo della misericordia!

Gesù presenta un amore che era completamente sconosciuto. È un amore che non dipende dal comportamento delle persone, ma dall’amore del Padre. Gesù non è attratto dalle virtù degli uomini, ma dalle loro necessità. Se Gesù si lascia incontrare per primo dai pastori, da persone sbagliate questo diventa motivo di scandalo. Se Dio è benevolo con i malvagi noi diciamo: non c’è più religione! Gesù, infatti, fa compiere il passaggio dalla religione alla fede. La religione corrisponde a ciò che gli uomini fanno per Dio, mentre la fede indica ciò che Dio fa per gli uomini. Il Signore non ci vuole bigotti, ma capaci di riconoscerlo dentro il ritmo della vita. Dio, infatti non è qualcosa di aggiunto, ma è dentro la storia, dentro la tua gioia, dentro la tua stanchezza. Lo trovi a parlare per bocca di persone che ritieni sbagliate, lo trovi presente in chi conduce una vita disordinata, lo vedi agire in persone umanamente scandalose. Per farsi riconoscere come il Dio della vita egli sembra preferire le vie secondarie, le persone che vivono nella notte, i sentieri più strani, le figure emarginate… Abbiamo appena terminato un anno difficile, segnato dalla sofferenza e dalla solitudine e per molti anche dalla morte. Come Maria siamo chiamati a meditare la nostra storia, a lasciarci incontrare anche da persone che consideriamo sbagliate per scovare la presenza di Dio.

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