Domenica 18 settembre 2022 - 25 C (Lc 16,1-13)
La parabola del vangelo crea un certo imbarazzo perché il padrone loda l’amministratore disonesto. Gli ha rubato tanti soldi e lo loda perché è stato scaltro, astuto, intraprendente. Non è un invito a essere disonesti. Questo amministratore ha gestito per tanto tempo le attività del suo padrone e accade che quando si ha la fiducia di qualcuno, quando girano tanti soldi, si fa un piccola cresta di qua, una di là, dicendo: cosa vuoi che sia per tutta la ricchezza del padrone?
La parabola del vangelo crea un certo imbarazzo perché il padrone loda l’amministratore disonesto. Gli ha rubato tanti soldi e lo loda perché è stato scaltro, astuto, intraprendente. Non è un invito a essere disonesti. Questo amministratore ha gestito per tanto tempo le attività del suo padrone e accade che quando si ha la fiducia di qualcuno, quando girano tanti soldi, si fa un piccola cresta di qua, una di là, dicendo: cosa vuoi che sia per tutta la ricchezza del padrone? Ma questo proprietario sembra avere mangiato la foglia, qualcosa non gli torna e gli chiede di rendere conto della sua amministrazione. È in questo momento che l’amministratore decide di farsi degli amici. Chiama i debitori del padrone e con una strategia risana i bilanci dicendo: se tu gli devi 100.000 € tu dagliene 50.000 € e io ti faccio la ricevuta per 100.000€, e va bene così. Ha cambiato strategia: non sta più rubando il padrone per sé, ma per gli altri, non ruba in denaro, ma in amici. In realtà a Gesù non interessa l’infedeltà del fattore o i mezzi che usa per farsi degli amici, ma vuole che il discepolo si lasci impressionare dalla rapidità e dalla furbizia con cui questo fattore mette al sicuro il suo avvenire.
Gesù non loda la corruzione, non esalta l’imbroglio, come accade anche oggi che qualcuno dopo aver rubato per una vita ne esce con riconoscimenti. Diversamente loda l’amministratore per la capacità di cogliere al volo una situazione difficile, per la prontezza nell’affrontarla. Forse noi cristiani ci fermiamo spesso a lamentarci del mondo, senza la sollecitudine di viverci dentro con passione. Siamo scaltri negli affari, furbi nei nostri interessi, astuti nel cercare i migliori investimenti in borsa. Non ci manca la prontezza nel fiutare un tornaconto da un’amicizia o da una relazione con una persona. Subito gli facciamo fare il padrino o la madrina al Battesimo o alla Cresima dei nostri figli, o i testimoni alle nostre nozze. Gesù non propone l’amministratore come modello di disonestà, ma come esempio di astuzia e denuncia anche il rischio della ricchezza. Questa, pur essendo dono di Dio, è anche inganno. Al discepolo dice: non puoi investire nel denaro come fosse un dio, non puoi inginocchiarti in chiesa, mentre il tuo Dio è in banca. La ricchezza, infatti, promette ciò che non può mantenere, un po’ come spesso accade ai politici di non misurare il costo di ciò che promettono, quale peggiore degli inganni. Un giorno – dice il Vangelo – ti accoglieranno quelli a cui hai dato, non quelli che hai sfruttato.
Domenica 11 settembre 2022 - 24 C (Lc 15,11-32)
Domenica 11 settembre 2022 - 24 C (Lc 15,1-32)
La parabola del vangelo si propone di farci cambiare idea su Dio. Protagonisti non sono i due fratelli, ma il padre pronto all’abbraccio. Il più giovane dei figli parte con un tono disinvolto, con le tasche piene di soldi. Aveva infatti chiesto al padre il patrimonio/l’eredità (in greco τὸν βίον: la vita!), quasi avesse detto: “Padre, perché non muori?”. Se ne va lontano in cerca di felicità, taglia i legami con la famiglia, rinnega le sue radici. Parte e fa naufragio, libero e ribelle diventa schiavo fino a desiderare il cibo dei porci.
La parabola del vangelo si propone di farci cambiare idea su Dio. Protagonisti non sono i due fratelli, ma il padre pronto all’abbraccio. Il più giovane dei figli parte con un tono disinvolto, con le tasche piene di soldi. Aveva infatti chiesto al padre il patrimonio/l’eredità (in greco τὸν βίον: la vita!), quasi avesse detto: “Padre, perché non muori?”. Se ne va lontano in cerca di felicità, taglia i legami con la famiglia, rinnega le sue radici. Parte e fa naufragio, libero e ribelle diventa schiavo fino a desiderare il cibo dei porci. È il ritornello di sempre: fin tanto che hai il potere e i soldi vali qualcosa, quando sei un semplice miserabile vali meno di un maiale. E pensa: se ritorno da mio padre posso almeno sopravvivere come gli altri servi! Così decide di tornare, non per amore, ma per fame. Non appena il padre lo vede è impaziente di abbracciarlo perché torni a essere figlio e non servo. Il figlio maggiore sentendo la festa riserva a chi è tornato entra in crisi. Lui ligio al dovere, non ha mai lasciato la casa, non ha sprecato il suo tempo, il suo denaro, non sa cos’è il piacere. Anche lui, come il più giovane, era con il suo cuore lontano dalla casa del padre: un forestiero in casa sua. Ma il padre non ha figli da perdere: entrambi li abbraccia perché tornino a essere figli.
Se il figlio minore è l’immagine della miseria umana, il maggiore è il figlio che tutti i genitori vorrebbero. Lui sì che è buono, l’altro invece è sempre stato la pecora nera della famiglia. Il maggiore si chiede: perché tanta festa per chi ha fatto ciò che ha fatto? Non è giusto! In realtà il maggiore era rimasto a casa per dovere. Risentito e infelice si è perso restando a casa senza un fratello e senza un padre. Questo padre, tuttavia, non discute gli errori o i meriti dei figli: a lui importa riconquistare i figli, non retribuire le loro azioni. È lo scandalo di un Dio padre e madre, pronto a salvarmi dal mio cuore di servo e restituirmi un cuore di figlio. Del resto si può costringere un padre a respingere il figlio, qualsiasi cosa abbia fatto? Il figlio maggiore ci interpreta quando, pretendiamo di essere noi a dettare come e chi il Padre debba amare! Se il padre dice: «questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita!», noi a rispondere: Non c’è posto per chi ha sbagliato, per gli altri! Non ce lo possiamo permettere! Non possiamo estendere i diritti a tutti! Prima gli italiani! Prima la famiglia! Come può essere che per gli altri è pronto un vitello grasso e per noi nemmeno un capretto? Italiani che dormono in macchina e i profughi li mettono nell’hotel? È la voce del fratello maggiore, dei fratelli maggiori di ieri e di oggi, di chi è vissuto accanto al Padre senza imparare a pensare come Lui. Questo Padre sembra stanco di avere servi per casa, invece che figli!
Domenica 4 settembre 2022 - 23 C (Lc 14,25-33)
Il linguaggio di Gesù è sempre spiazzante e le sue esigenze radicali. Egli si trova sulla strada e parla alla folla che lo seguiva entusiasta e interessata, precisando che per seguirlo occorre fare dei calcoli prima di buttarsi in un’impresa, come quando si costruisce una torre o si mette insieme un esercito per vincere. Gesù non cerca il consenso della folla, l’incontro oceanico o chi lo segue perché tutti fanno così.
Il linguaggio di Gesù è sempre spiazzante e le sue esigenze radicali. Egli si trova sulla strada e parla alla folla che lo seguiva entusiasta e interessata, precisando che per seguirlo occorre fare dei calcoli prima di buttarsi in un’impresa, come quando si costruisce una torre o si mette insieme un esercito per vincere. Gesù non cerca il consenso della folla, l’incontro oceanico o chi lo segue perché tutti fanno così. Non fa propaganda vocazionale, ma dissuade. Non vuole illudere nessuno e nemmeno strumentalizzare entusiasmi o fragilità. Al numero dei discepoli, preferisce la qualità. Tre sono le condizioni che indica per seguirlo. Innanzitutto dicendo «se uno non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli… non può essere mio discepolo», sembra irritarci. In realtà non entra in concorrenza con i nostri affetti umani, non è geloso. Sta dicendo che se ami come Lui, amerai meglio e di più le persone care, anche quando possono diventare impegnative e scomode. Inoltre chiede di saper portare la croce, che significa portare l’amore fino in fondo. Infine domanda di rinunciare alle cose, agli averi, all’accumulo.
Gesù si rivolge a chi è già cristiano e nelle difficoltà è chiamato a perseverare. A noi sta dicendo: se vuoi seguirmi fai bene i tuoi conti! Dapprima Gesù non usa un linguaggio felpato, diplomatico, curiale, sembra piuttosto quello di un esaltato: “Se uno non mi ama di più…”. Egli non ruba i nostri amori, non chiede di sacrificare i legami del cuore, ma tutto ruota attorno al verbo “amare”. Si tratta di amare tua moglie, tuo marito, tuo figlio senza legarli ai tuoi desideri, senza servirti di loro, senza che diventino la fonte di un egoismo mascherato, cieco e possessivo. Se si ama in modo geloso, asfissiante, accentratore, prima o dopo quell’amore si scioglie come la neve al sole. In un secondo momento Gesù chiede di saper portare la croce come scelta di libertà. Il suo sogno non è di vedere persone rassegnate che camminano in un’eterna “via crucis”. Quanto “dolorismo” cattolico è stato trasmesso attraverso l’espressione del “portare la croce”! Da ultimo Gesù chiede di rinunciare a ogni bene. Non si va in cielo né con gli euri, né con le ville, né con un forte esercito. Egli domanda di uscire dall’ansia di possedere, dall’illusione che fa dire: io ho, accumulo e quindi valgo, sono qualcuno!
Domenica 28 agosto 2022 - 22 C (Lc 14,1.7-14)
Al pranzo di un capo dei farisei, la gente osserva Gesù ed egli osserva gli invitati. Gli sguardi si incrociano in quella sala che è il ritratto della vita, in cui non manca il fascino di conquistare i primi posti, la tentazione del competere, illusi che vivere sia vincere, dominare gli altri. Gesù rovescia questa logica: tu vai a metterti all’ultimo posto. Non per modestia, ma per solidarietà, per poter dire all’altro: prima tu, dopo io. Sono invitato a mettermi all’ultimo posto non perché non valgo nulla, ma perché l’altro, torni a essere mio fratello.
Al pranzo di un capo dei farisei, la gente osserva Gesù ed egli osserva gli invitati. Gli sguardi si incrociano in quella sala che è il ritratto della vita, in cui non manca il fascino di conquistare i primi posti, la tentazione del competere, illusi che vivere sia vincere, dominare gli altri. Gesù rovescia questa logica: tu vai a metterti all’ultimo posto. Non per modestia, ma per solidarietà, per poter dire all’altro: prima tu, dopo io. Sono invitato a mettermi all’ultimo posto non perché non valgo nulla, ma perché l’altro, torni a essere mio fratello. L’ultimo posto non è quello del castigo, ma di Dio, di Gesù, venuto non per essere servito, ma per servire altri. E precisa: quando offri un pranzo non invitare amici, fratelli, parenti, vicini di casa ricchi, che un domani potrebbero esserti utili, ma poveri, storpi, zoppi, ciechi. Invita questi ultimi non perché tu ne hai bisogno di farti bello, ma perché loro ne hanno bisogno. E sarai beato, perché non hanno da ricambiarti, perché ti stai comportando come agisce Dio. Nel vangelo il verbo “amare” si traduce sempre con il verbo “dare”.
Gesù coglie nel segno un problema antico e moderno. Anche oggi apparire è più importante dell’essere. Essere invitati e trattati con riguardo e addirittura poter sedere in prima fila, significa conquistare un’altra e un’alta considerazione tra la gente. Occupare il primo posto significa sentirsi qualcuno almeno per un momento, uscire dal grigiore dell’anonimato, almeno per quel giorno. Quanto si sgomita per avanzare nella carriera, nel successo, nella fama, e gli spazi religiosi non fanno eccezione. Se si entra nella logica della smania del primo posto, l’impegno professionale, politico, amministrativo, ecclesiale vengono stravolti. Le parole come “popolo, chiesa, comunità, cittadini, nazione, poveri…”, possono semplicemente servire a nascondere gli interessi o le scelte di un piccolo gruppo di cacciatori di poltrone. Anche per noi la festa di nozze, di compleanno, di prima comunione…, quindi, non può limitarsi a essere una vetrina sociale. Gesù interroga ciascuno di noi: chi c’è sulla tua lista degli invitati alla festa della tua vita? Sei anche tu uno che cerca il primo posto per metterti in evidenza o sai stare dove la vita ti colloca? La risposta è personale.
Domenica 21 agosto 2022 - 21 C (Lc 12,22-30)
Alla domanda di un tale: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?», Gesù non risponde dicendo che sono pochi e tanti, ma rivela il criterio della salvezza. A suo avviso discutere sul numero dei salvati non porta da nessuna parte. Discutere sulla pelle degli altri, sulla salvezza degli altri, dando per scontata la nostra, non serve. Anzi, la domanda vuol verificare se la strada che si sta percorrendo è quella giusta. Ma Gesù risponde: “sforzatevi, lottate, fare a gara a entrare per la porta stretta”. In che senso è stretta? Perché restringe la possibilità di salvezza?
Alla domanda di un tale: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?», Gesù non risponde dicendo che sono pochi e tanti, ma rivela il criterio della salvezza. A suo avviso discutere sul numero dei salvati non porta da nessuna parte. Discutere sulla pelle degli altri, sulla salvezza degli altri, dando per scontata la nostra, non serve. Anzi, la domanda vuol verificare se la strada che si sta percorrendo è quella giusta. Ma Gesù risponde: “sforzatevi, lottate, fare a gara a entrare per la porta stretta”. In che senso è stretta? Perché restringe la possibilità di salvezza? Se per noi la porta stretta richiama una porta scomoda, al tempo di Gesù l’immagine era più familiare, perché al calare del sole, per motivi di sicurezza, venivano chiuse le porte della città e dei grandi palazzi. Rimaneva aperta solo una porticina e se volevi entrare dovevi passare per quella. Ascoltando la parabola ci prende una sottile angoscia quando, accalcati a quella porta stretta, ci sentiamo dire dal padrone: «Non vi conosco». E noi: tutta la vita a cercarti e ora sei tu che prendi le distanze? Egli non ci riconosce perché facciamo cose per lui, ma perché con Lui e come Lui facciamo cose per gli altri. Se il criterio è la pratica della giustizia tutti possono entrare, arrivando da oriente e da occidente, dal nord e dal sud del mondo.
Come fare per essere riconosciuti dal Signore? Il rischio è che dica anche a noi: «Non vi conosco!». E noi a dire: siamo sempre venuti in chiesa, abbiamo ascoltato il Vangelo, abbiamo ricevuto tutti i sacramenti previsti, eravamo in piazza nei grandi raduni ad ascoltarti, abbiamo girato tanti santuari… e tu ci dici che abbiamo delle false credenziali per entrare dalla porta della salvezza. Perché non si apre quella porta, perché quel duro “non vi conosco”? Non è la prima volta, poi, che i cristiani si sentono dire: vanno in chiesa e fuori sono peggio degli altri! Il marchio di “cattolico” può addirittura essere sospetto, un alibi. Bisogna verificare quanto è solo religione e quanto è vera fede. La semplice religione consiste nel modellare Dio a nostra misura, vera fede è lasciarsi modellare da Lui. Per la porta larga vuole passare chi crede di avere già addosso l’odore di Dio, immerso tra incensi, riti, preghiere, e di questo si vanta. Chi entra per la porta stretta, invece, ha addosso l’odore della famiglia, il grembiule del servizio, la pazienza del cuore buono. Dio ci riconosce quando le nostre mani praticano la giustizia, per accogliere chi ha sbagliato, per medicare chi è ferito, per ospitare chi scappa dalla guerra, chi fugge dalla fame, chi smonta dal barcone. Dovendo passare uno alla volta dalla porta stretta, ci è richiesta una decisione personale e consapevole, che nessun altro può prendere al nostro posto.
Domenica 14 agosto 2022 - 20 C (Lc 12,49-53)
Le affermazioni di Gesù sono al tempo stesso importanti e inquietanti. L’obiettivo è di indicare al cristiano come vivere nel tempo presente, dentro la complessità della storia. Nelle parole di Gesù emerge tutta la sua passione profetica quando afferma: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra. pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione». Egli dichiara di essere venuto a gettare/spargere/lanciare fuoco sulla terra e di desiderare che questo fuoco divampi.
Le affermazioni di Gesù sono al tempo stesso importanti e inquietanti. L’obiettivo è di indicare al cristiano come vivere nel tempo presente, dentro la complessità della storia. Nelle parole di Gesù emerge tutta la sua passione profetica quando afferma: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra. pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione». Egli dichiara di essere venuto a gettare/spargere/lanciare fuoco sulla terra e di desiderare che questo fuoco divampi. Gesù si descrive come un “lanciafiamme” dentro la sua storia. Le donne e i bambini erano senza diritti; gli schiavi alla mercé dei loro padroni; i lebbrosi, i ciechi, i poveri trattati con disprezzo. E lui si mette dalla loro parte, li chiama alla sua tavola, fa del bambino il modello da cui imparare, invia le donne ad annunciare la Pasqua. Venendo Gesù capovolge le prospettive umane, spegne il sogno di chi vuole seguirlo camminando in discesa o di chi dorme sonni tranquilli. Egli è il disturbatore della falsa pace.
Chi accetta di stare vicino a Gesù, rimane vicino al fuoco. Al suo seguito Egli vuole discepoli riscaldati dal Vangelo, disturbati nella loro quiete, infiammati dalla passione per la giustizia. La sua predicazione non mette in pace la coscienza, ma la risveglia dalla falsa pace, dalla pace apparente. Se il fuoco di cui parla Gesù è la passione dell’amore, i cristiani non possono che essere portatori e diffusori dello stesso fuoco. Sono mandati a rompere la falsa armonia dentro la famiglia, l’illusoria serenità che nasconde egoismi e silenzi, l’ipocrita retorica della pace, la non sincera intesa tra gruppi partitici, la falsa pace dentro una chiesa che rischia di dormire sonni tranquilli anche in un mare in tempesta. Gesù non vuole cristiani e pastori pompieri, che distribuiscono tranquillanti e sonniferi, ma cristiani “lanciafiamme”, capaci di bruciare le contraddizioni, di incendiare le incoerenze, di incenerire le maschere e di accendere il fuoco della passione per la giustizia, per l’onestà, per il rispetto della vita. Gesù, con un linguaggio profetico, ci mette in guardia dalla falsa pace di chi si considera cittadino e cristiano onesto, che dice: “non faccio del male a nessuno”, perché la vera pace comporta la passione scomoda di fare il bene di qualcuno.
Domenica 7 agosto 2022 - 19 C (Lc 12,32-48)
Per tre volte nel vangelo si ripete: siate pronti, fatevi trovare attivi, tenetevi pronti. A che cosa? Alla gioia dell’incontro. Non di un Dio minaccioso, che fa paura a causa dei nostri moralismi violenti, ma di Colui che si fa servo dei suoi servi, che «li fa mettere a tavola e passa a servirli». È il capovolgimento dell’idea di un Dio padrone che si mette a fare il servo e si pone a servizio della nostra vita! Il padrone della parabola è perfino arrogante, perché tornando a casa da una festa, in piena notte, pretende che i servi, dopo una giornata di lavoro, siano ancora all’opera.
Domenica 7 agosto 2022 - 19 C (Lc 12,32-48)
Per tre volte nel vangelo si ripete: siate pronti, fatevi trovare attivi, tenetevi pronti. A che cosa? Alla gioia dell’incontro. Non di un Dio minaccioso, che fa paura a causa dei nostri moralismi violenti, ma di Colui che si fa servo dei suoi servi, che «li fa mettere a tavola e passa a servirli». È il capovolgimento dell’idea di un Dio padrone che si mette a fare il servo e si pone a servizio della nostra vita! Il padrone della parabola è perfino arrogante, perché tornando a casa da una festa, in piena notte, pretende che i servi, dopo una giornata di lavoro, siano ancora all’opera. Ed ecco che, realmente, rincasando a tarda ora, all’improvviso li trova indaffarati e attivi. Chissà? Forse quei servi si sarebbero accontentati di un complimento, di una mancia. Ma li sorprende la reazione del padrone che, vedendoli ancora attivi, si commuove: davanti alla loro stanchezza il suo cuore risuona, nel vedere l’impegno si impressiona, di fronte alla loro resistenza si intenerisce. Sfiniti, ma non arresi, con sorpresa grande osservano il padrone che li fa accomodare a tavola, tira su le maniche e fa il cameriere. Un Dio così esce dall’immaginazione umana: non è fatto da mani o da mente d’uomo. Conosce la nostra fatica, sa bene quanto costa credere e sperare nonostante tutto, soprattutto quando la notte sembra non finire mai.
Cristo invita a tenerci pronti, svegli, come i servi di un padrone esigente che non ammette perditempo, pigrizie e sonnolenze. Si tratta di rimanere attenti, pronti, ma non angosciati; attivi, ma non agitati; vivi, ma non ansiosi. Siamo chiamati a rimanere svegli anche “nel cuore della notte”, nell’apparente pieno trionfo della corruzione, quando la luce di un nuovo giorno sembra spegnersi. Cristo ci dice: «Non temete piccolo gregge!». Ai nostri giorni nella chiesa diminuisce il numero di coloro che chiedono il battesimo, che si sposano in chiesa, che chiedono i funerali religiosi. L’influenza pubblica dei pronunciamenti della Chiesa è scarsa. Ci sono i cristiani della linfa, del tronco, della corteccia e quelli che, come muschio, stanno attaccati solo esteriormente all’albero. Non sono pochi, tuttavia, coloro che cercano una risposta alle loro domande di senso fuori dal cristianesimo. Non si tratta di entrare in ansia, perché Gesù stesso ci chiama “piccolo gregge”, “piccolo seme”, “pugno di lievito”. La nostra chiamata è di chinarci con paziente disinteresse e generosità sulla nostra società costitutiva del cristianesimo e sempre anche un po’ meritata dai cristiani, accettando l’umile missione e la poca rilevanza del “piccolo gregge”. Siamo un gregge di piccoli uomini, piccole donne che, anche quando scende la notte, continuano a lavorare, a soffrire, a sognare un nuovo giorno, consapevoli di essere al servizio dell’unico Signore che si è fatto nostro servitore.
Domenica 31 luglio 2022 - 18 C (12,13-21)
Chissà quanti di noi hanno pensato di chiedere a Gesù come quel tale del vangelo: «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità». È questo uno dei motivi molto frequenti per cui si litiga nelle nostre famiglie convinti, ieri come oggi, che nei beni troviamo la felicità. Al tempo di Gesù la Legge stabiliva che alla morte, l’eredità spettasse al figlio maschio primogenito, evitando così che il patrimonio venisse diviso.
Chissà quanti di noi hanno pensato di chiedere a Gesù come quel tale del vangelo: «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità». È questo uno dei motivi molto frequenti per cui si litiga nelle nostre famiglie convinti, ieri come oggi, che nei beni troviamo la felicità. Al tempo di Gesù la Legge stabiliva che alla morte, l’eredità spettasse al figlio maschio primogenito, evitando così che il patrimonio venisse diviso. Interpellato Gesù si rifiuta di fare da arbitro tra i due fratelli in contesa, non suggerisce soluzioni già pronte, ma con la sua Parola aiuta a riflettere termini più ampi. Gesù legge in quella richiesta non una voglia di giustizia, ma un desiderio di possesso, tipico di chi non comprende che «la sua vita non dipende dai beni che possiede». Con una parabola parla di un uomo ricco che dopo un raccolto abbondante si interroga: «Che cosa farò? Demolirò i miei granai e ne ricostruirò di più grandi». L’uomo della parabola non fa del male, non è cattivo, non è un mafioso, ma Gesù lo chiama “stolto”. Lo chiama “matto” perché vive solo per sé, parla a se stesso, fa progetti per se stesso e si congratula con se stesso! Egli non è più libero, non è uno che possiede, ma che è posseduto dalle cose.
Questo uomo ricco della parabola può interpretarci nel momento in cui ci troviamo ossessionati da ciò che è “mio”: il mio raccolto, i miei granai, i miei beni, la mia anima. Oggi potremmo dire: il mio profitto, i miei investimenti, i miei interessi, le mie proprietà, il mio tornaconto. È la stregoneria del “mio”! Gesù ci sta dicendo che non di solo pane vive l’uomo. Se fosse vero che il solo benessere crea felicità, dovremmo essere le popolazioni più felici del mondo. Purtroppo la nostra esperienza dà ragione al vangelo, perché di solo benessere, di sole cose, l’uomo diventa triste, muore. L’uomo di ieri e di oggi che vivono solo del benessere, è solo, se non isolato, in compagnia di cose che non possono regalare un sentimento, una carezza, un saluto. Vicino all’uomo ricco della parabola non c’è nessun altro: nessun nome nessun volto, nessuno nella casa, nessuno nel cuore. Vuoi trovare la felicità? – dice Gesù – non cerarla al mercato delle cose, ma nelle relazioni buone con le persone. E San Basilio afferma: vuoi cercare i veri granai: li trovi nelle case dei poveri! Noi, infatti, siamo ricchi solo di ciò che abbiamo dato agli altri.
Domenica 24 luglio 2022 - 17 C (Lc 11,1-13)
Vedendo Gesù che si apparta a pregare, i discepoli gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare». Dicendo “insegnaci”, riconoscono di non esserne capaci. Non dicono: insegnaci delle preghiere, delle formule o dei riti, ma il cuore della preghiera. Essi chiedono come stare davanti a Dio, come portare la nostra zolla di terra secca alla sorgente, come arrivare con la nostra sete alla fontana. Per Gesù pregare è entrare in un legame con un Dio-Padre. Quando pregate dite «Padre».
Vedendo Gesù che si apparta a pregare, i discepoli gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare». Dicendo “insegnaci”, riconoscono di non esserne capaci. Non dicono: insegnaci delle preghiere, delle formule o dei riti, ma il cuore della preghiera. Essi chiedono come stare davanti a Dio, come portare la nostra zolla di terra secca alla sorgente, come arrivare con la nostra sete alla fontana. Per Gesù pregare è entrare in un legame con un Dio-Padre. Quando pregate dite «Padre». Non è un Dio immobile e lontano, ma un Padre di cui tu sei figlio e quindi un tuo parente stretto. E aggiunge: «sia santificato il tuo nome»: non dice di non bestemmiarlo, ma di imparare a riconoscere la sua grandezza e di non usare il suo nome per fini politici, per scopi economici, per interessi clericali. La preghiera è supplica di chi dice «Venga il tuo regno», non il nostro. È il domandare il «pane quotidiano», non il pane da accumulare nei magazzini delle banche o delle borse, ma quello che fa vivere ogni giorno. Inoltre si invoca da Dio il «perdono per i nostri peccati», perché ci liberi da ogni rancore che appesantisce il cuore. La preghiera poi conclude dicendo «non abbandonarci alla tentazione», cioè non lasciarci soli a lottare contro il male, tiraci fuori dalla paura, da ogni ferita, da ogni caduta. Con le prima parabola Gesù invita a rivolgersi a Dio come a un amico e nella seconda come Padre.
Purtroppo la preghiera gode di cattiva fama, perché sembra un esercizio inutile, una perdita di tempo di chi si mette in dialogo con il silenzio. E quando preghiamo non raramente succede di trattare Dio come un potente da convincere, un mago da persuadere, così che sganci qualche grazia desiderata. Del resto abbiamo alle spalle secoli di inviti alla devozione, alla recita di formule che nascono bellissime e muoiono distratte, di rosari biascicati pensando ad altro. Spesso si tratta di una preghiera pensata come una sorta di sfinimento nostro e di Dio, sinonimo di recita, di cantilena, di insistenza destinata a convincere Dio delle nostre buone intenzioni: ti prego fammi il favore che ti chiedo! Quante persone, che si ritengono cristiani doc, pensano: ho chiesto a Dio nella preghiera, ma non mi ha esaudito! Poi a distanza di anni si rendono conto che hanno ottenuto tutto ciò di cui avevano bisogno e che spesso, non era ciò che chiedevano. Forse la preghiera non è ottenere ciò che vogliamo, ma capire ciò che non è necessario ed essere riconoscenti per i doni che riceviamo a nostra insaputa. Dio esaudisce sempre, non l nostre richieste, ma le sue promesse!
Domenica 17 luglio 2022 16 - C (Lc 10,38-42)
Cinque chilometri prima di arrivare a Gerusalemme Gesù si ferma nel villaggio di Betania ed è accolto nella casa di due sorelle: Marta e Maria. Nel suo essere in cammino aveva bisogno di riferimenti di amici e simpatizzanti sui quali contare, per far riposare la sua stanchezza e per scambiare una parola. E in Israele l’ospitalità era sacra. Gesù sente il bisogno della sosta in una casa per parlare con qualcuno, sfogarsi, dare voce ai propri stati d’animo. Gesù si mostra estremamene umano, ha bisogno di amici, di qualcuno con il quale scambiare una parola.
Cinque chilometri prima di arrivare a Gerusalemme Gesù si ferma nel villaggio di Betania ed è accolto nella casa di due sorelle: Marta e Maria. Nel suo essere in cammino aveva bisogno di riferimenti di amici e simpatizzanti sui quali contare, per far riposare la sua stanchezza e per scambiare una parola. E in Israele l’ospitalità era sacra. Gesù sente il bisogno della sosta in una casa per parlare con qualcuno, sfogarsi, dare voce ai propri stati d’animo. Gesù si mostra estremamene umano, ha bisogno di amici, di qualcuno con il quale scambiare una parola. Due sono i comportamenti assunti dalle sorelle che lo ospitano. Marta, è felice di avere un ospite importante e preoccupata di non fare brutta figura, si agita per non fargli mancare nulla. Maria, invece, sceglie di sedersi per ascoltarlo, come una discepola consapevole, tanto da dire a Gesù: «non vedi che mi ha lasciata sola a servire? Dille che mi aiuti». Ma Gesù risponde che «Maria ha scelto la parte buona, che non le sarà tolta». Non oppone l’ascolto al servizio, ma rimprovera a Marta l’assenza di ascolto, un fare da cui è assente il cuore. Il nazareno tratta con tenerezza Marta e difende la scelta di Maria senza esitazione. Nell’incontro con Marta e Maria Gesù non si limita a parole generiche di tipo patriarcale sulla “dignità della donna” e sul “genio femminile”, ma invita ad imparare da due donne, da persone emarginate nella comunità sociale e religiosa. E ci dice: far da mangiare è come dare vita all’altro e ascoltare è accorgersi della vita di qualcuno.
Gesù non contrappone, come spesso si è detto, vita contemplativa” e “vita attiva”, come se pregare fosse meglio che servire. Non contraddice il servizio, ma l’affanno, l’agitarsi. L’opposizione è tra ascolto e non ascolto. Oggi siamo tutti di fretta e sotto la spinta del progresso corriamo a una velocità frenetica, da vertigine, volendo rincorrere il mondo e metterci al passo con tutte le mode. Ma correre non vuol dire crescere! Gesù ci dice: chi vive agitato non si accorge dell’altra persona, fa cose ma evita ciò che è davvero necessario. Sono molti gli adulti che vivono in affanno per non far mancare nulla ai figli e, poi, non avendo tempo per ascoltarli, li affidano all’ascolto a pagamento di uno psicologo. Gesù non critica il servizio, ma l’affanno, non il cuore generoso di Marta, ma l’agitazione. Per sentirsi stimati dagli altri rischiamo di non cogliere il “troppo” che è sempre in agguato: troppe attività, troppe telefonate, troppe scadenze, troppa carne al fuoco. Anche le parrocchie soffrono di troppe attività, troppe messe, troppa ansia nel rincorrere le cose di cui non c’è bisogno, quando dovrebbero essere luoghi nei quali si curano innanzitutto le relazioni. Ci sono tratti della persona che si nascondono nelle pieghe degli occhi, nelle pieghe degli stati d’animo, nelle pieghe del tono della voce, nelle pieghe del silenzio. Ascoltare è sintonizzarsi con la persona, per poi servirla. È inutile offrire un piatto di maccheroni al dente a una persona che non ho ascoltato, mentre mi stava dicendo che porta la dentiera! L’ascolto decide del servizio.
Domenica 10 luglio 2022 -15 - C (Lc 10,25-37)
15 – C (Lc 10,25-37)
Di ritorno dalla predicazione pieni di entusiasmo, i discepoli stanno parlando con Gesù quando interviene un dottore della Legge, l’uomo delle regole che sa con esattezza che cosa fare e non fare, e domanda: «Maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». In altre parole: che cosa devo fare per essere felice? E Gesù risponde con una parabola che inizia dicendo: per caso un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico.
15 – C (Lc 10,25-37)
Di ritorno dalla predicazione pieni di entusiasmo, i discepoli stanno parlando con Gesù quando interviene un dottore della Legge, l’uomo delle regole che sa con esattezza che cosa fare e non fare, e domanda: «Maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». In altre parole: che cosa devo fare per essere felice? E Gesù risponde con una parabola che inizia dicendo: per caso un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Parla di un uomo: non dice il nome, ma descrive il suo volto colpito, ferito, sanguinante. I primi due a passare sono un prete e un levita: il primo è un uomo di Dio e il secondo una figura con compiti precisi al tempio. Entrambi vedono l’uomo con la faccia a terra e passano oltre, dimenticando che oltre la carne e il dolore dell’uomo non c’è Dio, oltre l’uomo ferito non trovano il tempio e nemmeno la liturgia solenne, ma solo l’illusione di amare Dio. Il terzo che passa, invece, è un samaritano, un eretico. Un nemico, una persona senza religione che gli si fa vicino, gli fascia le ferite, lo carica sulla sua cavalcatura e lo porta in una locanda. A fermarlo non è la religione, ma la compassione. Poi la domanda di Gesù: «Chi dei tre è veramente prossimo?». Alla domanda il dottore della Legge risponde con un’altra: «Chi è il mio prossimo?», cioè Chi devo amare? È una domanda pericolosa perché per un ebreo il prossimo non poteva che essere un altro ebreo.
Quella dell’esperto della Legge è la nostra domanda: come essere pienamente persone umane, persone di Dio? Noi diremmo: come devo comportarmi per essere un buon cristiano? Con questa parabola Gesù mette il dito nella piaga. Dobbiamo riconoscerlo: siamo ciechi nel vedere le ferite del vicino, analfabeti nell’interpretare il dolore di chi è sulla nostra strada, siamo di corsa per poter fermarci nella nostra società che chiamiamo sviluppata. Ci siamo abituati a voltare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni di bisogno, finché queste non ci toccano da vicino. Forse anche noi come il prete e il levita abbiamo pensato: perché Dio non interviene a salvare quest’uomo? Siamo tutti a rischio, preti e laici, di toccare le cose di Dio nel tempio e di non toccare la creatura ferita di Dio sulla strada. Diversamente dal prete e dal levita del vangelo, che nel rispetto delle regole religiose non si fermano per non contaminarsi, lo straniero che diciamo “senza Dio”, preferisce ascoltare la regola della compassione del cuore. Che lezione per noi che viviamo di fretta! Tra i gesti che pone, il samaritano dà soprattutto il suo tempo. Sceglie di sporcarsi le mani con il sangue di chi non conosce, forse pensando che avrebbe potuto esserci lui al suo posto. Se le persone religiose stanno a distanza, chi non è religioso non ha paura di toccare l’uomo ferito. Gesù ci sta dicendo: il prossimo non si sceglie, ma prossimo si diventa!Parla di un uomo: non dice il nome, ma descrive il suo volto colpito, ferito, sanguinante. I primi due a passare sono un prete e un levita: il primo è un uomo di Dio e il secondo una figura con compiti precisi al tempio. Entrambi vedono l’uomo con la faccia a terra e passano oltre, dimenticando che oltre la carne e il dolore dell’uomo non c’è Dio, oltre l’uomo ferito non trovano il tempio e nemmeno la liturgia solenne, ma solo l’illusione di amare Dio. Il terzo che passa, invece, è un samaritano, un eretico. Un nemico, una persona senza religione che gli si fa vicino, gli fascia le ferite, lo carica sulla sua cavalcatura e lo porta in una locanda. A fermarlo non è la religione, ma la compassione. Poi la domanda di Gesù: «Chi dei tre è veramente prossimo?». Alla domanda il dottore della Legge risponde con un’altra: «Chi è il mio prossimo?», cioè Chi devo amare? È una domanda pericolosa perché per un ebreo il prossimo non poteva che essere un altro ebreo.
Quella dell’esperto della Legge è la nostra domanda: come essere pienamente persone umane, persone di Dio? Noi diremmo: come devo comportarmi per essere un buon cristiano? Con questa parabola Gesù mette il dito nella piaga. Dobbiamo riconoscerlo: siamo ciechi nel vedere le ferite del vicino, analfabeti nell’interpretare il dolore di chi è sulla nostra strada, siamo di corsa per poter fermarci nella nostra società che chiamiamo sviluppata. Ci siamo abituati a voltare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni di bisogno, finché queste non ci toccano da vicino. Forse anche noi come il prete e il levita abbiamo pensato: perché Dio non interviene a salvare quest’uomo? Siamo tutti a rischio, preti e laici, di toccare le cose di Dio nel tempio e di non toccare la creatura ferita di Dio sulla strada. Diversamente dal prete e dal levita del vangelo, che nel rispetto delle regole religiose non si fermano per non contaminarsi, lo straniero che diciamo “senza Dio”, preferisce ascoltare la regola della compassione del cuore. Che lezione per noi che viviamo di fretta! Tra i gesti che pone, il samaritano dà soprattutto il suo tempo. Sceglie di sporcarsi le mani con il sangue di chi non conosce, forse pensando che avrebbe potuto esserci lui al suo posto. Se le persone religiose stanno a distanza, chi non è religioso non ha paura di toccare l’uomo ferito. Gesù ci sta dicendo: il prossimo non si sceglie, ma prossimo si diventa!
Domenica 3 luglio 2022 - 14 C (Lc 10,1-12.17-20)
Nel vangelo la mossa di Gesù appare come una pazzia: inviare i dodici discepoli come agnelli in mezzo ai lupi. Non sembra una scelta propria saggia, né una prospettiva invitante! Per giunta: senza borsa, senza sacca, senza sandali. Quando si parte per un viaggio di solito si controlla che non manchi nulla. Sorprende invece che Gesù non fa una lista di cose da portare con sé, ma elenca ciò che i discepoli non devono portare con sé.
Nel vangelo la mossa di Gesù appare come una pazzia: inviare i dodici discepoli come agnelli in mezzo ai lupi. Non sembra una scelta propria saggia, né una prospettiva invitante! Per giunta: senza borsa, senza sacca, senza sandali. Quando si parte per un viaggio di solito si controlla che non manchi nulla. Sorprende invece che Gesù non fa una lista di cose da portare con sé, ma elenca ciò che i discepoli non devono portare con sé. A suo avviso non si va per fare propaganda di una nuova dottrina, ma per testimoniare una vita essenziale, vicina alla gente, immersa nella vita dei poveri. Coloro che sono mandati devono fare corpo con gli ultimi, con chi non ha un conto in banca, con chi cammina scalzo. Quando nell’inviare i suoi Gesù dice: «La messe è molta, gli operai sono pochi. Pregate dunque…», spesso ci siamo limitati a pregare per le vocazioni dei preti, dei religiosi, di consacrati. In realtà Gesù sta dicendo che c’è tanto bene da raccogliere, basta riconoscerlo. E tutti possono vedere il bene che cresce. Chi va non deve portare cose, ma «la pace in casa», cioè tra le pareti, le finestre, la tavola, i volti.
In altre parole Gesù manda ogni cristiano a portare il Vangelo e quindi lo espone anche al rifiuto. Se la parrocchia organizza cene, sagre e feste troverà un grande consenso, ma se porta il Vangelo nella sua radicalità deve attendersi anche l’opposizione. Il rischio è di stare in una Chiesa ricca di mezzi, di strutture, ma povera di Vangelo, molto attrezzata e spesso vuota di persone. Come chiesa lungo la storia abbiamo accumulato pesantezze, copiato i modelli delle carrozze imperiali, vestito i panni dei sovrani. Sappiamo come farci amici tanti poteri, ne abbiamo copiati i simboli, i rituali, le insegne, le liturgie… Altro che “andare senza borsa”! Gesù nell’inviare i discepoli e noi non ci suggerisce di migliorare la macchina organizzativa parrocchiale, ma di andare per la strade, di camminare con la gente, di osservare i volti, di ascoltare il cuore della gente. Non ci dice di fermarci alle processioni, ai raduni di massa, alla preghiera per le vocazioni perché ci vogliono più preti, ma di riconoscere la messe che è già pronta, basta individuarla e raccoglierla. I nostri occhi vedendo prima la zizzania rischiano non riconoscere il frutto, il bene, il raccolto. Gesù ci manda a vivere relazioni buone, fatte di pace, di rispetto, di mani tese ad aiutare. Decisive non sono le cose, i mezzi, ma se abbiamo il Vangelo dentro le nostre persone porteranno coraggio, fiducia, speranza: una sorta di sana alimentazione di cui c’è bisogno oggi come il pane che si mangia.
Domenica 26 giugno 2022 - 13 C (Lc 9,51-62)
Gesù è in viaggio verso Gerusalemme: verso la morte in croce. È un viaggio in salita, in tutti i sensi! Si dice che il volto di Gesù «si fece duro», nel senso che raccolse le sue forze superando ogni incertezza per affrontare il potere politico, la casta sacerdotale e la gente di Gerusalemme. Il percorso più breve tra Galilea e Gerusalemme passa per la Samaria, ma Giudei e Samaritani non corre buon sangue.
Gesù è in viaggio verso Gerusalemme: verso la morte in croce. È un viaggio in salita, in tutti i sensi! Si dice che il volto di Gesù «si fece duro», nel senso che raccolse le sue forze superando ogni incertezza per affrontare il potere politico, la casta sacerdotale e la gente di Gerusalemme. Il percorso più breve tra Galilea e Gerusalemme passa per la Samaria, ma Giudei e Samaritani non corre buon sangue. Gesù manda avanti i discepoli per preparare il luogo dove trascorrere la notte e trovando il netto rifiuto dicono al Maestro: «Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Gesù li guarda, li rimprovera e riprende il cammino. Egli è incompreso non solo dai samaritani, ma anche dai suoi discepoli. Sulla strada si registrano tre slanci di entusiasmo per seguire Gesù, ma per nessuno è previsto lo sconto. Al primo che gli dice «Ti seguirò dovunque tu vada», egli risponde: dimentica la tua tana, il tuo rifugio, la tua sicurezza. Al secondo che è disposto a seguirlo dopo aver seppellito il padre, dice: «Lascia che i morti seppelliscano i morti». Non contesta gli affetti, ma quegli affetti che legano a memorie morte. Al terzo che è pronto a seguirlo solo dopo aver salutato quelli di casa, risponde: che una volta posto la mano all’aratro non si guarda indietro, con nostalgie che rallentano il passo.
Gesù ci sta dicendo che chi vuole vivere tranquillo e in pace nel suo nido non può essere suo discepolo. Non si può pensare di seguirlo portando avanti una vita comoda, chiusa nella propria “tana”, in difesa rispetto al mondo che non la pensa come lui. Gesù contesta ogni tentazione di ammorbidire la scelta di seguirlo, pensando sia una passeggiata. È la tentazione di ridurre la fede cristiana a una sorta di perbenismo di facciata, di accomodarla in un’ipocrisia domenicale e di addomesticarla in una vita funzionale al “disordine stabilito”. Troppe volte la fede viene ridotta a una serie di “cerotti sacri”, di “francobolli religiosi”, di “bende devozionali”. Accade che i fiumi di parole e di denunce diventano pura retorica, i poveri ci servono per sentirci benefattori, la messa domenica per metterci la coscienza in pace. È vero che Gesù ne scelse dodici perché stessero con Lui, ma dopo averlo frequentato per tre anni, hanno mostrato di essere uguali a tutti gli altri. Forse tra questi ci siamo anche noi, come Giacomo e Giovanni, che di fronte a chi non riconosce il Maestro Gesù, ripetono la stessa logica dei nemici samaritani: farla pagare, occhio per occhio, bruciamoli! Per Gesù la persona viene prima della fede e l’annuncio cristiano va sempre proposto e mai imposto. Il cristiano va contro corrente, sperimenta il rifiuto, prova la persecuzione e come diceva Leonardo Sciascia «accarezza spesso il mondo in contropelo», mai omologato al pensiero dominante.
Domenica 19 giugno 2022 - Corpo e sangue di Cristo - C (Lc 9,11b-17)
Gesù volendo far riposare i suoi discepoli che ha mandato in missione, si ritira in disparte, ma quando arriva trova che la folla l’ha preceduto, perché ancora lo cerca per ascoltare la sua parola. È sera e i discepoli suggeriscono al maestro di salutare la gente perché si cerchi da mangiare, ma Gesù li spiazza dicendo: «Voi stessi date loro da mangiare». Il senso è duplice: anzitutto vuol dire sfamate voi la gente e inoltre l’unico modo per sfamare è dare se stessi.
Domenica 19 giugno 2022 - Corpo e sangue di Cristo - C (Lc 9,11b-17)
Gesù volendo far riposare i suoi discepoli che ha mandato in missione, si ritira in disparte, ma quando arriva trova che la folla l’ha preceduto, perché ancora lo cerca per ascoltare la sua parola. È sera e i discepoli suggeriscono al maestro di salutare la gente perché si cerchi da mangiare, ma Gesù li spiazza dicendo: «Voi stessi date loro da mangiare». Il senso è duplice: anzitutto vuol dire sfamate voi la gente e inoltre l’unico modo per sfamare è dare se stessi. Gesù prende i cinque pani e i due pesci a disposizione, li spezza, li fa distribuire ai discepoli e tutti vengono saziati, avanzando anche dodici ceste. Gesù è attento ai bisogni anche del corpo: è ben lontano dalla nostre false distinzioni tra corpo e anima, perché per lui esiste solo tutta la persona. Ciò che riempie non è la quantità, ma il condividere, lo spezzare, il fare parte. L’uomo non è il proprietario di questo pane, ma soltanto il servo chiamato a distribuire. Al tempo di Gesù nel pasto giudaico, prima di un rito importante, la religione insegnava che l’uomo doveva purificarsi per incontrare Dio, mentre il vangelo sta dicendo che chi accoglie il Signore è purificato.
Il vangelo contrappone due visioni opposte davanti alla folla: da un lato i discepoli suggeriscono a Gesù di liquidare la gente perché si cerchi da mangiare, dall’altro il Maestro li interpella e li impegna personalmente. Quando sono fastidiosi questi discepoli, questi uomini di chiesa che vogliono dettare le condizioni a Gesù, caricare pesi sulle spalle degli altri e non sulle proprie. Ancora una volta Gesù ha a che fare con gente che pensa solo per se stessa: a loro bastava salvare solo se stessi. Non hanno capito che ciascuno si salva se si salvano gli altri. Un padre russo diceva: in paradiso ci si va insieme, all’inferno da soli. Il Maestro educa i suoi discepoli ai bisogni degli altri: «Voi stessi date loro da mangiare». Date le vostre persone, il vostro tempo, le vostre energie, le vostre ore di sonno. Cosa fa una mamma se non questo? Quante ore di sonno toglie a sé per darle ai figli? Si dimentica di sé e fa vivere il figlio. Ma in fondo non salva anche se stessa? Salvando i figli la mamma salva se stessa. Il corpo del Signore non dobbiamo pensarlo in termini sacrali. Prima di farsi ostia, Dio si è fatto carne, carne in tutti. L’indifferenza davanti a un essere umano è profanazione dello stesso corpo di Cristo. I veri tabernacoli sono allora i corpi martoriati dei poveri, le carni indebolite dei profughi, degli esclusi, degli allontanati e degli abbandonati. Adorare e venerare un’ostia consacrata e poi calpestarla, denigrarla e rigettarla nel fratello è un falso cristianesimo. Noi siamo ricchi solo di ciò che doniamo.
Domenica 12 giugno 2022 - Trinità C (Gv 16,12-15)
Trinità: un solo Dio in tre persone. Un dogma della chiesa che appare uno strano problema matematico: 1+1+1 non fa 1! Dio non è una speculazione filosofica. Il termine “Trinità” non c’è nella Bibbia, ma si racconta la presenza e l’azione del Padre, del Figlio e dello Spirito. Il linguaggio trinitario è simbolico e interpreta l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio e quindi racconta di un legame d’amore.
Trinità: un solo Dio in tre persone. Un dogma della chiesa che appare uno strano problema matematico: 1+1+1 non fa 1! Dio non è una speculazione filosofica. Il termine “Trinità” non c’è nella Bibbia, ma si racconta la presenza e l’azione del Padre, del Figlio e dello Spirito. Il linguaggio trinitario è simbolico e interpreta l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio e quindi racconta di un legame d’amore. In principio a tutto c’è una relazione, qualcosa che ci lega a qualcuno. Il Dio cristiano ci sta dicendo che l’uomo è in se stesso relazione. In questo modo capiamo perché la solitudine ci pesa tanto e ci fa paura, perché è contro la nostra natura. Allora comprendiamo perché quando siamo con chi ci vuole bene, stiamo così bene: si sentiamo realizzati, pieni di senso, perché realizziamo ciò che siamo: persone in contatto con l’altro. Nella creazione Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gen 2,18). La solitudine sulla terra è il primo male e sembra che anche in cielo Dio non possa stare solo. La Trinità afferma la vittoria essenziale sulla solitudine.
Come le persone della Trinità sono uguali e distinte, così nella nostra famiglia viviamo tra persone della stessa razza umana, eppure distinte tra loro. Siamo persone uguali in dignità eppure persone distinte, non identiche. Ogni uomo ha il suo volto e la sua storia, le sue speranze e le sue fatiche, i suoi ideali e le sue paure. Dio ci conosce per nome e non per sigla. La Chiesa è fatta di Persone: non di cifre, non di codici fiscali, non di green pass. Quando viviamo insieme volendoci bene e rispettando la diversità, diciamo che la famiglia è unita. La Trinità ci insegna che nell’amore ciò che conta è essere uniti rispettando la diversità di ciascuno, senza soffocarci, senza uniformarci. Dio è così: Due persone che si amano a tal punto da generare vita! Nel primo dei capolavori dello scrittore polacco Kieslowski, ispirati ai Dieci Comandamenti, il bambino protagonista mentre gioca al computer domanda alla zia: «Com’è Dio». La zia lo guarda in silenzio, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia i capelli e stringendolo a sé gli dice: «Come ti senti ora?». Il bambino alza gli occhi e risponde: «Bene, mi sento bene». E la zia: «Ecco Dio è così». La povertà delle nostre relazioni farà silenzio su Dio, mentre la qualità delle nostre relazioni ci dirà chi è Dio.
Domenica 5 giugno 2022 - Pentecoste (Gv 14,15-16.23-26)
Pentecoste è una parola greca che significa cinquantesimo giorno per dire che sono terminati i 50 giorni dopo la Pasqua. Si apre così il tempo della Chiesa: ora tocca a noi. Gesù risorto andandosene dice ai suoi: «Se mi amate osserverete i miei comandamenti». Non dice: osservando i miei comandamenti potete dire di amarmi, ma proprio perché mi volete bene li osservate. Prima si ama una persona e poi si osserva ciò che domanda.
Pentecoste è una parola greca che significa cinquantesimo giorno per dire che sono terminati i 50 giorni dopo la Pasqua. Si apre così il tempo della Chiesa: ora tocca a noi. Gesù andandosene dice ai suoi: «Se mi amate osserverete i miei comandamenti». Non dice: osservando i miei comandamenti potete dire di amarmi, ma proprio perché mi volete bene li osservate. Prima si ama una persona e poi si osserva ciò che domanda. Inoltre Gesù ci manda lo Spirito che chiama Paràclito cioè Colui che sta accanto a noi per insegnarci ogni cosa e ricordarci la parola del Maestro. Lo Spirito Santo è un altro nome per dire la presenza di Dio, è l’amore di Dio. E l’Amore non si può definire, ma sperimentare. Non ci sono parole che spieghino l’amore, ma ci sono opportunità nella vita in cui sperimentarlo, momenti in cui toccare con mano la sua forza, situazioni in cui riconoscere che ci è vicino e ci sostiene. Lo Spirito non si lascia vedere con gli occhi, ma ci tiene a essere riconosciuto per quello che fa nella vita delle persone.
Questo Spirito è rappresentato dal racconto degli Atti degli apostoli come un vento impetuoso che sconvolge, apre porte e finestre, scombina il nostro ordine. È lo Spirito che dà la parola a quei familiari che sono diventati muti, a quei parenti che da anni non si salutano più, a quelle persone a cui è stata tolta la voce. Abbiamo bisogno di questo vento forte capace di stanarci dalle nostre tane segrete, un vento che scuota le nostre pigrizie e in grado di farci uscire dai compromessi che quotidianamente ospitiamo nelle nostre case. Non è un vento che ci fa entrare in chiesa, ma un vento che ci fa “essere chiesa”: gente che tende la mano, persone che riconoscono i bisogni degli altri, cristiani che si sporcano le mani. Questo Spirito è un urgano, più forte delle nostre divisioni e chiusure, più forte delle nostre depressioni, della nostra rassegnazione. Se questo vento entra nelle nostre liturgie mette in difficoltà chi si mette in mostra pensando di servire, crea imbarazzo in chi usa la chiesa per mostrare la moda, mette a disagio coloro che vanno a far bella mostra di sé in vista delle elezioni. Questo Vento è uno scossone anche per chi vorrebbe imporre alla Chiesa una sola lingua, senza valorizzare le diversità che sono frutto dello Spirito. Essere persone spirituali non significa pregare molto, ma è un modo di vivere secondo il Vangelo.
Domenica 29 maggio 2022 - Ascensione – C (Lc 24,46-53)
L’ascensione di Gesù al cielo è una delle numerose “rappresentazioni” simboliche che si trovano nei testi biblici. È una terminologia spaziale perché nell’antichità si pensava che Dio avesse un luogo in cui risiedere. Il vangelo ci segnala tre gesti di Gesù: invia, benedice, scompare. In questo modo, direbbe papa Francesco, inizia la “Chiesa in uscita”.
L’ascensione di Gesù al cielo è una delle numerose “rappresentazioni” simboliche che si trovano nei testi biblici. È una terminologia spaziale perché nell’antichità si pensava che Dio avesse un luogo in cui risiedere. Il vangelo ci segnala tre gesti di Gesù: invia, benedice, scompare. In questo modo, direbbe papa Francesco, inizia la “Chiesa in uscita”. Innanzitutto “invia”: non vuole una chiesa che metta al centro se stessa, che accenda i riflettori su di sé, ma che si metta in cammino a servizio del mondo. Poi li “bene-dice”: dice bene dei discepoli e del mondo così come sono con tutta la loro fragilità, esprime fiducia e trasmette forza. Infine “scompare”: non abbandona i suoi, ma entra nel profondo di tutte le vite umane. Se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro. Lungi dall’essere presente con mitezza, sarà presente con la potenza dello Spirito. I discepoli sono chiamati a essere testimoni della passione, morte e risurrezione di Gesù: un percorso che fa conoscere il Maestro e qualifica i discepoli come suoi. Cristo sale al cielo perché il vangelo, attraverso i suoi discepoli, di diffonda sulla terra.
Nella debolezza che contraddistingue le chiese cristiane emerge quanto siano percorse dalla paradossale tentazione di affermare ancora se stesse, anche a scapito del Vangelo. In questi giorni la chiesa ortodossa di Ucraina si è staccata dalla chiesa ortodossa russa di Mosca. Il Patriarcato dell’Ucraina dichiara l’indipendenza dicendo: “stiamo tagliano i lacci che ci legano all’impero”. La scelta degli ortodossi ucraini è forte e ci dice che non si può servire a due padroni. Nel vangelo di oggi si dice che i discepoli «stavano sempre nel tempio lodando Dio». Non nel senso che fisicamente vi stavano giorno e notte, ma che dovunque andassero percepivano la Sua presenza. “Stare nel tempio” significa stare alla presenza di Gesù mentre si vive la vita di tutti i giorni. Il rischio è di stare fisicamente in chiesa e non essere nel tempio di Dio, come si può stare in qualunque posto della terra ed essere nel Suo tempio. Il Risorto che partendo lascia spazio allo Spirito è un’esperienza che non ci piace, perché ci fa sentire soli. Per questo siamo sempre a caccia di presenze, di certezze, di apparizioni. In realtà l’ascensione prepara una presenza diversa che è quella dello Spirito. È quella potenza che ci fa stare dentro molte situazioni umanamente impossibili senza disperare tanto da poter dire: “che spirito ha quella persona!”
Domenica 22 maggio 2022 - 6 di Pasqua C (Gv 14,23-29)
Mentre Gesù si congeda dai suoi, li rassicura promettendo di mandare lo Spirito, come segno della sua presenza che continuerà nella storia e nel mondo. Gesù è stato l’Amico maiuscolo dei discepoli con i quali ha condiviso le giornate, le gioie e le fatiche, le incomprensioni del mondo e l’amore per le persone, la richiesta di miracoli e la preghiera. Il Maestro sta per andare e aiuta i suoi a passare dal vederlo con gli occhi al vederlo con gli occhi del cuore.
Mentre Gesù si congeda dai suoi, li rassicura promettendo di mandare lo Spirito, come segno della sua presenza che continuerà nella storia e nel mondo. Gesù è stato l’Amico maiuscolo dei discepoli con i quali ha condiviso le giornate, le gioie e le fatiche, le incomprensioni del mondo e l’amore per le persone, la richiesta di miracoli e la preghiera. Il Maestro sta per andare e aiuta i suoi a passare dal vederlo con gli occhi al vederlo con gli occhi del cuore. I discepoli entrano in ansia e si chiedono: E ora cosa faremo senza di Lui? Chi ci aiuterà? Tutto sembrava finito. La terra cominciava a crollare sotto i piedi. Ma Gesù annuncia che continuerà a essere presente dentro di loro in modo diverso. Anche se fisicamente non lo vedranno più, egli continuerà a riscaldare i loro cuori, a ispirare la loro vita. Con la risurrezione i discepoli potranno custodire dentro di loro la presenza del Maestro, la sentiranno più viva di prima. I discepoli e i primi cristiani chiamarono questa esperienza lo Spirito, l’Amore, il Risorto. E Gesù concretizza dicendo: «Se uno mi ama osserverà la mia parola». E aggiunge: «Chi non la osserva non mi ama». Chi non perde mai di vista la Parola non può dire di amarlo! È la stata infatti la sua Parola a farli vivere insieme. Dopo la sua morte sentiranno dentro di loro una presenza che regalerà loro forza.
Gesù promette il Consolatore, lo Spirito che accompagna e protegge. Lo stile di questo Spirito diventa il nostro modo di vivere. Il verbo con-solare indica lo stare con chi è solo. Di fronte ad alcune situazioni non c’è nulla da fare, nulla da dire, ma si tratta solo di esserci. La ferita, la fatica, l’angoscia, le separazioni fanno parte della nostra vita. Non possiamo toglierle! Consolare non significa sdrammatizzare, non vuol dire far finta di niente, non corrisponde a una pacca sulla spalla, ma essere presenti, stare accanto. La forza dello Spirito è già dentro di noi, anche se non la vedi, un po’ come la forza di un albero non sta in ciò che si vede, nelle foglie, nei rami o nel tronco, ma nelle sue radici. Per dirsi cristiani non bastano le pratiche religiose, fare il segno della croce, accendere una candela, incaricare la zia suora di pregare. Gesù chiede di essere amato lasciandosi guidare nella vita dalla sua Parola. Egli chiede un amore autentico che si prende cura di chi ha bisogno con i fatti. Amare a parole non solo conta poco, ma può risultare anche offensivo. Gesù aggiunge che chi ama davvero con i fatti vede Dio entrare e abitare nella casa della sua vita e quindi quella del discepolo diventa una “casa abitata”. Lo sappiamo per esperienza: quando ti senti amato ti senti a casa e la persona che ti vuole bene diventa la tua vera casa. Il suo abbraccio è meglio di una villa, la sua presenza vale più di un giardino con piscina.
Domenica 15 maggio 2022 - 5 di Pasqua – C (Gv 13,31-35)
Siamo nella cornice dell’Ultima Cena. Gesù, dopo un ultimo tentativo, ha fallito con Giuda, ma proprio in questo fallimento ha manifestato di essere il Dio amore incondizionato, offerto a tutti. Anche a chi non lo vuole, a chi non se lo merita, a chi lo tradisce. Questa è la sua grandezza, la sua gloria: amare gratuitamente, senza chiedere, senza pretendere, senza toni di ricatto.
Siamo nella cornice dell’Ultima Cena. Gesù, dopo un ultimo tentativo, ha fallito con Giuda, ma proprio in questo fallimento ha manifestato di essere il Dio amore incondizionato, offerto a tutti. Anche a chi non lo vuole, a chi non se lo merita, a chi lo tradisce. Questa è la sua grandezza, la sua gloria: amare gratuitamente, senza chiedere, senza pretendere, senza toni di ricatto. L’amore non è un’emozione, un’elemosina, ma è la scoperta dell’altro che può arricchire la mia povertà. Certo, amare il turista che porta denaro non è amore! Gesù, nel contesto dell’Ultima Cena, dopo aver lavato i piedi ai suoi nel gesto dello schiavo dice: «Figlioli… vi do un comandamento nuovo: che vi amate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Ma l’amore si può comandare? Quando si impone un amore non si fa che costringere a recitare, a imitare, togliendo ogni forma di spontaneità. Nelle sue parole Gesù non domanda la perfezione, non cerca uomini e donne che non sbagliano mai, ma persone appassionate della vita che imparano da Lui. Gesù non ci ama perché siamo buoni, perché lo meritiamo, ma amandoci ci fa buoni e così ci rende capaci di amare. Perché amati, possiamo amare!
Lo specifico del cristiano tuttavia non è amare, perché lo fanno in molti sotto il cielo. La prima caratteristica dell’amore evangelico è amare “come” Gesù. Non dice ‘quanto’ vi ho amato, ma “come”: con il suo stile, con la sua gentilezza, con il suo tatto. Amare come Lui significa iniziare dagli ultimi, lasciare le novantanove al sicuro, perdonare i nemici. I cristiani non sono quelli che amano, ma che amano “come” Gesù. La seconda caratteristica è «Come io ho amato voi». Il cristiano è innanzitutto chi si lascia amare. Se vuoi amare lasciati prima amare! L’amore evangelico non giustifica lo sbaglio, ma comprende la fragilità, non giustifica la falsità delle persone pie e dei potenti, ma chiama a prendersi cura della loro debolezza. La terza caratteristica dice: «Amate gli uni gli altri»: tutti, nessuno escluso. Guai se ci fosse un aggettivo a qualificare chi merita il mio amore e chi no. Gesù non si limita a dire “Amate!”, perché potrebbe essere solo una forma di possesso di potere esercitato sull’altro, un amore che pretende e non dà nulla. Ci sono infatti anche amori violenti e disperati, amori tristi e omicidi. Non si ama il mondo in generale, ma questo uomo, questo bambino, questo straniero, questo volto con le sue ferite, le sue rughe, i suoi difetti. Ogni uomo è nostro fratello, ma lui non lo sa. Gli dobbiamo dare delle notizie con i fatti. Una canzone popolare americana canta: «Tu non sei nessuno finché nessuno ti ama!».
Domenica 8 maggio 2022 - 4 di Pasqua C (Gv 10,27-30)
Nel breve racconto del vangelo Gesù descrive la qualità e il l’intensità unica che esiste tra il pastore e il gregge. Dicendo che il pastore “conosce” le sue pecore, dichiara di avere con loro una relazione d’amore personale e profonda. A loro “dà la vita eterna”, la stessa vita di Dio. La legge che regola il loro rapporto è la reciprocità.
Nel breve racconto del vangelo Gesù descrive la qualità e il l’intensità unica che esiste tra il pastore e il gregge. Dicendo che il pastore “conosce” le sue pecore, dichiara di avere con loro una relazione d’amore personale e profonda. A loro “dà la vita eterna”, la stessa vita di Dio. La legge che regola il loro rapporto è la reciprocità. Queste pecore riconoscono tra mille voci quella del pastore. Non solo odono, ne percepiscono il suono, ma ascoltano la sua voce, facendola risuonare dentro di loro. Se la voce è la sintesi del mistero di una persona, non può stupire l’interesse evangelico per la voce del Signore, come del resto l’accordo tra l’orecchio delle pecore di Gesù e il suono della sua voce. Che cosa ascoltano le pecore nella voce del pastore? Esse ascoltano non solo la sua parola, ma anche la sua reale disponibilità a dare la vita per le pecore, l’eco di tutti i suoi incontri con le persone, il riuscito scontro e incontro con il suo ambiente culturale. Nella sua voce le pecore ascoltano il suo stile di vita, la sua disponibilità, la sua capacità di ascolto, la gioia dei suoi gesti. Se udire è lasciare che le voci entrino ed escano, senza fermarsi, ascoltare è lasciarsi trasformare, è ubbidire. Noi diciamo “questo figlio non mi ascolta”, per dire “questo figlio non mi obbedisce”.
Le pecore sono sospettose di fronte a voci estranee: «non conoscono la voce degli estranei» (v. 5). Accade anche nei pastori di oggi, educatori, formatori, preti, che il corpo rimanga estraneo, in alcuni il complesso mondo affettivo è separato, per altri l’ambiente culturale è percepito solo come alieno. Questa estraneità lascia tracce inconfondibili nella voce del pastore. La sua voce, così originale, non sfugge a nessuna delle pecore… nemmeno a quelle che sono fuori dal recinto. Tutte le pecore percepiscono la sua Voce. Ci sono persone che conducono una vita di fede senza pratica religiosa, che si sporcano le mani con i bisogni degli altri e non vengono per la messa, che compiono segni di solidarietà con chi è nel disagio e non sanno fare il segno della croce. Ascoltare il fratello è farlo ri-suonare dentro di noi e chi non lo ascolta finisce per non ascoltare neppure più Dio stesso, salvo poi parlargli in continuazione con chiacchiere religiose, con toni clericali, con una valanga di parole pie. Ancora oggi noi cristiani rischiamo di incontrare le pietre di un edificio sacro, senza respirare una presenza, senza ascoltare la voce che ci parla e così uscire come siamo entrati. Molti cantieri parrocchiali rischiano di non generare altro che vecchie abitudini, perché manca l’ascolto della Voce, che ci apre all’ascolto delle persone.